Translate

mercoledì 30 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXVIII



XXVIII – La Guerra d’Olanda


Al grido "li francisi, li francisi" l'intera popolazione di Agosta si riversò sulle strade in preda al panico. I monelli, a bande, correvano verso le zone della piazzaforte da cui era meglio possibile rimirare quella nutrita flotta. Le madri disperate li cercavano, e le loro urla riuscivano a sovrastare anche il rombo dei cannoni.
Intanto torre Avalo, costruzione fortificata a guardia dell'ingresso della baia di ponente, era stata attaccata con determinazione da alcune galere che la sottoposero ad un massiccio bombardamento. A poppa della prima linea dei navigli attaccanti scivolarono fuori, come animali predatori, diverse galeazze e la vecchia caracca ammiraglia. Fecero rotta al centro della baia pronte a porre sotto cannoneggiamento i forti Garzia e Vittoria, due solitarie, piccole ed inefficienti fortificazioni destinate ben presto a capitolare.
Comandava quella spedizione Louis-Victor de Rochechouart duca de Mortemart e de Vivonne, da poco nominato Maresciallo di Francia. Il nobiluomo, tormentandosi con le dita la punta dei baffi, assisteva sopra il castello dell’imponente caracca allo svolgersi dell'attacco.
Il suo attendente gli aveva procurato una comoda sedia su cui s'agitava come se si trovasse sul coperchio d’una pignatta colma d'acqua bollente. Con un fazzoletto si tergeva il sudore che gl’imperlava la fronte e il collo. La brezza marina, mentre erano in navigazione, aveva stemperato la calura estiva ma adesso che erano ormeggiati il caldo l’opprimeva nuovamente. Quel maledetto caldo lo sfiancava!
Gli era stato assicurato che la resistenza di torre Avalo sarebbe stata solo formale e invece ancora non si riusciva a espugnarla. In ogni caso era meglio rompere gl’indugi ed evitare qualsiasi rischio. Quella torre poteva procurare seri problemi!
Domandò che fosse convocato Anne-Hilarion de Cotentin, conte di Tourville. Dopo meno di un quarto d'ora l'uomo d'arme si presentò al Maresciallo con un profondo inchino. De Vivonne squadrò quella figura massiccia dal volto dominato da un prominente naso e dalla bocca carnosa. Una bianca cicatrice, ricordo della spedizione di Candia, gli attraversava il sopracciglio sinistro.
Il comandande della flotta indicò la torre bassa e rotonda avvolta dal fumo bianco delle salve di cannone ed ordinò:
- Je veux voir le pavillon blanc arborer sur la tour Avalo. – poi, rivolgendosi al suo attendente - Un verre d'eau! Cette ile me fera mourir de soif! -

Don Emanuele Rincon d'Astorga era stato trasportato nel suo palazzetto. Suo figlio gli era accanto.
- Per carità di Dio! Chiedi a quelle donne di smettere di piangere che ancora morto non sono! La ferita è superficiale, mi ha fatto perdere solo molto sangue. Devo stare a riposo! -
Cesare pregò sua madre, la cognata e la serva d'allontanarsi o almeno di non far sentire i loro lamenti, poiché la ferita non era preoccupante. Un servo lo avvertì che la Porta Nuova era stata chiusa dai soldati e che non si poteva né entrare né uscire da Agosta.
Ritornò al capezzale del padre.
- Padre, devo però trovare la maniera per portarvi via di qui insieme a mia madre. Fra poco li francisi cominceranno a bombardare la piazzaforte e Agosta non sarà più un luogo sicuro. Voi non avete visto con quante navi sono arrivati! Quei maledetti sono proprio intenzionati a volerla conquistare! -
- L'avrebbero conquistata lo stesso anche se fossero venuti con una sola feluga, caro figliuolo! -
- E come avrebbero potuto, con i cannoni di torre Avalo, dei forti Garzia e Vittoria, del castello? -
- Comprando gli spagnoli, come in effetti hanno fatto! -
- Perché tutte queste navi, allora? -
- Per apparire forti e potenti agli occhi dei siciliani. E per intimidire tutti i paesi vicini. In questo momento tutti gli abitanti di Mililli stanno osservando l'attacco. La notizia dell’arrivo di questa flotta imponente farà il giro della Sicilia. -
- Padre, ma chi fu pagato? Anche il governatore? -
- Non lo so con certezza, forse anche lui. Già l'uffiziale de Boisset mi aveva messo sull'avviso, ma la conferma e le prove definitive l'abbiamo avute poc'anzi da quella spia vastasa di Michele che per conto dei messinesi pagò gli spagnoli. -
- Quel maledetto uccise anche zu Peppe! Ne sono sicuro. -
- Lo vendicasti, figliuolo. -
Cesare fece un cenno d'assenso con la testa, poi si recò presso la finestra per osservare cosa stava accadendo nella baia di ponente.
Le navi avevano ormai invaso la rada ed alcune stavano gettando l'ancora. Le galere che erano più prossime ai forti Garzia e Vittoria cominciarono a cannoneggiarli. Il frastuono rimbombava nelle strade della piazzaforte.
Come eccitate in un giorno di festa, le rondini presero a sfrecciare nel cielo e i loro garriti si frammischiavano con i sordi rombi dei cannoni.
Proprio di fronte al convento dei domenicani presero la fonda le galere più grosse e la caracca ammiraglia. Trascorse un po’ e, dopo complicate manovre, le navi mostrarono le loro alte muraglie. I boccaporti si aprirono e si distinsero i neri e orribili orifizi dei cannoni. La prima salve esplose terrificante e i proietti caddero fra le abitazioni sollevando polvere e terrore. Quando si diradarono i fumi di quelle prime bordate, grida atterrite s‘udirono dappertutto. Il silenzio tornò quando le bocche di fuoco francesi ripresero a cannoneggiare.
Cesare gridò:
- Padre, dobbiamo rifugiarci nel castello. Quelli ci uccidono tutti!  -

Il Maresciallo de Vivonne si schermò gli occhi con la mano per proteggersi dal sole. Ogni qual volta le batterie tuonavano l'attempata caracca subiva un contraccolpo che la faceva dolcemente dondolare come la culla d’un bambino. A folate, l'odore di cordite insieme a denso fumo saliva dalle muraglie, invadendo la coperta e il castello di poppa. Quell'odore l’eccitava.
- La longue-vue. -
L'attendente si premurò di porgergli il cannocchiale. Lo puntò sulle scialuppe d'assalto affidate al comando di de Teurville.
Pensò che ben avesse fatto a portarsi con sé quell'uomo il cui coraggio e perizia nelle battaglie erano fuori discussione.
Gli era doppiamente utile poiché poteva utilizzarlo per risolvergli le imprese più rischiose e al contempo per mantenere buoni rapporti con Colbert. Il conte era, infatti, un protetto del primo ministro a cui inviava con regolarità dei rapporti sull'andamento della spedizione in Sicilia.
Ma quando sarebbe tramontato quel sole infuocato?
Ormai diverse scialuppe erano approdate sugli scogli attorno a torre Avalo e i marinai avanzavano strisciando per evitare i proietti degli archibugi. Furono lanciate delle granate contro le feritoie.
De Vivonne si disse che qualsiasi azione condotta da de Teurville, se avesse ottenuto buoni risultati, gli avrebbe procurato lustro, altrimenti la responsabilità di un fallimento sarebbe stata attribuita al suo battagliero comandante. Che diamine! Per divenire Maresciallo di Francia bisogna pur esser capaci di fare questi calcoli!
Puntò il cannocchiale sulla sua sinistra per meglio controllare come procedeva la presa dei due piccoli forti in mezzo al mare. Il vice ammiraglio Duquesne aveva fatto un buon lavoro, in mezzo al fumo le bandiere bianche già sventolavano dalle roccaforti.
De Vivonne riuscì a distinguere i volti sudati e sporchi degli sconfitti. Non avevano combattuto molto… del resto era tutto previsto! Il vice ammiraglio aveva ordito una congiura e parecchi comandanti nemici erano stati pagati. Il denaro avrebbe dovuto indurli a essere meno aggressivi. Da più di un anno il piano era stato approntato… un buon elemento quel Duquesne… avrebbe potuto fare maggiore carriera, peccato che fosse protestante!
Invece presso la torre Avalo ancora si combatteva. La faccenda cominciava a divenire preoccupante. Il comandante della guarnigione nemica aveva avuto dei ripensamenti nonostante le onze ricevute?
- Ma feleuche! -
La feluga del Maresciallo fu accostata alla caracca.
Mentre scendeva le alte murate della vetusta nave ammiraglia, De Vivonne si chiese quando gli avrebbero inviato il nuovo galeone promessogli da Colbert in persona.
- Maudite epaule! - esclamò per il dolore che gli procurava la spalla offesa ben tre anni prima da una palla d'archibugio mentre guadava il Reno sul suo cavallo Jean le Blanc.
Salì a bordo della veloce feluga e ordinò d'approssimarsi all'ostinata torre. Voleva vedere meglio ciò che vi accadeva. Quella resistenza lo contrariò, poiché era partito da Messina con la convinzione che la presa di Agosta sarebbe stata poco più che un viaggio di piacere. Il futuro gli avrebbe riservato seri problemi quando si sarebbe dovuto cimentare con la presa di Catania e di Siracusa, molto più agguerrite e meglio fortificate di quella piccola piazzaforte.
Ma avrebbe dovuto conquistare anche quelle città? Da Parigi il denaro per proseguire quella campagna affluiva sempre meno, inoltre ancora non aveva compreso quanto davvero Colbert e il sovrano credessero in quella spedizione siciliana. Era un diversivo o il vero obiettivo dell'espansione francese? Qualcosa gli diceva che la Francia fosse in Sicilia solo per far un dispetto alla Spagna…
Quel pensiero lo incupì ancor di più. Meglio non compromettersi con azioni guerresche troppo audaci e portare avanti una politica prudente senza prendere in carico rischi eccessivi!
Finalmente dall'asta che sovrastava la torre fu issata la bandiera bianca. Guardò soddisfatto la guarnigione uscire con le mani alzate dalla fortificazione. Si compiacque quando osservò i soldati nemici salire a calci e spintoni sopra le scialuppe.
- Cessez de cannoner! Preparez le débarquement! -
Che maledetto caldo in questa polverosa isola!

L'intera popolazione di Agosta s'era riversata fuori dalle case e s'accalcava lungo la strada mastra che conduceva alla Porta Nuova, l'unica via d‘uscita dalla piazzaforte.
- Presto, presto fuggiamo prima dell'arrivo de li francisi! - era il grido più ricorrente.
Non solo le cannonate terrorizzavano tutta quella gente ma anche la voce, sempre più confermata, sulle abitudini della soldataglia francese che violava le donne e sopprimeva le creature.
Facevano parte di quell’accozzaglia sia i nobili che i borghesi, gli artigiani, i servi e pure i villani che avevano avuto la ventura di recarsi nella piazzaforte in quel giorno disgraziato.
Cesare Rincon d'Astorga reggeva il padre assieme a un vecchio servo fedele. Li seguivano, con delle bisacce colme di masserizie raccolte in fretta e furia, la madre e la cognata accompagnate da due serve della casa. La nobile famiglia aveva deciso di lasciare il palazzetto quando un proietto francese esplose con gran fragore nel cortiglio interno uccidendo due cavalli che erano fuggiti dalle stalle per lo spavento procurato dalle esplosioni.
La folla era così fitta che era impossibile avanzare con celerità, inoltre la ferita del Regio Secreto aveva ripreso a sanguinare copiosamente. Si diressero verso il castello per rifugiarsi dentro le sue mura.
Il drappello stava per attraversare il ponte levatoio quando i due pesanti portali dell'ingresso cominciarono a chiudersi.
- Fermi, che dobbiamo entrare. Siamo i Rincon d'Astorga! -
Nessuno all'interno del castello sembrò dar retta a quel grido. Cesare affidò il padre all'anziano servo e corse dentro la piazzadarmi prima che le pesanti porte fossero del tutto chiuse. Sguainò la spada e la puntò dritta al collo di uno dei soldati che insieme ad altri era in procinto di spingere i pesanti portali.
- Aprite subito, se non volete che sgozzi come un maiale il vostro compagno! - la responsabilità di mettere in salvo la propria famiglia fece nascere in lui un’aggressività che non credeva di possedere.
Il soldato, pallido come un cencio, balbettando provò a dire:
- Don Cesare, non mi uccidete! Ricevemmo l'ordine di chiudere il castello e di non far entrare chicchessia! -
- Chi vi ordinò ciò? -
- Il castellano: don Pedro Gomez de Arce. -
- Chiamatelo! Gli parlerò! -
Subito uno dei soldati, addetto al portone, corse all'interno del castello e scomparve in uno degli ingressi che s'affacciavano sul cortile. Non trascorse molto e ne uscì seguito da don Pedro accompagnato da quattro soldati armati di alabarde. Cesare abbassò la punta della sua lama dalla gola del soldato solo quando il castellano, con la sua gorgiera poco inamidata, s'approssimò a lui.
- Ci faccia entrare. -
- Impossibile! I civili non possono essere introdotti dentro il castello, ostacolerebbero la difesa! Siete in troppi! - il castellano indicò la folla che seguendo la nobile famiglia aveva ritenuto opportuno rifugiarsi anch'essa dentro il castello.
Cesare si voltò sorpreso nel vedere tutto quel seguito.
- Fate entrare almeno mio padre e mia madre. Mio padre è ferito. Lui è il Regio Secreto e barone e... -
- Non dargli troppa importanza, figliuolo, i Rincon d'Astorga entrano dove vogliono. Non pregano! - don Emanuele, pallido e ansimante, appoggiandosi al servo s'era affiancato al figlio. La prostrazione fisica non aveva ancora raffreddato la sua arroganza.
Il castellano s'infiammò e, rosso per la rabbia e per l'umiliazione repressa durante tanti mesi di silenzio e tradimenti coniugali, con voce strozzata gridò:
- Non è vero che ai Rincon d'Astorga è permessa ogni cosa! Arrestateli! – subito le guardie al seguito di don Pedro, minacciandoli con la punta delle alabarde, spinsero il Regio Secreto e suo figlio contro una parete.
Un boato improvviso scosse le spesse mura del castello terrorizzando i presenti. Una violenta pioggia di pietre, calcinacci e pezzi di legno ricadde dal cielo dopo essersi levata dalla santa barbara.
Le polveri erano esplose e non si seppe mai se per opera d’una palla di cannone francese o per mano di traditore[1]. Una nube densa avvolse gli astanti e  molti si gettarono al suolo. Anche i francesi, che erano in procinto di sbarcare nei pressi del caricatoio, furono impressionati dal fragore di quel boato. A quel terribile scoppio seguì un silenzio di morte accompagnato dopo non molto dai lamenti e dalle grida strazianti dei feriti.
Cesare guardò con orrore l'ombra gemente che uscì barcollando dalla fitta nube. Era senza un braccio e aveva parte del viso orrendamente sfigurato.
- Presto, andiamo nelle segrete. Lì saremo più protetti. - gli suggerì il padre.
Il giovane cercò la madre, la cognata, le serve e le esortò a seguirlo.
- Fermo! Dove credi d’andare? - il castellano, coperto di polvere e bianco come se fosse uscito da un molino, l’affrontò puntandogli al petto un’acuminata alabarda.
L'istinto suggerì a Cesare Rincon d‘Astorga come reagire. Con il braccio destro scansò l'arma di don Pedro e con mossa fulminea affondò la sua spada contro il rivale. Lo colpì in pieno petto: la lama gli spaccò il cuore. Il castellano cadde riverso e il giovane gli osservò il viso.
Gli occhi guardavano il cielo e la bocca aperta sembrava in procinto di gridare per la sorpresa.
- Presto, presto! - lo esortò il padre scuotendogli il braccio.
La famiglia del Regio Secreto trovò l'ingresso delle prigioni e seguita da un codazzo di gente terrorizzata vi si rifugiò.
Dentro i prigionieri, tutti inquisiti da padre Alberto, gridavano come ossessi. S'intravvedevano le dita delle loro mani aggrappate alle grate delle celle. Erano per lo più donne.
Qualcuno trovò le chiavi e quelle disgraziate furono liberate, più per metter fine alle grida atterrite che per pietà nei loro confronti.
Fra di esse, scapigliata e sporca, vi era Teresa 'a Saracina.
Cesare l'afferrò per un braccio. Si guardarono, e i loro occhi espressero tutto ciò che in quel momento non potevano esternare. Cesare sentì il cuore battergli forte, mentre il terrore che in quelle giornate aveva pervaso l’animo di Teresa si trasformò in gioia esterrefatta e l'emozione fu così forte che le parve di perdere le forze. Qualche lacrima le colò dagli occhi solcandole le guance sporche. Con il dorso della mano se le asciugò subito, temendo che qualcuno le notasse. In verità, in quel frangente ognuno era occupato a pensare a se stesso e poco si curava degli altri.
- Devo scappare da qui! Questa è una buona occasione! Mi vogliono torturare come se fossi una maiara. -
- È pericoloso per via delle le cannonate de li francisi! Ti accompagno fuori dal castello. -
Insieme percorsero lo stretto corridoio che menava alle segrete e uscirono nella piazzadarmi, quindi corsero fin sopra il ponte levatoio.
- Li francisi! Sono sbarcati e stanno venendo al castello! Hanno già occupato Porta Nuova. Non si può scappare da Agosta! - una voce gridò dagli spalti - Il ponte, levate il ponte! -
Cesare s'arrestò.
- I miei genitori! Non posso lasciarli qui da soli! Mio padre è ferito. Vai, scappa tu! Non andare verso marina di ponente, là ci sono li francisi! Vai a marina di levante. Se fai presto, li puoi evitare! -
Teresa esitò.
- Saprò come trovarti. Scappa, scappa, che quelli sono peggio dei demoni! Vai sotto al Carmine, trova qualsiasi cosa che galleggi e raggiungi la terra ferma dove ci sono le saline. Là ancora li francisi non ci sono arrivati! -
La giovane donna corse via e si voltò solo poco prima di addentrarsi nell'abitato.
Cesare sentì i legni del ponte cigolare. Lo stavano sollevando. S'affrettò a rientrare dentro il castello. Don Pedro, con la camicia tutta intrisa di sangue, giaceva ancora nello stesso luogo in cui era stato ucciso. Il suo volto non aveva perso l'espressione di stupore.
Il giovane salì sugli spalti. 
Agosta era stranamente silenziosa e dalle case della cittadella ormai spopolata salivano colonne di fumo che una leggera brezza cercava di disperdere in quel cielo di agosto tinto d’un azzurro sbiadito. Anche le navi dei francesi, che numerose popolavano la rada, sembravano immobili come se qualcosa di sovrannaturale se ne fosse impossessato.
Provò a respirare profondamente e dentro i polmoni l'aria gli bruciò. Quei giorni erano stati crudeli. Aveva vissuto emozioni che l'avevano strappato dal suo mondo di sogni. Ciò che provava era un incolmabile senso di vuoto poiché tutti quegli avvenimenti avevano avuto il potere d'inaridirgli l'animo, privandolo di ogni fonte di entusiasmo.
Ritrovare Teresa era stato l'unico attimo della giornata che aveva risvegliato in lui un'emozione gioiosa. Ma quell'incontro era stato troppo fugace per permettergli di goderne. Il suo desiderio più grande in quel momento era di vedere la donna in salvo. Allora avrebbe ripreso a sognare.
- Li francisi, eccoli! - gridò un soldato accanto a lui, indicando un punto fra le case sulla destra del castello.
Cesare invece guardò in direzione della marina di levante. Dopo un po’ riuscì a individuare una capigliatura lunga e corvina avanzare fra gli arbusti secchi che, in gran quantità, ricoprivano il terreno sottostante il convento del Carmine. La vide giungere presso la riva. Era senza dubbio la figura magra e snella di Teresa.
La giovane si guardò attorno e trovò, abbandonata sulla sabbia, una grossa asse di legno. Con fatica la trascinò sulla rena della spiaggia e riuscì a trasportarla in acqua. Tutte le imbarcazioni che erano ormeggiate di solito in quel tratto di costa erano già state utilizzate da altri fuggitivi. L'asse comunque galleggiava sufficientemente bene, tanto da sostenere il peso d’un corpo. La giovane, aggrappandosi a essa, cominciò a nuotare allontanandosi dalla riva.
Cesare provò un'immensa felicità, tanto da sentirsi commosso.
Alzò il viso al cielo e ringraziò Iddio. Solo allora si ricordò che in quel giorno aveva ucciso due uomini. Pensò che non era stato poi così difficile.






[1] Lo Spirito mi ha riferito, in verità, che si trattò d’un attentato in quanto Michele il cagnotto (alias Nunzio Trovato) prezzolò l’artificere che aveva sostituito Antonio Prixia da lui ucciso nel capito VII (l’avevate certamente capito!). Le fonti storiche non forniscono un’attribuzione certa e io, che dispongo di fonti privilegiate, non ho voluto prendere posizione in merito nel testo del romanzo.