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domenica 17 dicembre 2017

Stelle e stelline






La notte è lunga, sembra che non finisca mai.
Mi affanno tutta la giornata a portare avanti il programma che m'ero prefissato ma la sera ogni mia energia sembra evaporata e scomparsa nel buio della notte.
E' come se qualcuno mi dicesse:
- Fermati, tutto è inutile. Ma dove vuoi andare? -
Che ne so, dove voglio andare.
Ma questa vita deve essere riempita sennò che vita è?
- Hai sessantuno anni, tira i remi in barca. -
Ma quali remi in barca? I remi te li do in testa! - penso indispettito rivolgendomi al mio inesistente interlocutore.
Difficilmente mi volgo indietro per vedere la mia vita fin qui vissuta. E' come se l'avessi rimossa, come se fosse inesistente.
Ieri mi sono imbattuto in un articolo che parlava del ROCE. Chi è costui? Ma certo, un indicatore economico!
Un acronimo che usavo quando lavoravo per una multinazionale ... ma non ricordo che caspita rappresenta e neanche che cavolo vuol dire! Ho smesso di lavorare per il sistema solo due anni fa! Ma è come se fossero trascorsi degli anni luce. Tutto rimosso.
Eppure quella vita l'ho vissuta, era la mia. Adesso mi sembra di qualcun altro.
In questa casa, troppo grande, vivo solo. Ho deciso di restringere i miei confini e trascorro il tempo in una stanza come se volessi essere un recluso. Il mondo fuori mi sembra troppo grande tanto che in certi momenti m'intimorisce, tanto grande così come l'immaginavo quando ero bambino.
Fuori, oltre la finestra, mi fanno compagnia i latrati di cani annoiati, il grido delle civette ed il miagolio della gatta Isadora perennemente affamata ed in cerca di carezze ...
Lontano, gli uomini rischiarano la notte  con le luci del paese. I fari delle macchine,  sempre più sporadiche, illuminano le strade immerse nella notte.
- Io ci sono, mondo ci sono! -
E' una notte invernale senza luna, fredda ma non gelida. Una notte in Sicilia, nella mia Sicilia dove ho deciso di tornare.
- Perché non esci? A cosa serve rimanere solo, t'intristisci. - dice il mio interlocutore inesistente, forse un fantasma.
Non ho paura dei fantasmi, so che sono sempre con me e spesso mi fanno compagnia.
Senza di loro non sarei me stesso.
- Non sono triste, sto bene così ... stranamente mi sentirei più solo se fossi in mezzo agli uomini. -
Io so perché questo accade: quando sono in compagnia degli altri esseri umani i fantasmi m'abbandonano, non li sento più. S'allontanano come se non volessero mischiarsi con altre compagnie.
Forse è meglio così, altrimenti non riuscirei a distinguere tra un interlocutore reale od irreale.
Guardo su, verso il cielo nero, spengo la luce della mia cella.
- Quante stelle! -
- Sì, sono tante. Miliardi, molti miliardi ... in tutte le galassie, in tutti gli universi. -
Qualche istante fa il mondo mi sembrava grande adesso anche lui è minuscolo.

- Ecco, quella è la via Lattea. - m'indicò una sera sul finire dell'estate il mio amico Gerolamo. Io avevo 9 anni e lui 16. Lo consideravo il mio fratello maggiore.
Eravamo a Gela su una collinetta dove, all'imbrunire, eravamo usi  andare a depredare un albero di gelsi bianchi. Mi aveva promesso che mi avrebbe insegnato qualcosa sulle stelle. Mia madre si fidava di lui.
- Cos'è? - domandai mentre mi sedevo su un masso.
- Un sentiero di stelle. -
- Ci si cammina su? -
- Un giorno, forse, quando saremo morti! -
Mi rincuorai perché pensai che la morte era qualcosa di remoto troppo lontana e che riguardava i vecchi non i bambini.
- Ma non si va in Paradiso od all'Inferno, dopo che s'è morti? -
- Sì, certo, il Paradiso è dove c'è la via Lattea. -
- ... e l'Inferno? -
- Dove non ci sono stelle, dove vedi il buio. -
- Ma all'Inferno non ci sono le fiamme eterne? -
- Sì, certo, ma sono fiamme invisibili che bruciano senza che le si vedano. -
Era indubbio che Gerolamo se la sapesse cavar bene ad improvvisare fandonie.

Mi scordai delle stelle e della via Lattea. Vissi senza ricordarmi di esse considerandole solo un ornamento, ignorandole.
Stasera però le cerco come se le stessi scoprendo per la prima volta. Le scruto con gli stessi occhi di quel bambino che più di cinquant'anni fa era seduto su un masso sulla collina nei pressi di Gela. Non so più distinguere la via Lattea.
- Se tu sapessi quanto è insignificante la Terra confusa fra tutti gli astri! Ai confini della nostra galassia non è nemmeno visibile. - mi dice il mio etereo compagno.
- Lo posso immaginare ed immaginandolo mi rendo conto quanto si è infinitesimamente piccoli e quanto lo sono stati pure tutti quegli uomini che hanno creduto di porsi al di sopra degli altri e per questo hanno fatto scorrere fiumi di sangue. -
Fuori il vento comincia a scuotere le chiome degli alberi. Sento il loro fruscio oltre i vetri. Vedo agitarsi gli ulivi secolari come se volessero svincolarsi dalla presa di quel maestrale notturno che vorrebbe ghermirli.
- E' come se fossimo sette miliardi e mezzo di microbi aggrappati ad una palla dall'equilibrio precario. Su di essa ci battiamo per il predominio sugli altri uomini utilizzando dei ideologie come i nazionalismi, superstizioni dogmatiche come le religioni o gli egoismi miopi come la sete di potere e di ricchezza. Tutti sentimenti che impediscono agli uomini di guardare le stelle poiché rimangono concentrati sul proprio ombelico. - commento ormai deciso ad inoltrarmi su un sentiero filosofico.
- Sono d'accordo, se si guardasse di più le stelle e si cercasse di comprendere quanto è breve la vita rispetto ai corpi celesti e quante velleitarie sono le nostre aspirazioni di gloria, forse l'umanità potrebbe prendere finalmente coscienza di chi se stessa e smetterebbe di crocifiggere il Cristo o di bruciare Giordano Bruno. Smetterebbe di corrompere con i suoi miasmi il pianeta che la ospita e lo rispetterebbe di più poiché rispetterebbe se stessa.-
Che lo spirito con cui ormai apertamente dialogo non sia un filosofo?
- Per compiere questa inversione di tendenza basterebbe rivolgere gli occhi al cielo? -
- No, non solo ... ma sarebbe già un inizio perché ci porterebbe senza alcun dubbio a concentrarsi sul nostro futuro e a distoglierci dall'attenzione ossessiva che abbiamo sul terreno su cui poggiano i nostri piedi ... perché, in definitiva, noi veniamo dalle Stelle ed alle Stelle torneremo. -
L'ho quasi dimenticata ma, sotto la scrivania, dorme Clio, una delle mie cagnette randagie. Si lamenta nel sonno, forse un incubo. Che non sia lei la mia interlocutrice? Magari lo spirito si nasconde dentro l'animale?
- Ma chi sei tu? -
- Gerolamo. -
Avrei dovuto aspettarmelo! Nella mente s'affollano mille domande ma riesco a dire solo:
- ... e già! -
Quando con la mia famiglia lasciammo Gela mi dimenticai di lui, del mio fratello maggiore adottivo, e delle stelle.
- Sei sulla via Lattea, adesso? -
Nessuno mi risponde ... forse è andato via, forse non avrei dovuto domandare.
Il vento ormai ha aumentato d'intensità come se, frustrato per non essere riuscito a sradicare gli ulivi, volesse adesso strappare dalle fondamenta la mia casa. Clio guaisce ancora e nel sonno mostra i canini.
Io resto davanti alla finestra a scrutare quei puntini nell'oscurità e così penso:
- Non è che la Terra sia grande o che l'Universo sia immenso ma sono io un essere piccolo piccolo, minuscolo. -
Sono perso nell'infinito e la mia vita non ha alcun significato se volessi giustificarla con le illusorie aspirazioni inventate dall'uomo. Secondo quei parametri ho ben poco di cui vantarmi.
La mia vita ha, invece, significato solo se ammetto di far parte di quel pulviscolo che, confuso ad altri ancora,  un giorno si ricongiungerà col cielo stellato. L'umiltà aiuta a giustificare la nostra esistenza non l'egocentrica superbia.
Ciao Gerolamo.