Translate

lunedì 16 giugno 2014

Sanzionato per aver chiesto di non chiudere la casa del Signore




No, questo racconto non è farina del mio sacco. Ho copiato una "lettera al direttore" rinunciando alla tentazione ispirarmi ad essa per scriverne una "short story", la storia non poteva essere raccontata meglio. L'ho raccolta in un giornale siracusano, con limitata distribuzione nella propria provincia. Non sapendo se l'autore dello scritto, un detenuto in via definitiva, volesse dare diffusione alla sua vicenda (immagino di sì, altrimenti non avrebbe chiesto al direttore della testata di diffonderla) ho cambiato i nomi ed i riferimenti geografici. Perché pubblico questa storia? Per dare una sbirciatina ad una dimensione di vita lontana e vicina al tempo stesso: quella dei detenuti. Non entro nel merito del sistema carcerario, non sono uno esperto e rischio di dire di banalità. Riportando questa lettera voglio fare giusto della cronaca. Il testo ha dovuto ricevere una spolverata d'editing ma ha lasciato la naturalezza narrativa dell'autore. Io ho aggiunto giusto qualche "punto a capo". Buona lettura.


<< Caro Direttore, chi le scrive è un detenuto recluso nel carcere di Augusta. Il mio nome è Giuseppe Falconiere, ho 65 anni e sono di gela. Nel carcere di Augusta mi ci hanno spedito per punizione. Ma la prego di ascoltare la mia storia. Io abito a Noto e sono stato arrestato per un vecchio definitivo, per un reato che risale a quando ero giovane e che, purtroppo, per guai commessi da ragazzo, sto scontando nella vecchiaia. Ero ristretto nella Casa Circondariale di Noto e per motivi incomprensibili mi hanno trasferito ad Augusta. E' Inutile girarci attorno: mi hanno fatto una malvagità. La decisione di allontanarmi dal carcere del mio paese l'hanno presa il direttore ed il comandante delle guardie. Questi due signori sono rigorosi nei confronti dei detenuti, in special modo nei riguardi degli anziani, che sono i meno protetti tra la popolazione carceraria.
La mia disavventura ha avuto inizio in un giorno stabilito in cui è consentito a tutti i detenuti di andare a Messa. Sono un credente e quel giorno, non ricordo adesso la data, mi sono recato alla cella adibita a chiesa. L'appuntato che era di servizio, stava chiudendo il cancello che in precedenza era tenuto sempre aperto. 
Mi sono avvicinato al sacerdote e gli ho chiesto: "Don Piero, perché l'appuntato sta chiudendo il cancello, quando la legge penitenziaria stabilisce che deve restare sempre aperto?". Il prete mi ha risposto dicendo: "Giuseppe, si è giusto quel che dici: si lascia sempre aperto perché questa è la casa del Signore".
L'appuntato, avendo sentito la conversazione intercorsa tra me ed il sacerdote, e andò a riferire tutto al comandante degli agenti della polizia penitenziaria. Poco dopo sopraggiungeva in chiesa il comandante che ha atteso che il sacerdote finisse di celebrare la funzione religiosa. poi, quando la Messa è finita, io mi sono avvicinato a don Piero per salutarlo e subito dopo mi sono incamminato verso la mia cella. Lungo il tragitto, sono stato fermato dal comandante delle guardie, che, con voce autoritaria e minacciosa, mi ha detto: "Salugi, si ricordi, che qui, comandiamo noi. Decidiamo noi se tenere il cancello della chiesa aperto o chiuso". 
Lui è andato per la sua strada, io per la mia. In cella, che dividevo con mio figlio, mentre stavo facendo un po' di caffè, è arrivato un appuntato, dicendomi: "Falconiere si prepari la roba e scenda al piano terra". Che dovevo fare? Ho raccattato i capi di vestiario e gli altri indumenti e sono sceso a piano terra. Mi ritrovai in una cella da solo e senza sapere il motivo per cui ero stato allontanato da mio figlio. Ho chiesto una spiegazione all'appuntato di quella sezione, il quale però non s'è degnato di darmela. E allora, con la bava alla bocca e l'ira che mi stava annebbiando la vista, ho iniziato a distruggere la cella. Riconosco che la mia è stata una reazione sbagliata, ma che altro dovevo fare? Come avrebbe dovuto comportarsi un anziano padre umiliato e costretto a staccarsi dal proprio figlio, di fronte all'abuso di potere che era stato commesso ai suoi danni sol perché si era permesso chiedere spiegazioni sui motivi che stavano alla base della decisione di chiudere il cancello della chiesa quando, per legge, deve stare sempre aperto? Io devo pagare il debito contratto tanti anni fa con la società, ma la Costituzione dice che la pena deve essere essere conforme ai principi di umanità. Non credo che la legge preveda e consenta ai responsabili della sicurezza del carcere l'abuso di potere. 
Guardi le confesso che sono stato al punto di fare una sciocchezza: di togliermi la vita. 
Il pensiero rivolto a mio figlio mi ha impedito di fare il gesto autolesionistico. Così ho chiesto d'essere visitato dallo psichiatra che, dopo aver sentito la mia storia, mi ha scritto una cura per stare sereno e tranquillo, in quanto, per la rabbia accumulata in quei giorni, non riuscivo a dormire e continuo ad avere delle crisi di panico. Per questi bravi agenti di Noto sono costretto a prendere un farmaco, sia la mattina che la sera, grazie al quale riesco a trascorrere tranquillo le mie giornate piene di pensieri carcerari. A Noto, però, continuano a trattenersi dalla mia libretta i soldi per i danni arrecati alla cella. Vivaddio, sono qui al carcere di Augusta, dove ho trovato compagni di cella splendidi che mi vogliono bene e non mi fanno mancare nulla e mi rispettano come fossi il loro padre. Lo confesso: anch'io li stimo, come fossero figli miei. >>