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venerdì 11 luglio 2014

Angelina



Qualche anno fa andai a Buenos Aires per un mio viaggio di lavoro e lei mi venne a prendere all'aeroporto. Me la ricordo alta e col portamento fiero come quello d'una regina. Anzi quando la vidi camminare in mezzo alla folla pensai a lei come una grande nave da crociera ... la Queen Elisabeth quando entrava nel porto di New York.
- Sei bonito! - mi disse qualche giorno dopo quando la nostra storia prese avvio.
Diffido dei complimenti delle donne innamorate ... e come al solito mi schernii.
Le presi la mano e camminammo senza parlare nel Bosques de Palermo ...
- Tu sei bonita ... la più bonita del mondo! -
 Lei rise.
- Lo ero da giovane, quando entravo in un locale, sentivo tutti gli occhi su di me! -
- Ce li hai ancora gli occhi su di te ... non come se tu fossi un incrociatore, ma una nave ammiraglia! -
C'impiegai un po' prima di spiegarle il significato della similitudine. Parlavamo in italiano. Non parlo spagnolo.
Era metà maggio. L’autunno argentino mi sembrò la più bella delle stagioni.

Un giorno camminando per il quartiere latino di Parigi entrammo in una galleria d'arte. Era gestita da un italiano, uno di Bergamo che si vantava di conoscere il bel mondo di Parigi. Prese a chiedermi se conoscevo  monsieur X  o  monsieur Y  ...  no, non conoscevo nessuno ma facevo la faccia di chi avrebbe potuto conoscerli. L'intento di quella visita era di poter organizzare una mostra delle fotografie di Angelina che di mestiere fa la fotografa professionista.
Mentre il bergamasco mi parlava di monsieur Z una signora entrò nel negozio e tutta eccitata disse:
- Francesco (doveva essere il tipo), vieni c'è Chirac nel bistrot a fianco ... vieni che te lo faccio conoscere! -
Come si poteva perdere quell’occasione? Annoverare fra i suoi monsieur anche l'ex-presidente francese! La sua galleria di personaggi illustri ne sarebbe stata sicuramente impreziosita!
Uscì quasi correndo senza curarsi di noi. Angelina ed io rimanemmo soli nel negozio.
- Ti voglio. - mi disse guardandomi in maniera inequivocabile.
- Ma come qui? ... sii ragionevole possono tornare da un momento a l'altro! ... e poi proprio qui a fianco c'è Chirac! - cercai di sottrarmi, ma quando le argentine si mettono una cosa in testa!
Lo facemmo aprendo dei varchi nei nostri vestiti, appoggiati contro il bancone della galleria d'arte e nascosti da un cavalletto che reggeva una grande tela.
Dopo, lasciammo il negozio che rimase ancora deserto chissà per quanto ... 
Eravamo nell'ultima decade di giugno. Pioveva e quel tempo faceva tanto ricordare ottobre.

Una mattina mi svegliai presto (come al solito) e mi misi a navigare su Internet. Volevo curiosare se sulla rete trovavo le fotografie di Angelina che, immaginavo, avrebbero dovuto essere numerose. In effetti ne trovai tantissime. Il suo stile è inconfondibile e riesce a dare il suo carattere forte e deciso anche nelle foto dei cataloghi. Curiosai per un po' mentre bevevo il mio caffè fino a quando m'imbattei in una fotografia un po' datata d'una giovane con i lunghi capelli seduta su un tronco in una spiaggia assolata e ventosa. Cliccai sopra e sullo schermo apparvero decine istantanee di donne, per lo più erano bionde e nordiche. Ero capitato in un sito auto-celebrativo d'un signore argentino che ad un certo momento della propria vita aveva deciso d'andare a vivere in Scandinavia ... doveva essere stato un inveterato dongiovanni un po' esibizionista poiché aveva inserito in una sezione del suo sito tutte le donne che aveva avuto nella sua vita. Certo, cominciare da giovane a collezionare istantanee per mostrare i suoi trofei in età matura spiegava molto della psicologia del personaggio. Risalii tutte le conquiste del dongiovanni argentino ed ebbi l'impressione di trovarmi su una scalinata e di risalirla in contromano mentre un fiume di donne vi scendeva. Ma infine riuscii a mettere il piede sul primo gradino in cima e trovai lei la ragazza dai lunghi capelli.
Il collezionista sudamericano doveva essere un tipo preciso perché sotto ogni fotografia metteva una didascalia: si trattava dell'immagine della sua terza preda in ordine di tempo ed educatamente si scusava (coll'eventuale lettore, nella fattispecie io) perché aveva perso le fotografie della prima e della seconda. Dava però le generalità della ragazza sorridente: Angelina Martino, 17 anni.
- Che stai facendo? - mi chiese lei apparendo dietro le spalle arrivando direttamente dalla spiaggia bagnata dalle onde gonfiate dal vento.
- Ti guardo ... mi sarebbe tanto piaciuto essere io colui che ha fatto questa foto e ti giuro che dopo averti conosciuto non avrei più aggiunto nessun’altra nella lista. -
M'osservò dubbiosa e scrutò lo schermo sopra la mia spalla. Mi tolse gli occhiali da presbite, l’inforcò per capire meglio di cosa parlavo ... ...
- Ah, quello lì ... quello lì è uno stupido! ... uno stronzo! ... era un amico di mio fratello! -
Mi diedi un pizzicotto per calmare la gelosia che montava dentro di me ... perché gli stronzi arrivano sempre prima? Ero sicuro che se l'avessi avuto di fronte gli avrei spaccato la faccia a quello lì! Ma come si fa ad essere gelosi di cose accadute quarant'anni prima?
Era una domenica mattina di fine luglio. A Parigi finalmente cominciava a fare caldo.

Non dormimmo molto in quella notte siciliana. Avevamo organizzato una cena con gli amici che s’erano attardati ben oltre la mezzanotte.
Lei mi chiese d'andare a vedere l'alba in riva al mare. Nel breve viaggio fra Noto e la costa non parlammo. La strada era deserta ed io guidavo lentamente con i finestrini aperti, senza aria condizionata. L’aria umida e leggermente fresca entrando nell'abitacolo della macchina ci accarezzava i volti. Angelina aveva la sua macchina fotografica sopra le ginocchia. L’accarezzava con le sue dita lunghe come se fosse una bestiola da coccolare.
- Ti manca Bonita? – chiesi a proposito della cagnetta dal pelo lungo e grigio che le faceva compagnia nel suo appartamento-studio di Buenos Aires.
- Un po’. –
Posi la mia mano sulla sua.
- Mi dirai tu dove vuoi attendere l’alba. –
Arrivammo a Marzamemi e guidai lungo la strada che, costeggiando il mare portava a Portopalo.
- Va bene qui. –
Parcheggiai su uno slargo sabbioso. Una duna ci separava dal mare il cui rumore echeggiava nella notte col ritmo delle onde che morivano sulla spiaggia. Lasciammo la macchina per guardare il buio ed ascoltare da più da vicino il ruggito della risacca. Ci sedemmo sulla sabbia e le passai un braccio attorno le spalle. La mia testa era vuota, tutti i miei pensieri erano fuggiti. M’addormentai e lei vegliò su di me.
Mi scosse leggermente.
- Italo. – disse e nulla più.
Lontano, i primi raggi del sole come lame tagliavano il buio tracciando la linea dell’orizzonte. Sembrava che dalle Calabrie provenissero i bagliori d’un incendio.
- Ho freddo. – disse
- Scusa, mi sono addormentato. - la strinsi ancora di più e le massaggiai le braccia.
- Non fa niente … sei bonito quando dormi. –
- Smettila … se continui a ripeterlo, finirò col crederci eppoi lo so: io russo … proprio ieri qui è approdata una barca piena di poveri disgraziati che fuggivano dall’Africa. Dentro hanno trovato due bambini morti … -
Lei mi guarda, non capisce … certo, Angelina è argentina, cosa ne sa lei dei migranti?
- Questa è la mia terra. E’ qui che vorrei morire … prima però vorrei ancora fare, conoscere … vorrei imparare di più. Voglio incontrare ancora altri uomini e scrivere su di loro, narrare le loro storie. –
- Se questo è quello che ti piace, fallo. –
Il disco di fuoco ormai s’affacciava oltre la linea del mare ma la luce ancora non aveva finito la sua battaglia con le tenebre.
La guardai negli occhi. Il suo sguardo era sereno, limpido. Le diedi un bacio sulle labbra e mi dissi che anch'io avrei voluto essere saggio come lei.
- Lo farò … sì, lo farò … tu pensi che la morte attenderà? –
No, non rispose … cercò solo di consolarmi baciandomi sulla guancia.
- Ti voglio. - disse.
Benedetta donna!
Era una mattina di metà agosto. Il mare di Sicilia sembrava coperto da una distesa di topazi.

La giornata di visite m’aveva sfinito. Ai margini del deserto faceva caldo. Avevo deciso di compiere quel viaggio in Algeria perché i rapporti che mi giungevano davano un quadro piuttosto preoccupante ed il business non riusciva a decollare. Volevo rendermi conto di persona delle difficoltà … i francesi sono reticenti e non vanno volentieri nella loro ex-colonia. Ancora le cicatrici non sono del tutto chiuse. Non lo ammettono ma è così. Le nebbie di vecchi rancori e radicati pregiudizi non sono ancora svaporate ed aleggiano come vecchi fantasmi. In quanto italiano, io me ne fregavo: un problema di lavoro resta tale anche se si propone in terra magrebina.
Non riuscii a sottrarmi ai viaggi sui siti di produzione e mi condussero ai margini del deserto per visitare una cava di gesso ed una sconquassata fabbrica.
Mi fecero anche assistere a debita distanza all'esplosione di cariche per staccare il gesso dal fianco d’una collina. Dovetti anche sorbirmi negli accaldati locali della fabbrica un’improbabile presentazione con piani di sviluppo dalle crescite esponenziali ed assolutamente irrealistici.
Fui baciato ripetutamente dal capo contabile al quale raccontarono che io ero il grande capo della finanza parigina. L’appartenenza allo stesso settore scatenò tutto il suo affetto tanto che me lo trovai fra i piedi ad ogni evenienza. Quando ci fecero la foto ricordo, si mise al mio fianco e mi strinse la mano come se fossimo due capi di stato.
Solo il giorno dopo avrei potuto imbarcarmi sull’aereo che m’avrebbe riportato ad Algeri. Chiesi ai miei accompagnatori di dispensarmi della cena adducendo che dovevo rispondere a degli e-mail di Parigi.
Quando raggiunsi la camera d’albergo, non indugiai a spogliarmi ed a mettermi sotto la doccia. Solo dopo chiesi d’avere la linea per Parigi … il cellulare da Ghardaia (così si chiama quel luogo) non prendeva.
- Pronto Angelina, sono Italo … come va? –
- E’ morta mia zia! –
No, non fu il fresco del condizionatore che mi fece avere un brivido di freddo.
Sapevo quanto era attaccata a sua zia … la considerava quasi sua madre. Quand’era piccola aveva trascorso molto tempo con lei ed era stata quasi adottata. La zia non poteva avere figli.
L’anziana signora da qualche anno era stata attaccata dal morbo d’Alzheimer ed era accudita da una donna che l’assisteva prendendola a pensione. Mi parlava spesso di sua zia e della pena che le faceva adesso ch'era ammalata.
- Oh Dio Santo! Sapessi quanto mi dispiace! –
Ero più che dispiaciuto, ero annichilito per la mia impotenza e per la solitudine che doveva provare Angelina a Parigi, senza nessuno che la consolasse in un paese di cui disconosceva la lingua. Avrei potuto raggiungerla solo l’indomani quando sarei atterrato a Roissy col volo della sera. Mi sentii colpevole per quel viaggio di lavoro.
Rimasi lì al telefono con lei, e cercai di consolarla dicendo qualche parola gentile. Lei, dall'altro capo della linea, piangeva disperata.
Mi resi conto, per la prima volta, del sacrificio d’Angelina che aveva scelto di vivere con me. Capii anche quanto fossi egoista. Lei aveva dall'altra parte dell’oceano i suoi genitori anziani che adorava. Mi si chiuse lo stomaco mentre pensavo a come avrebbe potuto vivere altre cattive notizie.
Mentre ascoltavo i suoi singhiozzi lasciavo vagare il mio sguardo sulle pareti della stanza screpolate. Mi dissi che non si può chiedere a nessuno di lacerarsi dentro.
Eravamo nei primi giorni d’ottobre. Fuori un vento carico di sabbia del deserto spazzava Ghardaia.

Pioveva ed i tergicristalli con un movimento indolente raccoglievano le rare gocce che morivano sul parabrezza.
Angelina ed io non parlavamo dentro la macchina. Ogni parola sembrava inutile ed i nostri pensieri si proiettavano verso il futuro. Quasi sei mesi vissuti insieme, intensamente. Ad un certo punto una falla s’aprì nella mia testa e pian piano si svuotò … ero come un automa che registrava immagini e che si muoveva sull'impulso di stimoli elettrici. Avevo semplicemente smesso di pensare, forse per impedirmi di soffrire.
Parcheggiai la macchina nel sottosuolo dell’aeroporto.
Ci tenevamo la mano mentre l'ascensore ci trasportava al piano delle partenze.
Mi tenni un po’ discosto da lei mentre eseguiva il check-in. La guardai. Il cappotto che avevamo comprato assieme era elegante e lei lo portava magnificamente. Non le sarebbe servito a Buenos Aires dove l’estate era imminente. Sentendo il mio sguardo su di lei, si voltò e mi sorrise.
L’accompagnai al controllo dei passaporti. Prima d’oltrepassare la linea oltre la quale io non potevo accedere, si voltò mi diede un bacio ed al contempo m’accarezzò la guancia.
- Ciao. –
- Ciao. –
Tutto troppo complicato! Come gestire quel rapporto con genitori vecchi, figli, lavori diametralmente opposti, paesi e lingue straniere? … forse, molto semplicemente io non ne ero all'altezza.
La seguii con lo sguardo fino a quando si confuse fra la folla dei viaggiatori. Dritta sulla schiena e con un portamento fiero mi sembrò … sì, proprio la Queen Elisabeth: lei, l’ultima donna, inutile cercarne altre non avrebbero retto al confronto.
Sarei rimasto solo, forse per sempre … forse, era meglio così.
Solamente quando fui dentro l’ascensore singhiozzai.
Era un giorno di metà novembre. Quell'inverno sarebbe stato buio e freddo.