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martedì 15 luglio 2014

Bombay - Paris, no stop.


Ci sono momenti nella vita in cui non provo alcun rimorso nei confronti di alcuni miei privilegi.
Quando ero più giovane, le mie convinzioni politiche mi condizionavano. Adesso, però, crescendo ho imparato ad accettare i vantaggi che certe volte la vita può offrire senza sentirmi uno “sporco borghese”.
Oddio, borghese lo sono, ma spero non sporco.
No, le mie convinzioni non sono cambiate ma sono meno virulente, meno radicali … anzi odio qualsiasi radicalismo.
Di quali privilegi parlo? Beh, dei miei viaggi in business class.
Forse mi faccio degli inutili scrupoli, direte voi, in quanto non sto parlando di voli con aerei privati o di jet da miliardari, ma solo d'una poltrona nella business class (e neanche nella “prima”!) dove è possibile allungare il sedile e farsi coccolare con un po’ champagne e pasti un po' più raffinati rispetto alla economy! Che volete? Sono fatto così e non è sulla soglia dei miei sessant'anni che mi si può cambiare!
Uso questo incipit per consentirvi di raggiungermi dentro l'aereo e di viaggiare con me sul volo che da Bombay mi riporta a Parigi.
La mia solita visita lampo: due giorni e via!
Giornate piene, con riunioni e colloqui che si susseguono a ripetizione, concedendo poco al turismo. Mi pagano per lavorare. non per sollazzarmi in giro per il mondo. Giusto?
Sono stanco, però!
Io mi do da fare per non mostrarmi prostrato giocando a pavoneggiarmi come un attempato iron man. Domani devo essere presente in ufficio, quindi è meglio che dorma.
Ben venga quindi il sedile allungabile che diviene quasi una cuccetta!
Il mio posto è nella fila centrale, così sono sicuro che nessuno mi disturberà durante il viaggio.
Aspetto con impazienza che l’aereo prenda quota per compiere la manovra che tanto attendo. Ci siamo quasi.
- Monsieur. –  mi dice l'hostess toccandomi leggermente la spalla.
E’ bionda, alta e slanciata. Il mio tipo di donna. Non troppo giovane tanto da farmi sentire vecchio.
Sfodero il mio migliore sorriso.
- Sì. –
- Posso chiederle una cortesia? –
- Sì, certo. – continuo a sorridere.
- Potrebbe cambiare di posto e mettersi più avanti? –
- Più avanti? –
-Sì , c’è del posto … il suo lo daremo al figlio di quel signore seduto nella fila accanto e che ha bisogno d’assistenza. –
Mi volto per osservare e comprendere meglio.
Una coppia d’anziani mi guarda.
La donna, piccolina e vestita con un sari giallo, mi sorride dondolando la testa da un lato all'altro come solo gli’indiani sanno fare. A fianco un uomo, di sicuro suo marito, mi fissa con degli occhi che sembrano grandi tanto è la magrezza di quel volto. Anche lui non deve essere molto alto, sulla testa calza una cuffia di lana scura e le mani sono coperte da guanti che lasciano fuoriuscire le punta delle dita. Si muove appena, ha l’aria di chi è colpito da una malattia grave, sembra paralizzato. Con gli occhi mi chiede d’accettare l’invito dell’hostess. Dietro di noi scorgo un giovanotto con una camicia a maniche corte da cui sbucano due grossi bicipiti allenati al sollevamento dei pesi. Anche lui mi guarda e sorride dondolando la testa come la donna che suppongo sia sua madre.
Vi volto verso l’hostess. Pure lei sorride ma non dondola la testa. Gli altri viaggiatori fingono tutti d'essere assorti in letture od in visioni dei film.
Slaccio la cintura di sicurezza, mi alzo.
- Dove devo sedermi? – chiedo col tono più gentile che mi consente la mia stanchezza. Guardo l'anziano signore e l'accarezzo idealmente. 
M’accomodo due file più avanti proprio nella prima, il posto accanto è vuoto.
Mi sento un papa.
Sono i posti che consentono d’allungare la poltrona tanto da trasformarla in una vera propria cuccetta. Mi distendo.
Penso agl’indiani ed al mio amico Deepak.
Ci siamo conosciuti sedici anni fa. Il mio secondogenito ha la stessa età del suo primo ed unico figlio. Giocavano assieme nei week end che trascorrevamo assieme.
Lo so che mi vuole bene ma è molto discreto, cerca la mia amicizia e non perché io ho fatto carriera più di lui. E’ una persona naturalmente gentile ma purtroppo questa qualità l'ha nociuto poiché si ritiene che un capo debba possedere anche della sana cattiveria.
Ci siamo visti stasera dopo sette anni, abbiamo cenato assieme prima del mio trasferimento all'aeroporto. Durante questo settennato lui ha avuto degli incarichi a Singapore ed a Sidney. Adesso è tornato a Bombay.
Mentre cenavamo ci siamo mostrati le foto dei figli che sono nel frattempo cresciuti. Naturalmente ho dovuto esibirle anche agli altri commensali del nostro tavolo che, a loro volta, hanno tirato fuori le loro … insomma abbiamo cominciato a far circolare i-phone e laptop passandoceli l'un l'altro per mostrare le rispettive immagini familiari. Ad un certo momento non ci siamo più sentiti colleghi ma solo dei papà.
Io, che fra loro ero il più anziano e colla posizione gerarchicamente più elevata, avevo deviato la conversazione su argomenti meno professionali ma più personali e quindi tutti s'erano sentiti autorizzati a seguire il mio esempio.
Non abbiamo più parlato di lavoro ma dei nostri figli e l’argomento ha appassionato più del campionato del mondo di calcio. Tutti dondolavano la testa in segno di gradimento ed io, sentendomi un pesce fuor d’acqua, provai a scimmiottarli ma dopo le prime due oscillazioni mi sentii stupido ed infine desistetti.
Sono forti questi indiani! Con quella voglia di voler risultare sempre gradevoli!
Chissà come sono quando s’incazzano?
Che razza di domande!
Chiudo gli occhi ma la luce m’infastidisce. Cerco la mascherina che copre gli occhi.
Ciao mondo … io dormo.
Un giorno Giovanni mi ha detto che quando si raggiungono i diecimila metri, gli equipaggi degli aerei che fanno viaggi intercontinentali trombano. Ma dove vanno? Nella cabina di pilotaggio? Mah! Ma questi sono discorsi di Giovanni. Chi gliele racconta ‘ste cose?
Odo le voci delle hostess che ciaccolano fra loro nello spiazzo ricavato prima del cockpit e che serve per preparare i pasti. Sento l’odore del cibo. Parlano e ridono ed il mio pensiero ridiscende di diecimila metri e torna indietro di cinquant'anni quando la notte m’addormentavo sul divano accompagnato dal suono delle voci delle donne provenienti dalla cucina accanto … allora ero un piccolo maschio coccolato in quella casa piena di femmine, un cucciolo che aveva accesso nel gineceo e che pensava che la vita sarebbe stata sempre così.
Bendato dalla maschera e consolato da quei suoni di donna m'illudo d’essere solo dentro la carlinga. Cerco di distinguere la voce dell’hostess bionda … lei non lo sa ... non ho cinquantotto anni, ma molti, molti di meno ... forse verrà a rimboccarmi la coperta, chissà!
Adesso, però dormi … dormi.