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giovedì 26 giugno 2014

Il marinaio di Sciraz - 3



Il controllo di polizia fu inevitabile.
Antonio si sentiva stordito ma non sapeva se per la fatica o per tutti i racconti che aveva sentito sul meraviglioso paese. Samir, invece, era eccitato per la felicità di poter camminare di nuovo sulla sua terra dopo due anni d’assenza. Il signor Picciollini, mentre, aveva una faccia su cui sembrava essere passato sopra un carrarmato.
Strascicando i piedi insieme agli altri viaggiatori, si misero in fila in attesa del controllo. Non dovettero attendere molto perché erano fra i primi. Samir era davanti ai due italiani.
Quando venne il suo turno mise sul basso bancone il suo bagaglio e con un sorriso, che mostrava tutta la sua felicità, consegnò il suo passaporto ad un addetto. Un poliziotto dalla divisa sgualcita cominciò a frugare dentro la valigia del marinaio. Ogni tanto interrompeva il lavoro di controllo per porre qualche domanda. Samir rispondeva mantenendo il suo sorriso mentre gli occhi continuavano ad esprimere felicità.
Antonio notò che l’addetto ai passaporti stava consultando un elenco svogliatamente.
Di colpo il suo volto si fece duro ed attento. Riesaminò più volte il passaporto e poi con un cenno della mano richiamò l’attenzione di due poliziotti che, in un angolo, guardavano con aria annoiata i viaggiatori in arrivo. Impiegarono qualche secondo prima di accorgersi che il richiamo del loro collega. Si svegliarono di soprassalto dal loro torpore ed allontanandosi dal muro su cui erano appoggiati e si misero dietro Samir.
Il marinaio di Sciraz non si era accorto della manovra e continuava a guardare il lavoro del poliziotto che frugava fra i suoi vestiti. L’addetto dei passaporti s’avvicinò a Samir e gli domandò qualcosa. Il giovane rispose gentilmente mal comprendendo i modi bruschi del suo interlocutore. Gli furono rivolte altre domande ed ad ognuna di esse l’espressione felice negli occhi di Samir s’affievoliva fino a scomparire del tutto lasciando il posto alla preoccupazione ed allo smarrimento.
Di colpo i due poliziotti che erano dietro le sue spalle lo afferrarono per le braccia. Il giovane li guardò con aria terrorizzata mentre, su ordine dell’addetto ai passaporti, cercavano di portarlo via. Il marinaio, privo di forze per la sorpresa, si lasciò trascinare.
Fatto appena qualche passo si voltò per guardare Antonio. Per tutto il viaggio gli aveva parlato della bellezza del suo paese! Ed ora che stava succedendo?
I suoi guardiani interpretarono quel semplice gesto come una reazione all'arresto. Brandirono i loro manganelli che pendevano ai loro fianchi, si arrestarono e lo colpirono alla schiena all'altezza dei reni. L’urlo di una passeggera spaventata risuonò nell'ampio androne.
Ma Samir con una energia improvvisa e malgrado il dolore riuscì a svincolarsi ma non per scappare ma bensì solo per liberarsi della presa dei suoi guardiani. Forse fu il suo sbaglio.
I due poliziotti inferociti incominciarono a tempestarlo a colpi di manganello ed uno, quello che aveva l’aria più addormentata, gli assestò un calcio nel bassoventre. Il giovane si piegò su se stesso ed il poliziotto più cattivo, prendendolo per la nuca, gli scagliò la testa contro lo spigolo del bancone del controllo bagagli. I passeggeri sentirono distintamente il colpo sordo risuonare.
Il marinaio di Sciraz s’accasciò per terra mentre un largo taglio sulla fronte, poco sopra gli occhi dalle lunghe ciglia, si tingeva di un rosso vivo.
I poliziotti lo presero sotto le braccia e lo trascinarono via ormai inanime. La ferita sanguinava copiosamente e lasciò sul pavimento di marmo una traccia di punti scarlatti.
La scena di violenza aveva reso tutti i passeggeri degli muti spettatori ammutoliti di quel violento incubo.
Antonio aveva gli occhi sbarrati per il terrore. Riuscì solo a chiedere al suo accompagnatore:
- Ma perché? Perché?-
 Il signor Picciollini deglutì senza esser capace di rispondergli.

Erano dentro il ventre d'un quadrimotore con l'estremità delle pale dipinte di giallo. Girando disegnavano dei cerchi di un colore sbiadito.
L'apparecchio, già appartenuto ad una compagnia americana, era stato venduto alla Iran Air ma ancora non era stato ridipinto. Avrebbe fatto diversi scali ed uno di questi era Abadan, la loro meta.
Occupavano dei posti appena oltre la metà della fila di destra ed il rumore era assordante. Poco di fronte a loro sedeva un folto gruppo di americani certamente impiegati di qualche compagnia petrolifera. Uno di loro, con un grosso ventre, forse il capo di quella comitiva, sudava copiosamente. Dopo appena mezz'ora aveva già ordinato tre whisky con ghiaccio.
- Sporchi ubriaconi! - disse il signor Picciollini.
Antonio aveva mal riposato su un sedile di marmo all'aeroporto di Teheran. Davanti gli occhi scorrevano ancora le immagini dell’inspiegabile pestaggio di Samir. Per la prima volta nella sua vita aveva assistito ad una scena di violenza, ben diverse da quelle che erano proiettate nei film. Quella volta il sangue era vero, terribilmente vero. Rimase a lungo in silenzio guardando con occhi spiritati i suoi piedi dondolare sotto il sedile.
Non volavano molto alti. 
Il paesaggio roccioso si colorava sempre più d’ocra ad ogni chilometro che l’aereo guadagnava.  Nella prima ora di volo avevano sorvolato campagne verdi e su cui erano disseminate palme che, all'inizio come delle intruse si mescolavano ad altra vegetazione, ma poi, sempre più divennero regine del territorio. Ma dopo un po' anche i palmizi si diradarono mettendo in mostra la nuda roccia coperta da strati d’erba che due mesi prima doveva essere ancora verde. E per la prima volta, Antonio vide il deserto, forse era lo stesso che aveva attraversato Samir.
Atterrarono nel grigio aeroporto di Isfahan e, prima che l’aereo si posasse sul caldo cemento, Antonio vide le cupole e le strette torri  delle moschee. Avrebbe apprezzato quello spettacolo in un’altra occasione. Tutto era obnubilato ed il ragazzo provava solo indifferenza su tutto ciò che lo circondava.
Sciraz, dov’era?
Lo chiese al signor Picciollini.
- A sud, molto più a sud. E’ lo scalo dopo Abadan. -
Per ragioni di sicurezza li fecero sbarcare durante il rifornimento. Quando risalirono sull'aereo notarono che una comitiva di americani aveva lasciato il posto ad un’altra.
Il quadrimotore ripartì e sembrò faticare, anche lui prostrato come il ragazzino.
Poco appena una mezz'ora dal decollo Antonio osservò affascinato degli enormi  incendi che bruciavano nel bel mezzo di un paesaggio desertico. L’inferno se l’immaginava proprio così.
- Cosa sono? -
Il signor Picciollini s’avvicinò al finestrino. La sua folta capigliatura bagnata per il sudore gli s’incollava alla fronte.
- E’ gas, sono pozzi di gas che bruciano. -
- Perché? -
Picciollini lo guardò stupito come se gli  fosse rivolta la domanda più ovvia del mondo.
- Perché il gas non serve a niente. E’ pericoloso. Sotto c’è il petrolio. -
Certo un spiegazione del genere data oggigiorno potrebbe produrre reazioni smodate d'ilarità ... ma si era nel 67!
Antonio pensò che Samir, la notte prima, non gli aveva parlato di quegl’immensi falò.
Guardò il volto del suo accompagnatore che da due giorni non si rasava. La peluria che s’intravedeva non gli dava un'aria più matura ma quella di un adolescente i cui ormoni cominciavano a manifestarsi. 
Pensò alla scommessa fatta col giovane iraniano: rivedersi dopo vent'anni!
S’addormentò.
Sognò qualcosa di confuso ma che non lasciò nessuna traccia nella sua memoria se non la sensazione che quello era il suo ultimo sonno da bambino.
Forse sognò il marinaio di Sciraz a caccia d’antilopi.