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venerdì 27 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 4



Abadan, Abadan! Finalmente erano arrivati!
All'aeroporto, un funzionario di polizia chiese al signor Picciollini se era vera l’età riportata sul suo passaporto. L'uomo era troppo stanco per rispondere. Il padre di Antonio, che era venuto all'aeroporto per accoglierli, rispose in sua vece ma  non riuscì a nascondere un sorriso.   
Usciti dall'edificio dell'aeroporto (poco più che un capannone) salirono sopra una grigia e cromata macchina americana. Ad Antonio sembrò gigantesca e certamente più bella delle macchine che vedeva in Sicilia. Come nei film.
La guidava l’autista di suo padre che si chiamava Assad.
Passarono accanto ad una raffineria. Ne costeggiarono il recinto per diversi chilometri.
- E’ la più grande del mondo. - disse suo padre, che poi aggiunse: - Come sei cresciuto! - e gli passò una mano fra i capelli.
Il signor Picciollini sospirò.
- A Teheran abbiamo avuto una brutta avventura. – disse il compagno di viaggio.
Il caldo era soffocante e a niente servivano i finestrini aperti che facevano entrare un’aria che stordiva.
-  Quale brutta avventura? – chiese il padre di Antonio.
Il signor Picciollini raccontò ciò che era accaduto a Samir.
- Sono delle bestie! – commentò il padre di Antonio alla fine della storia - Non diciamo niente a tua madre. - aggiunse.
Superata la gigantesca raffineria la strada s’infilava in una campagna sabbiosa piena di palmizi. I contadini erano abbigliati con sdrucite vesti che lasciavano scoperte le gambe e si proteggevano i capi con approssimati turbanti. Si muovevano lenti in quelle lande arse dal sole.
Dopo un’ampia curva costeggiarono una larga distesa d’acqua che scivolava lenta e maestosa sul letto del fiume. L'altra sponda era coperta da un fitto palmizio.
- Questo è lo Chatt-el-Arab. Si forma  dalla congiunzione del Tigri e dell’Eufrate. Sulla riva opposta c’è l’Iraq. Quindici giorni fa si sono intravisti dei carri armati! -
Il caldo gli aveva asciugato quasi tutta la saliva ma Antonio deglutì quel poco che gli restava.
Ben presto si distinse la linea leggermente arcuata di un ponte posato su larghi pilastri. Ad Antonio, che aveva visto solo quello che passava sul fiume Simeto, sembrò enorme.
- Ecco, il Karoon. Il ponte l’ha inaugurato lo Scià. Qua c’è stata una grande festa! – disse il padre.
Il ragazzino guardò le bandiere che garrivano sopra degli alti lampioni. Gli sbiaditi drappi, strapazzati dal vento caldo sembravano volersi sciogliere dalle corde e volare via.
- Tu l’hai visto lo Scià? – chiese Antonio al padre.
- No, sono restato a casa al fresco e a sentirmi un po’ di musica! Vedessi che bel registratore giapponese mi son comprato in Kuwait!… Hai avuto paura a Teheran ? –
Il ragazzino, guardando attraverso il finestrino un punto lontano, scosse la testa. Il padre lo abbracciò e gli diede un bacio fra i capelli.
Oltre il fiume, le palme si fecero sempre più rade lasciando il posto alle prime case dai tetti piatti. Erano abitazioni costruite con mattoni fatti di fango e paglia. Le finestre erano prive di vetri mentre le imposte e le porte, nelle case più pretenziose, erano verniciate con colori ormai sbiaditi dal sole feroce.
- Ecco Khorramshahr! - annunciò suo padre mentre la macchina avanzava nella periferia del paesone polveroso. Antonio notò la quantità di bambini che inondavano le strade. Al passaggio della grossa macchina americana s’animarono ancor di più ed alcuni,  la rincorsero gridando come degli ossessi. Anche le donne avvolte nei loro chador neri strillavano ma per rimproverarli. Antonio rimase impressionato da quelle figure nere ed esili che avanzavano con la maestosità delle regine. Gli parvero dei fantasmi che cercavano di muoversi con discrezione nelle vie invase dall'accecante luce.
- Ma non hanno caldo con quel coso nero? - chiese.
Entrarono nel quartiere ricco, abitato dagli europei e dai notabili locali. Le vie, pur sempre polverose, erano impreziosite da ampi giardini che circondavano le abitazioni ed oltre i muri di cinta, che mal nascondevano quel lusso ostentato, s’intravedevano alte e maestose palme cariche di datteri. Gli alberi inclinavano la scomposta chioma come per eseguire degli inchini. I loro tronchi sbucavano da verdi distese di prati all'inglese la cui cura, ostentazione di ricchezza, era una vera e propria bestemmia.
Ma i ricchi possono permettersi di bestemmiare.
Quasi quattordici anni più tardi, Khorramshahr e la più grande raffineria del mondo furono distrutte da un’assurda guerra.
Dicono che fu terribile e che quel conflitto fece due milioni di morti. Furono usati i gas e le armi chimiche ma nessuno se ne preoccupò nei paesi occidentali. 
Il mercanti d'armi s'arricchirono e Saddam Hussein venne armato e reso potente. 
Mentre la macchina americana attraversava quelle strade battute dai venti nessuno degli occupanti avrebbe mai potuto immaginare che quei luoghi avrebbero ospitato l'inferno.
L'aria calda continuava ad entrare dai finestrini. 
Antonio, stordito, guardava le vie rese polverose dalla sabbia del deserto.
Pensò a Samir. No, non l'avrebbe più rivisto.
Sì, la sua Sicilia era lontana, tanto lontana.