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venerdì 15 agosto 2014

Io e Libertà


Giro la manopola ed il motore s'arrabbia perché lo faccio ruggire a vuoto. Ha ragione: è stato concepito per far rotear l'elica e non per far del frastuono! 
Osservo lo spruzzo d'acqua uscire dalla scatola che ingabbia gl'ingranaggi ... bene, il sistema di raffreddamento funziona. Abbasso i giri del motore ed innesto la marcia indietro. Scivolo fra le barche ed osservo il molo allontanarsi. Metto la marcia in avanti Facendo un'ampia curva e mi dirigo verso l'uscita del porticciolo. La prua della Libertà si alza pronta ad aggredire le ondine del mare d'agosto. Passo accanto alla minuscola casa color porpora su cui il fratello di Vitaliano Brancati  fece costruire una casa che divenne il rifugio dello scrittore. M'inchino allo Spirito dell'autore del "Paolo il caldo" e mentre la barca mi fa guadagnare il largo.
Il frastuono del fuoribordo accompagna quella passeggiata solitaria. Se quel ruggito, che adesso è divenuto rauco, continuerà costante vorrà dire che il motore funziona e mi riporterà indietro.
Il sole s'è alzato da poco ed i suoi raggi colorano l'orizzonte d'un colore giallognolo. Ben presto sentirò la loro carezza sulla pelle, dapprima saranno tiepidi poi sempre più caldi fino a diventare quasi cocenti. Come la mano d'una amante focosa. Per adesso lascio che la brezza fresca del mattino mi procuri dei tenui brividi, forse di piacere.
Respiro e lascio che i polmoni si riempiano di salsedine.
Il mare sotto la prua biancheggia.
Sulla sinistra s'estende la striscia di terra dove pallida s'intravvede giacere Noto ... sulla destra l'agglomerato di case di Portopalo e l'isolotto dominato dalla piazzaforte spagnola.
Dove vado?
Verso Noto ... un giorno andrò oltre, fino a Siracusa.
Libertà è un grosso gozzo di legno, un barcone L'ho fatto costruire otto anni fa. Da un carpentiere tunisino sposato con una siciliana. Un tipo strano, un po' scorbutico. Mi consegnò la barca senza calatafatura ed appena messa in acqua, disperato la vidi affondare come se fosse il Titanic.
Ci misi un po' a capire quanto complicato fosse possedere una barca in legno ma malgrado ciò ancora non riesco a condividere il piacere di coloro che possiedono delle imbarcazioni di vetroresina.
Io sono affezionato alla mia Libertà.
Cerco di renderla sempre bella e la vezzeggio come se fosse una bella donna. Ha bisogno di mille attenzioni. Lei è solida ed anche se non è veloce avanza in quel fazzoletto di mare come se fosse una regina indifferente a tutti quegli yacht e motoscafi di vetroresina con la linea aggressiva.
Io le voglio bene e lei ne vuole a me.
Inutile volermi convincere del contrario: Libertà ha un'anima!
Non costeggio l'ampio golfo della riserva di Vendicari ma seguo una rotta lineare e punto in direzione del promontorio mettendo la prua fra Noto ed Avola, così  facendo m'allontano dalla terraferma. 
Poi, cambio idea e mi riavvicino alla costa. M'approssimo verso l'isoletta di Vendicari, una briciola di terra rocciosa e sabbiosa perennemente percorsa dalle brezze marine.
Tengo la barra con la sinistra mentre con la mano destra accarezzo il bordo di grezza fattura della barca come se fosse un grosso mammifero.
Abbiamo un appuntamento io e Libertà.
Da qualche giorno non ci rechiamo all'incontro. Solo io e la mia barca sappiamo di cosa si tratta. Se oggi non dovessimo presentarci al rendez-vous avremmo pochi argomenti per giustificarci. Il mare è talmente calmo che pare fatto d'olio, giusto qualche increspatura.
Raggiungiamo l'isoletta e dopo aver disegnato una larga curva do la poppa alla terraferma e mi dirigo verso il largo, verso levante. Solo un gabbiano assiste a quella manovra. Ci guarda simulando indifferenza, appollaiato su un improbabile cartello piantato sul desolato isolotto dalla Forestale, deputata alla protezione di quella riserva.
Avvito la rondella che assicura la velocità costante del fuoribordo lascio la barra e mi alzo in piedi ... davanti a me il sole s'alza lentamente. L'aria si fa un po' più tiepida, forse si sta alzando in vento di levante, quello africano.
Dietro di noi la terra s'allontana ed i promontori s'assottigliano.
Lontana, sulla dritta si profila il disegno d'un veliero. La sagoma si delinea sempre di più, un vecchio veliero certamente ... in legno. Sento che Libertà è percorsa da un fremito.               
La mia barca prova un profondo rispetto per i velieri in legno. La sento curiosa e vorrebbe avvicinarsi per fare un inchino.
- La troveremo ed andremo a salutarla. Sta facendo rotta su Marzamemi, vicino al nostro porticciolo. - le do qualche pacca su fasciame per rassicurarla.
All'improvviso il fondo del mare diventa meno scuro e dalle profondità risale qualche riflesso verde. Siamo sulla secca. Stacco il contatto ed il motore, dopo aver borbottato, si spegne.
Solo il suono argentino dello sciabordio disturba la quiete. Delle piccole onde solleticano la pancia di Libertà.
Mi lascio cullare dal mare, mentre la mia barca mette la prua in direzione dell'anziano veliero che per avanzare s'ostina a raccoglie la leggera brezza con le vele dei due suoi alberi.
M'affaccio oltre il bordo e scruto in basso. Con la mano scuoto l'acqua. Arriveranno.
I raggi del sole rimbalzano sulla superficie ed impediscono di vedere oltre. Dalla stretta cambusa ricavata nella prua dell'imbarcazione fuoriesco un secchio con un fondo in vetro. Me lo sono costruito appositamente per meglio curiosare dalla barca il fondo del mare che in certi punti di quella secca può essere basso fino a dieci metri.
Eccoli che arrivano, sono centinaia ... ce ne sono molte di più, forse migliaia. Ma io non riesco a vederle tutte.
Sono delle meduse. In questo periodo dell'anno stazionano sempre su questa secca portate da una misteriosa corrente che fa il giro del Mediterraneo.
Lente e maestose, come velieri sottomarini dalle violacee trasparenze, risalgono dai fondali e circondano Libertà. Sembra quasi una festa, ben presto non ho più bisogno del mio secchio per vederle. Molte sfiorano con la loro cupola la superficie del mare. Danzano ed i loro movimenti sono come quelli delle odalische ma le movenze non possiedono alcuna sensualità, solo melanconia.
Chiunque s'allontanerebbe, ma io e Libertà sappiamo che non si tratta di semplici meduse ma di Spiriti, Spiriti del mare, del Mediterraneo.
Alcuni sono vecchi di migliaia d'anni, altri più recenti ... troppo recenti e provenienti dalle terre africane.
Io sono in contatto con uno fra i più anziani, rispettato da quella numerosa popolazione. Era stato un marinaio di Ulisse. Perì nella tempesta che affondò la nave del re di Itaca prima che lui giungesse nell'isola della ninfa Calypso. Anche lui come i suoi compagni aveva mangiato la carne del gregge di Helios ed era stato punito. Si chiama Ariarate e nacque in Cappadocia, un po' lontano da Itaca. L'anno scorso lui mi disse che Ulisse lo arruolò sotto le mura di Troia.
Lo riconosco per delle grosse macchie violacee che maculano la sua cupola.
Allungo la mano e tocco la testa gelatinosa, lui lascia fare.
Lo sento e lui sente me. Ci trasferiamo sensazioni.
E' di natura gioviale ed allegra ... per questo gode d'una certa reputazione fra la popolazione degli Spiriti. Riesce ad attenuare l'umore cupo dei suoi consimili da poco aggiuntisi alla comunità. La maggior parte fra essi hanno conosciuto una esistenza drammatica ed una fine tragica ... difficile d'essere allegri!
Eppure Ariarate riesce ad esserlo ed ogni tanto comincia a girare e gira come i danzatori dervisci ... gli altri lo osservano e si lasciano ammaliare.
Gli chiedo di danzare per me ed Ariarate comincia a roteare. La sua danza è magica perché attira su di sé tutti i pensieri tristi dei suoi simili.
Mi lascio ipnotizzare dalle sue giravolte che diventano sempre più vorticose.
Invece di svuotarsi la mia testa si riempie d'immagini ... gente disperata, su barconi, silenziosa, nel mezzo della notte, le onde alte, il fumo della stiva ed alcuni che affondano nell'acqua rapiti da una morte inattesa, il loro ultimo sguardo attonito alla superficie del mare che s'allontana insieme alla vita. Devono essere le cupe visioni degli ultimi Spiriti, gli ultimi arrivati.
Ariarate è una specie di terapeuta fra le meduse.
Continua a girare come una trottola e nuove immagini si sovrappongono alle prime ... bambini che ridono, lo sguardo d'una donna innamorata, il fiore in un campo in primavera, il vento che scuote le cime degli alberi, la carezza d'una madre, una passeggiata al calar del sole, il volo disordinato d'una farfalla, un pasto con i propri cari ... immagini di vita. Semplicemente la vita, quella senza affanni, quella che vorremmo tutti.
Ariarate è capace d'attrarre con la sua danza i tristi ricordi e sostituirli con quelli d'una esistenza serena.
Provo un subdola emozione che mi commuove ... sento la melanconia degli Spiriti.
Distolgo lo sguardo e lo dirigo verso l'orizzonte oltre il quale c'è l'Africa.
Sospiro ma, quasi per scuotermi, il mio gozzo beccheggia anche se non sollecitato da nessun moto ondoso.
Libertà ha ancora la sua prua in direzione del veliero che ormai, passandoci davanti, è alla nostra dritta. Sento che la mia imbarcazione smania.
-Ariarate, ti devo lasciare ... ho fatto una promessa a Libertà. Tornerò a salutarti prima del mio rientro in Francia ... te lo prometto ... tu ricomincerai il tuo giro per il Mediterraneo a raccogliere gli Spiriti poi ci vedremo il prossimo anno ... se tutto andrà bene. -
Le meduse s'allontano dall'imbarcazione. Schiaccio il pulsante dell'accensione. Svogliatamente il fuoribordo ricomincia il suo fracasso. Prima d'innestare la marcia controllo che tutte le meduse siano di nuovo affondate, non voglio certamente frullarle con la mia elica!
Dietro di noi lasciamo una scia spumosa. Guardo  il fondo del mare. I riflessi verdognoli svaniscono. Lasciamo la secca e sotto di noi c'è di nuovo il blu cupo degli abissi.
Il vento caldo m'avvolge mentre rifletto sugli Spiriti del Mediterraneo: vivono in branco, non sono solitari come quelli della terraferma.
Libertà è contenta e sembra andare più veloce del solito.
Il veliero ha ammainato le vele e deve navigare con la forza del motore.
Avvicinandoci ne distinguo meglio il colore: è blu ma certe sue linee sembrano essere dorate. Ha una prua acuminata come l'aculeo d'una vespa e mostra una linea elegante, quasi maestosa.
Anche se la mia imbarcazione possiede l'alterigia di chi ritiene d'avere nobili origini di fronte a quella presenza regale è travolta da una sentita ammirazione.
Forza Libertà, mia rozza cavalcatura lignea, andiamo ad inchinarci a chi si merita questo omaggio! Galoppa, galoppa!