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martedì 31 marzo 2015

L'importanza d'essere mediocre.





L'osservai mentre con leggeri movimenti dirigeva il suo sguardo fuori, oltre i vetri della larga finestra. Dava l'impressione che seguisse il volo di qualcosa sopra i tetti di Roma.
Quella scena si ripeteva ogni giorno sempre dopo il pranzo mentre aspettava che gli venisse servito il caffè.
- Cosa fai, nonno? - chiesi.
- Niente. Guardo fuori. -
- Guardi cosa? -
... avevo nove anni.
- Fuori ... - certamente, si divertiva a darmi delle risposte smozzicate. Sapeva d'indispettirmi.
- Sì, lo so che guardi fuori ... ma perché non mi dici che cosa guardi? -
- Non guardo niente di speciale ... seguo delle linee. -
- Niente di speciale? Perché muovi la testa, allora? ... quali linee? -
- Muovo la testa? -
- Sì, muovi la testa. -
- Ah sì? Non me ne sono accorto. -
- Dai, nonno, smettila ... mi stai prendendo in giro? -
- Ma che dici? Io ti prendo in giro? Ma quando mai! -
- Dai Italo, smettila di far arrabbiare Italo. - disse mia nonna, servendo il caffè.
Sì, io porto lo stesso nome di mio nonno.
- Hai visto cos'ha detto tua nonna? Smettila di farti arrabbiare. -
- Ma che dici nonno? Io non mi faccio arrabbiare ma tu mi fai arrabbiare perché mi prendi in giro. -
- Veramente tua nonna parlava di te, ha detto Italo. -
- No, si rivolgeva a te ... a nonno Italo, non a me. -
- Ed allora perché ha detto Italo e non nonno Italo? -
- Perché è tua moglie e ti chiama per nome. Tu hai il mio stesso nome. -
- No, tu hai il mio stesso nome ... -
Sapevo che la schermaglia sarebbe andata avanti all'infinito e battei la ritirata dirigendomi nella mia stanza per rifugiarmi nella lettura d'un giornalino ... lasciai, però,  che il mio disappunto s'esprimesse con un rabbioso: Uffa!
- Hai ottant'anni e ti metti ad indispettire un ragazzino di nove anni ... ma ti sembra possibile? - chiese mia nonna.
Le labbra del vecchio si stirarono in un sorriso appena percettibile.
- Che ca'! - disse "che casa" in dialetto cremonese.


In realtà mio nonno e mia nonna non erano sposati.
Mia nonna lo era, ma con un altro ... sembra che fosse un giornalista.
S'incontrarono in un ospedale delle retrovie, mio nonno era ricoverato con una gamba rotta. Il suo SVA s'era capovolto in fase d'atterraggio. Senza contare il male fisico, il disappunto maggiore di quell'incidente glielo procurò la sua non partecipazione al volo su Vienna. Neanche la visita di Gabriele d'Annunzio riuscì a consolarlo. Il Vate si presentò davanti al suo letto armato d'un un mazzo di rose.
Mia nonna, che come molte donne della borghesia frequentava gli ospedali militari per portare conforto ai feriti, s'imbatté nel capezzale di quel giovane tenente cremonese dai baffetti tentatori ma dall'aria un po' sconsolata.
Dovette essere un colpo di fulmine ... erano entrambi giovani e belli e nell'intensità dei loro sguardi annegarono la guerra, l'ospedale militare, d'Annunzio ed il volo su Vienna.
Finito il conflitto mia nonna lasciò il marito e, portando con sé la loro figlia, andò a vivere col bel tenente, laureato, nel frattempo, in ingegneria alla Sorbona.
Erano gl'inizi degli anni venti ed una storia d'abbandono del tetto coniugale e di fuga per raggiungere il proprio innamorato non era ben giudicata dall'Italia benpensante.
I miei nonni cercarono di coronare il loro sogno d'amore con la nascita d'un figlio che morì dopo qualche giorno. 
Il secondo tentativo andò meglio: nacque mio padre che, ancora ben vivo e vegeto all'età di novanta anni, si diletta a brontolare come una vecchia locomotiva all'indirizzo dei nipoti.
I suoi genitori dovevano essere veramente innamorati per superare tutti i pregiudizi di quel periodo ed il destino sembrò riconoscere e rispettare quel sentimento coraggioso premiando mio nonno sul piano professionale e procurandogli quella prosperità che servì di riscatto all'ostracismo di cui la coppia era oggetto.
Ma ... ma arrivò la crisi del trentatré e nonno Italo, non accettando di dichiararsi fallito, pagò tutti i debiti della sua impresa edile, vendette le proprietà e tornò a fare l'ufficiale per l'Aviazione Militare. 
In famiglia nessuno m'ha raccontato di questi eventi, c'è sempre stata tanta discrezione e neanche mio padre ne ha parlato a noi figli.
Questa bella storia d'amore è sempre stata nascosta come se fosse da rimuovere dalle memorie ed io ne sono venuto a conoscenza per via traverse, fuori dall'ambito familiare ... strana la vita!
Mio padre, il brontolone, m'ha sempre taciuto la storia dell'incontro dei suoi genitori come se quella bella vicenda romantica fosse per lui un'onta ed io ... io non gli ho mai chiesto niente, rispettando il suo riserbo.
Sì, strana la vita! 
Gli eventi giovanili dei miei antenati li conosco a spezzoni e risiedono nella mia memoria come parti d'un vecchio affresco con così tante ampie parti scrostate che la fantasia è obbligata a ricostruire le scene non più rappresentate.
Io quindi, anche se li ho conosciuti vecchi e malati (mio nonno concluse la sua vita per metà paralizzato), mi piace ricordarli così ... in un ospedale da campo. 
Lui dentro delle lenzuola non proprio immacolate ma ben rasato e pettinato in attesa di lei. 
Eccola ... la bella dama! 
Arriva in compagnia d'una bambina che trascina svogliatamente un mazzo di fiori. 
Sorride al giovane ufficiale e la retina che scende dal cappellino le rende più malizioso lo scintillio degli occhi. I due si osservano, i loro sguardi s'allacciano e si stringono in un abbraccio talmente forte da renderli invincibili.


Sì, mio nonno, quando io nacqui, aveva già il corpo per metà paralizzato. 
Una mattina intorno al suo sessantesimo anno d'età, svegliandosi non riuscì più a muovere la parte sinistra del corpo.
Ischemia dissero i medici.
Al giorno d'oggi è possibile il recupero ed una certa riabilitazione, ma in quegli anni l'ictus te lo beccavi e te lo tenevi, punto e basta!
Se per la maggior parte degli umani un tale evento può significare una tragedia, per mio nonno rappresentò l'inizio d'un periodo che dovette apprezzare particolarmente. Forse è una mia interpretazione, ma ho sempre pensato che ciò che gl'interessasse maggiormente nella vita fosse il nutrimento del suo pensiero. Lui amava lasciarlo pascolare in praterie infinite che si perdevano nella letteratura, nella fisica, nella matematica, nella storia, nell'economia ... il suo era un pensiero anarchico ma rigoroso ed attento nell'esplorazione quando s'inoltrava in campi sconosciuti.
L'ictus gl'inibì  la parte sinistra del corpo ma non gli toccò né il cervello pensante né gli arti destri. Inoltre, ed era l'aspetto più importante, la sua condizione d'offeso dalla malattia richiedeva che lo si lasciasse in pace!
Passava tutta la giornata nel suo studio ben contento che nessuno lo disturbasse.
- Ma cosa studi, nonno? - chiesi un giorno, quand'ero undicenne, sbirciando fra i suoi fogli.
- Una soluzione per il moto perpetuo. -
- ??? -
- ... niente, solo un'utopia da vecchi rincitrulliti come me! -
- Tu non sei rincitrullito, nonno! -
- Lo sono e se per caso non lo sono, voglio che tutti lo credano ... perché così ho un vantaggio! -
- Quale vantaggio? -
- Posso dire ciò che voglio e nessuno, in primis tua nonna, vorrà controbattere quelle che possono essere considerate eccentricità d'un vecchio come me! -
In effetti malgrado che la loro lunga convivenza fosse iniziata in modo così romantico, i miei nonni si beccavano spesso e volentieri.
Mia nonna, che s'annoiava nella solitudine casalinga, quando poteva attizzava schermaglie.
Lui, che non amava i conflitti familiari, si barricava ancor di più nel suo antro a studiare il moto perpetuo od a scrivere storielle buffe.
La loro convivenza senile era l'unione di due solitudini che coesistevano in maniera indissolubile.
Certamente uno strano ménage in cui io, che per qualche mese ho vissuto con loro, mi beavo.
Infatti mia nonna (ottima cuoca, si chiamava Maddalena ma tutti la chiamavano Lena) mi rendeva felice con la sua cucina (ero un bambino grassottello!) e mio nonno mi faceva scoprire la mia indole sognatrice.
Inoltre adoravo le loro schermaglie verbali e mi divertivo alle loro spalle.
Si concludevano sempre con la ritirata di mio nonno che, attraversando il corridoio appoggiato al suo bastone, esclamava con la voce leggermente alterata:
- Per Dio, Lena! -
Il mio divertimento era anticipare mentalmente quelle tre parole e riuscivo a mormorarle sempre poco prima che mio nonno le dicesse.
"Per Dio" era la manifestazione massima del suo disappunto e non l'ho mai sentito alzare la voce né usare dei termini sconvenienti.


I diverbi fra i miei nonni, quindi, non erano vettori d'acredine ma servivano ad animare il silenzio di quell'appartamento in cui per lunghe ore riecheggiavano solamente i monotoni ticchettii delle pendole.
Vi fu però una scaramuccia le cui conseguenze perdurarono per svariati anni e che s'interruppero solo con l'aggravarsi della malattia di mio nonno e della sua dipartita.
L'oggetto della querelle era il caffè delle undici di mattina!
Onestamente non ho mai conosciuto quale fosse l'origine di quella discussione (che penso sia antecedente alla mia apparizione in questo mondo) ma il risultato fu che nonno Italo, quando non pioveva, alle undici in punto si metteva il cappello (sempre un Borsalino!) e si recava a prendere un caffè al bar di fronte! Infatti nonna Lena, per quanto la conobbi, fu sempre irremovibile e si rifiutò di preparare il caffè per quell'ora fatidica.
I miei nonni abitavano in via Nardini di fronte la scuola militare della Finanza ed il bar più vicino era il Giolitti di piazza Armellini.
Nonno Italo, trascinando la gamba e col braccio appeso ad una banda nera che gli cingeva il collo, avanzava ogni giorno lentamente ed inesorabilmente verso il suo caffè.
Nei mesi che risiedetti a Roma io l'accompagnavo standogli a fianco ed ogni giorno vivevo l'avventura d'attraversare la piazza senza che nessuna macchina ci travolgesse.
Al passaggio di quel ragazzetto con i pantaloni corti accompagnato da un signore con Borsalino e fortemente claudicate le autovetture miracolosamente s'arrestavano ... ed io avevo l'impressione d'essere al fianco d'un supereroe capace d'immobilizzare quei mostri nevrotici di latta.
Inoltre, ritenevo che mio nonno fosse qualcuno a cui naturalmente si dovesse portare del rispetto ... era stato pilota d'aereo da combattimento, e che diamine!
Dentro il  bar l'aspettava il suo amico Silvano Giolitti, proprietario della famosa catena dei bar della capitale ed anche lui vittima d'un ischemia e paralizzato a metà!
Il vecchio Giolitti era simpatico e scherzava in romanesco con mio nonno che conosceva un po' di dialetto perché adorava Cesare Pascarella e la sua "La scoperta dell'America".
Il cavalier Silvano un giorno mi chiese:
- Quale sport fai? -
- Un po' tutti. -
- E cosa ti piacerebbe fare? -
- Il pilota delle macchine. -
- Ti piacciono le gare? -
- Sì, quelle di formula 1. -
- Ingegner Italo, ma lei l'ha detto a suo nipote che anche noi facciamo le gare? -
I due patriarchi si scambiarono uno sguardo d'intesa.
- Quali gare? - chiesi.
- Seguici. -
Si alzarono appoggiandosi sul bastone e, trascinando entrambi la gamba paralizzata, s'avviarono verso il cortile che s'apriva sul retro del locale.
Una volta fuori si posizionarono contro il muro fra contenitori di bottiglie e scatole di cartone.
- Vai in fondo e dai il via, figliolo! -
Divertito ed al contempo un po' imbarazzato eseguii la richiesta.
- Pronti ... uno ... due ... tre ... via! -
A distanza d'anni io me la ricordo ancora quella gara ed i due vegliardi m'avrebbero quasi fatto pena se non li avessi visti ridere come dei matti mentre avanzavano trascinando le loro gambe malate.
Erano tornati bambini ... di fatto, avevano la mia età!
- L'hai lasciato vincere, ti ho visto, sai? - rimproverai a mio nonno mentre tornavamo a casa.
Lui mi rispose con un brontolio e poi aggiunse:
- Io ho il bastone migliore e poi non ho trovato giusto che tu facessi il tifo per me quando lui non aveva nessuno che lo incitasse! -
A tavola ci attendevano dei cannelloni ed un brasato di vitello che nonna Lena chiamava "estivo" perché, a suo avviso, era più leggero di quello invernale ma, in realtà, sarebbe stato considerato un piatto pesante in pieno gennaio anche in val Tellina!
L'anziana donna, che mangiava pochissimo, guardava silenziosa i suoi uomini saziarsi.
- Lo sai nonna cos'ha fatto il nonno? -
L'ottuagenario mi lanciò un'occhiata che raggelò ogni mio entusiasmo ed io non so cosa inventai ma riuscii a raccontare una storia insignificante che mia nonna prese per vera.
Mentre mio nonno attendeva il caffè lasciò  che il suo sguardo si disperdesse sui tetti di Roma.
- Stai seguendo le linee? - gli chiesi mentre facevo una pallottola di mollica col dito.
- Sì. -
- Poi, un giorno, insegni anche a me il gioco delle linee? -
- Sì, un giorno lo farò ... ma è un gioco da vecchi. -
Rimanemmo in silenzio ognuno col suo passatempo: lui con le linee ed io colla pallina di mollica.
Ad un tratto disse quasi distrattamente lasciando ancora vagare il suo sguardo oltre il finestrone:
- Forse è troppo presto per dirtelo ... ma non si sa mai ... forse un giorno sarà troppo tardi ... ecco, sappi che noi siamo una famiglia di mediocri! -
Il mio interesse per la bilia di mollica scemò improvvisamente.
- Cosa vuol dire mediocri? -
- Che non siamo né bravi, né incapaci; né geni, né stupidi; né intelligenti, né ottusi ... stiamo sempre nel mezzo ... mio nonno era un mediocre, come mio padre, tuo padre ed io stesso ... non siamo stati capaci di fare niente che sia veramente fuori dalla norma, ci siamo sempre persi ... ciò di per se stesso non è grave! L'umanità è fatta da persone come noi ... la sola cosa importante, sempre da ricordare, è che comunque ci si deve sforzare, nonostante i nostri limiti, di fare sempre del nostro meglio ... cercare d'essere un mediocre d'alto rango ... e non è ogni volta facile. -
- Ed io, nonno, anche io sono un mediocre? -
Lui non mi rispose, mi cercò con gli occhi, allungò il braccio e m'accarezzò sulla guancia.
Poi riprese a guardare fuori seguendo le linee immaginarie ma il suo sguardo era umido, commosso.


... ed io adesso sono qui, seduto in una terrasse d'un bistrot parigino sotto un fungo di latta che mi protegge dal freddo di questa ancor giovane primavera.
Caro nonno, nei dintorni di questa mia stessa età fosti colpito dall'ischemia ... guardo la gente camminare davanti a me.
Lo so che tu speravi che io non fossi un mediocre ... lo capii quando mio padre mi raccontò che ai piedi del tuo capezzale volesti uno schizzo su cartoncino che mi avrebbe dovuto rappresentare. Forse è l'ultima immagine che ti sei portato via con te. Io, allora, avevo sedici anni.
Lo eseguisti tu quel ritratto con un gessetto rosso.
Lo sai che ce l'ho ancora quel disegno? Non mi rassomiglia affatto ... ma che importa?
Purtroppo penso (ed alla soglia dei miei sessant'anni posso scriverlo con certezza) d'aver rispettato la tradizione della famiglia ... come dicesti tu non è un fatto grave ... però (e questo te lo posso giurare) ho fatto di tutto per dare il meglio di me stesso ... e penso che continuerò a farlo.
Alzo lo sguardo e lascio che vaghi fra i tetti delle case davanti a me ... io non saprò mai come giocavi con le linee!
Ma, per Dio, come facevi a seguirle?