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domenica 27 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXV



XXV – In nomine Patris…


Padre Alberto rideva. Il piccolo soldato Juanito gli osservò i denti gialli e lunghi, simili e quelli d'un cavallo. Pochi in Agosta avevano avuto il privilegio di vedere quella faccia simile ad un fico risecchito aprirsi anche in un sorriso.
Tutte quell’ilarità era stata provocata da un'amenità pronunciata da don Pedro Gomez de Arce. Il castellano gongolava, soddisfatto del risultato e anch'egli ridacchiava mentre s'aggiustava la gorgiera mal inamidata che gli pendeva floscia sulle spalle.
- Invece di far ridere gl'Inquisitori prova a far ridere la tua consorte, cornudo! - pensò Juanito che era stato comandato di guardia all'ingresso del grande camerone.
Non trascorse molto tempo che dallo stretto ingresso entrò don Francesco Amodei. Scese con aria corrucciata le scale che menavano al fondo dello stanzone. Ai saluti ossequiosi del castellano rispose con un grugnito e non fece neanche l'atto di baciare la mano a padre Alberto.
Il domenicano diede l'impressione di non farci neanche troppo conto, tanto che s'accostò al nuovo venuto e cominciò a parlargli col fare suadente di chi ritiene d’essere di levatura superiore.
Il capitano di giustizia seguiva i discorsi del priore con aria infastidita, come quella d'un discepolo obbligato ad assistere ad una noiosa lezione. L'insofferenza sembrò accentuarsi quando padre Alberto disse:
- Vedrà che in men che non si dica risolverò io tutti i vostri problemi! -
Oltre al castellano, al padre priore e a don Francesco Amodei facevano parte della comitiva, in rappresentanza del senato di Agosta, anche Antonino Lamundezza, console dei maestri d'ascia, e Mario Frita, console dei ciaramitari. Completava la compagnia un frate domenicano al seguito di padre Alberto che, simile a un uccelletto spaurito, sedeva in un angolo della stanza di fronte a uno stretto scrittoio. Impugnava già la penna d'oca ed era in attesa di ricevere il cenno d'avvio per cominciare a redigere il verbale.
Poiché non s'attendeva nessun altro invitato padre Alberto esortò gli astanti e prendere posto dietro un lungo tavolo poi, a bassa voce, parlò col castellano seduto al suo fianco. Don Pedro Gomez de Arce fece un gesto imperioso all'uomo d'armi con alabarda che, insieme al piccolo Juanito, faceva la guardia allo stanzone. Il soldato solerte uscì e la punta del suo morione sbatté contro il basso architrave, rischiando di cadere con gran clamore. Ciò fu sufficiente per far sfuggire dalle labbra del castellano un'imprecazione.
Nell'attesa che facessero ingresso gli altri personaggi nessuno parlò, e l'unico rumore ch'era possibile percepire era il ronzio, a tratti nervoso e indisponente, di un nugolo di grosse mosche che volavano incontrastate tra le alte volte. Il fresco del camerone, anche per loro, era un sicuro rifugio dalla calura estiva.
Don Francesco guardò indispettito quei meri puntini e ciò sembrò fargli aumentare la stizza. Padre Alberto, che non sorrideva più, aveva riassunto la sua aria ieratica e aspettava pazientemente che lo spettacolo da lui organizzato cominciasse.
L'ingresso dei nuovi personaggi fu preceduto da urla che sembravamo simili a quelle di un maiale quando viene portato al macello.
La guardia rientrò e riprese il suo posto a fianco della porta d'entrata sul lato opposto a quello occupato da Juanito. Poco dopo lo seguirono due figuri con la testa incappucciata: uno era basso e alquanto tracagnotto, l'altro alto e teso come uno sparacio. Don Francesco non tardò molto a riconoscere nei due incappucciati mastro Bartolo Urrica, il ciarrusico, e maestro Tonio Pittacura, massima espressione dell'arte pittorica agostana.
- Li hanno elevati al rango d’aguzzini! - pensò il capitano di giustizia che indirizzò uno sguardo interrogativo a padre Alberto. Comprendendo la perplessità del nobiluomo il priore fece spallucce come per dire: non ho trovato di meglio!
Dietro la coppia comparve il vecchio soldato Mario che notò la presenza del suo amico Juanito. Gli lanciò un'occhiata sorpresa e a fior di labbra bisbigliò:
- Anche tu partecipi alla festa? -
Il carceriere teneva per in mano delle catene e all'altra estremità erano legati i polsi della majara Iana l'orbicella. La vecchia, urlante, scendendo le strette scale dello stanzone quasi incespicò. Al cospetto di tutti quei signori si chetò e cominciò a mugolare come un animale selvatico.
L'occhio sano fissava con terrore quella congrega di signori che l'osservavano dietro la lunga tavola. I bianchi capelli erano crespi e scarmigliati tanto da sembrare la rada criniera d’un vecchio leone. Le catene che tenevano serrate le mani dondolavano rumorosamente.
Padre Alberto fece un cenno del capo all'indirizzo del verbalizzante.
- Sebastiana Pantanico fu Maria e padre sconosciuto detta Iana l'orbicella sei sotto il giudizio di un tribunale della Santa Inquisizione: io, Alberto Triviatico, ricevetti il mandato d'indagare su di te in nome del Signore Gesù Cristo crocefisso sulla croce poiché fosti accusata di stregoneria, di adorazione di Satana, di celebrazione di riti in onore del maligno e, per far piacere a Lucifero, del sacrificio della vita di Ingnazio Ranno fu Giuseppa e padre sconosciuto. Dimmi Sebastiana Pantanico fu Maria e padre sconosciuto ammetti le tue colpe contro la Santissima Croce? - il priore fece una profonda inspirazione dopo aver esposto le accuse quasi tutte d'un fiato.
- Io sono una povera vecchia, non faccio male a nessuno! Sempre del bene feci. Come posso aver ucciso un uomo, anziana come sono? Io non faccio fatture con i demoni o con Satana ma prego solo i santi perché sia fatto del bene alla povera gente! San Domenico, assistimi tu! -
- Sei colpevole o innocente! -
- Innocente. Sono una povera vecchia! Don Francesco, voi che siete un uomo giusto, ditelo a padre Alberto che non ho mai fatto del male a nessuno. -
Il capitano di giustizia la guardò senza proferire parola, inespressivo.
Inesorabile, padre Alberto riprese:
- Solo le prove a cui sarai sottoposta ci diranno se credere alla tua innocenza, poiché il maligno confonde la mente degli uomini e li rende mendaci, trascinandoli nel peccato invece di liberarli delle loro colpe. Si cominci! -
- Che mi fate? Che fate a una povera vecchia? -
Silenziosi e minacciosi i due incappucciati s’accostarono alla donna e si fecero consegnare le catene dal vecchio Mario, che volentieri le cedette e si ritirò in un angolo in ombra dello stanzone. Spogliarono l'anziana e la resero completamente ignuda.
Il corpo bianco e avvizzito di Iana l’orbicella era nel mezzo della stanza. Il suo avvilimento al cospetto di quei gentiluomini fu grande e la naturale vergogna la spinse a coprirsi le pudende con le mani.
Il cerusico incappucciato le tagliò i crespi capelli e arrivò a depilarla anche nelle altre parti del corpo. Eseguì quel travaglio con le mani coperte da un paio di guanti neri sul cui dorso era cucita una croce bianca. La preparazione terminò quando alla vecchia fu fatta indossare una ruvida tunica immacolata. Ormai il terrore l'aveva del tutto ammutolita e anche l'unico occhio sano sembrava ormai spento dalla paura. L'altro incappucciato, Tonio Pittacura, si dava da fare con una scopa di saggina a ramazzare i capelli sparsi sul nudo pavimento.
Il silenzio era assoluto e gli unici rumori che si percepivano erano il raschiare della scopa e della penna d'oca sulla carta.
Padre Alberto fece un altro cenno con la testa e i due boia trascinarono la vecchia in un angolo, da dove pendeva una robusta corda appesa a una puleggia attaccata al soffitto. Le furono legate le mani a un’estremità, poi fu sollevata da terra ad almeno venti palmi dal terreno. Di colpo e senza alcun preavviso Tonio Pittacura e Bartolo Urrica, che avevano tirato la fune, la lasciarono andare e la trattennero prima che il corpo della vecchia rovinasse sul nudo suolo di pietra.
La corda si tese e così le braccia della donna che, per lo strappo provocato dal quel repentino arresto, gridò di dolore.
La macabra operazione fu ripetuta varie volte e gli astanti, impietriti per lo sgomento, guardarono l’efferata scena della vecchia gemente e scalpitante precipitare fin quasi a sfiorare il pavimento. Pareva un grosso uccello sgraziato che non avesse ancora imparato a volare. Padre Alberto di nuovo domandò:
- Sebastiana Pantanico fu Maria sei colpevole o innocente? Lo sai: c'è chi dice che fosti vista trasformarti in un orrido gatto che rapisce i teneri infanti! -
- Padre, padre Alberto non ho colpa, sono innocente. Chiesi sempre aiuto ai santi e non al demonio. Non rubai mai nessuna creatura! C’è gente che mi vuole male ed è invidiosa perché sono nelle grazie di san Domenico. Mi state strappando le mani e le braccia! Che male ho fatto? -
- Peccasti contro Dio e gli uomini! -
- No, no, noooo... - l'ultima negazione terminò in uno straziante grido poiché i suoi aguzzini, senza alcuna misericordia, la precipitarono nel vuoto. Il loro ansimare per il ripetuto sforzo, dopo non molto, divenne sempre più accentuato e il castellano fece un cenno al vecchio Mario perché s’aggregasse ai due incappucciati per compiere quell'ingrato travaglio.
Il supplizio fu ripetuto più volte e con acuto dolore le ossa della donna, slogandosi, uscirono dalle loro sedi. Juanito temette che gli arti della vecchia si strappassero dal corpo.
La majara era ormai sfinita e completamente senza forze. Ogni volta che la corda veniva rilasciata ed ella cadeva nel vuoto non reagiva più e, in attesa di provare l'acuta fitta di dolore, stringeva i denti in un ghigno.
- Ormai il supplizio della garrucha non ha più effetto sulla misera. Lucifero le tramuta il dolore in piacere, guardate come ride delle sofferenze! -
Don Francesco, che fino ad allora aveva sedato ogni reazione ed era rimasto succube di quelle visioni d’orrore, sdegnato proruppe:
- Ma quale riso! State sottoponendo a un inutile supplizio una vecchia che non ha nessuna colpa se non di pasticciare con i santi e con degli intrugli! Quali sono gl'indizi che l'accusano? Li mostraste? Dove sono? -
- Ante torturam non est reo danda copia inditiorum nisi ipso petente[1]. -
- Ma cosa volete che sappia quella vecchia ignorante della procedura che le dà diritto di chiedere la visione degli indizi! -
- Quando voi, don Francesco, arrestaste i vostri indiziati non mi pareste così magnanimo. Anzi la vostra procedura mi sembrò arbitraria! -
- Procedetti secondo le regole della giustizia secolare che prevede l'arresto d’individui fortemente indiziati per consentire al magistrato d'interrogarli e d'industriarsi nella raccolta delle prove. Quando mi convinsi che nessuno poteva essere ritenuto colpevole li lasciai tutti liberi senza porre condizioni. -
- Egregio amico, voi seguite le regole della legge secolare, io quella di nostro Signore. Per me è infallibile la seconda, non la prima, e ve lo dimostrerò poiché voi avete già sbagliato rioffrendo la libertà a questa peccatrice. -
- Io penso che invece voi, padre Alberto, stiate agendo erroneamente poiché inducete questa vecchia a confessare anche se innocente. -
- Nessuno è innocente! -
Don Francesco faticò alquanto per mantenere calmo il tono della sua voce.
- Padre Alberto, torturate invano. -
- Per quae peccat quis per haec et torquetur[2]. Si dia inizio al supplizio del potro! –
Spostando lo scrano bruscamente il capitano di giustizia si levò con gran clamore.
Tutti gli astanti rimasero immoti, come folgorati da quel gesto.
Solo il domenicano parlò.
- Cosa fate?-
- Non lo vedete? Abbandono la congrega per sottrarmi a questa scena ingrata. –
Padre Alberto sapeva bene che l’assenza di don Francesco avrebbe invalidato tutta la procedura inquisitrice che necessitava, secondo il diritto vigente in quegli anni, almeno della presenza d’un rappresentante della giustizia secolare.
-Forse è meglio che noi due si parli. Arrestate il supplizio! –
Dopo aver dato quell’ordine inutile, poiché nessuno si peritava di muovere un muscolo, anche l’ecclesiastico si levò e facendo cenno a don Francesco di seguirlo si diresse fuori da quell’orrido stanzone.
I due personaggi s’appartarono in una cella maleodorante.
Gli occhi di padre Alberto sprigionavano una luce cattiva che non lasciava presagire niente di buono. Il domenicano così principiò:
- Quanta pazienza credete che possegga, don Francesco? -
- Di cosa parla? –
- Parlo delle sue azioni. Nec vincere possis flumina, si contra quam rapit unda nates[3]. Già voi seguiste il mio consiglio quando vi chiesi di liberare tutti i suoi sospetti, continuate a farvi guidare e restate nel convegno dei giudici senza turbare la giustizia divina. –
Don Francesco sorrise.
- Io non seguii il vostro consiglio. In verità liberai i sospettati, ma lo feci poiché ritenni che su di loro non potevo far gravare alcuna colpevolezza in quanto l’ignoto colpevole non si cela fra essi! Voi state perseguendo l’errata persona. Fabrum caudere cum ferias fullonem[4]. -
La luce cattiva sprigionata dagli occhi del domenicano si caricò di perfidia.
- Don Francesco, voi credete che ‘Gnazio esercitasse il suo mestiere di spia solo per voi? -
Il capitano di giustizia rispose a quella domanda con uno sguardo colmo di perplessità.
- ‘Gnazio non era solo spia ma anche traditore. Io so tutto sulle vostre letture e sui vostri scritti. Io so che voi nutrite pensieri eretici. ‘Gnazio nascostamente un giorno mi mostrò uno dei testi da voi letti e dei fogli da voi manoscritti: quando mi recai da voi poco tempo fa recitai l’ignoranza ed evitai di rivelarvi ciò di cui ero a conoscenza poiché volevo conservarmi un’ultima risorsa per diroccare la vostra ostinazione. -
Don Francesco provò una strana sensazione, come se tutto si svuotasse dentro di lui.
Sì, era vero, ‘Gnazio aveva accesso dentro casa sua e spesso l’attendeva nel suo studio quando, simulando la consegna dei suoi prodotti, si recava presso il palazzetto degli Amodei per fare le sue delazioni. Il familio Mico aveva ricevuto l’ordine di farlo entrare ogni volta che si fosse presentato per sottrarlo agli sguardi indiscreti.
Era quasi certo che il pecoraro avesse potuto prelevare della documentazione per poi riportarla il giorno dopo; il rischio era minimo poiché nella stanza dello scrittoio regnava una tale confusione che il capitano di giustizia avrebbe ben potuto non rendersi conto di nulla, e d’altronde non era infrequente che, in quel guazzabuglio, gli capitasse di trovare dopo giorni di ricerca ciò che cercava.
- Fino ad adesso non ho usato questa arma – proseguì l’ecclesiastico – perché so che voi siete un uomo probo e di nobili natali. Pensai che discutendo e spingendovi alla sottomissione di una santa confessione sarei riuscito a liberarvi dal demonio. Ma purtroppo se mi coartate sarò obbligato a seguire altre strade, simili a quelle che stiamo percorrendo per salvare questa poveretta. –
Il viso di don Francesco rimase ancora una volta inespressivo.
Non temeva la sofferenza fisica o le conseguenze d’una persecuzione. Pensò piuttosto che stava mettendo in gioco svariati anni di meditazioni e che tutto sarebbe finito in fumo perché bruciato. Per tutti quegli anni aveva lavorato per cercare una sintesi dei suoi pensieri e per compiere quello che la sua sposa Anna l’aveva sempre spronato a fare: ancora non era arrivato a strutturare un’opera compiuta, ma se fosse stato denunciato tutto sarebbe andato distrutto. Aveva bisogno d’altro tempo ancora ... per ottenerlo doveva barattare il suo pensiero con la povera Iana l’orbicella.
Ingoiò il più amaro dei bocconi ed il movimento del pomo d’Adamo tradì il suo stato d’animo, confuso fra lo sdegno e l’amarezza della sconfitta.
I due tornarono nell'orrida sala dove tutti gl’astanti sembravano essersi mutati in statue. A nessuno però sfuggì l’espressione terrea malcelata da don Francesco e quella distesa e quasi euforica di padre Alberto, che palesava la soddisfazione d’una grande vittoria.
Ognuno prese posto sul suo scranno.
- Si dia inizio al supplizio del potro! – ordinò di nuovo trionfante il domenicano, dando fine all’intermezzo.
Iana l’orbicella fu sciolta dalla corda a cui nel frattempo era rimasta appesa. I suoi arti, ormai liberi, le pendevano ai fianchi come protesi inanimate.
Inerte, fu coricata su un alto e lungo cavalletto alle cui estremità erano fissati dei cilindri girevoli con cui a braccia erano tirate le funi che le legavano gli arti.
Il cerusico tastò gli arti della vittima per verificare se erano integri. Costatò le lussazioni e, malgrado esse, si pronunciò per il proseguimento del supplizio. Estrasse da una bisaccia che conteneva i ferri del mestiere una grossa clessidra, la girò e la sabbia rossa, attraverso il minuscolo forellino, cominciò a scorrere trascinando con sé il tempo.
Tonio Pittacura cominciò ad avvolgere le funi girando il cilindro. Il corpo della vecchia Iana fu teso come il canapo di un arco e le carni vennero ferite dalle corde. Il cerusico, orgoglioso del suo ruolo, salì sopra uno sgabello e con un’elastica verga percosse la donna con dieci scudisciate. A ogni colpo inferto si udì il lamento sordo della vittima.
Quando la serie di vergate terminò le corde che tendevano il corpo di Iana l'orbicella furono allentate procurandole un breve e illusorio sollievo, poiché il dolore delle lussazioni sovrastava di gran lunga quello delle vergate.
La pausa durò fin quando la bolla superiore della clessidra si svuotò del tutto. Solerte, il cerusico incappucciato la capovolse nuovamente e il tempo del supplizio ricominciò.
- Una volta ne conobbi una che sopportò le torture per trentadue ore! - disse padre Alberto rivolgendosi a don Pedro Gomez de Arce e ignorando ostentatamente don Francesco.
- Poi, alla fine, confessò? -
- Era tanto ostinata nel corpo quanto nella mente; mentre stava per arrendersi alla verità divina il demonio se le portò via! -
La clessidra fu capovolta dieci volte prima che la vecchia vittima cominciasse a implorare:
- Mi state uccidendo. Mi state straziando le carni e sento il cuore scoppiarmi. Non sento più le membra. Non ce la faccio più! Misericordia per una povera vecchia! Non ce la faccio più! San Domenico aiutami tu! Misericordia! - un pianto sordo alternato a grida rauche e incomprensibili accompagnarono quelle richieste di pietà.
- Confessa e il tuo tormento finirà! -
Seguirono attimi di silenzio in cui s'avvertiva solo il raschiare della penna d'oca del frate domenicano. Il petto della vecchia si alzava e s'abbassava con affanno.
Da una delle strette feritoie da cui penetravano lame di luce solare giunse il cinguettare di un passero. Il piccolo soldato Juanito pensò che, fuori da quelle camere di tortura, il mondo tornava ad essere meno orribile.
Dal corpo straziato della vecchia uscì una voce che non parve avere niente di umano:
-Sì, ammetto d’aver giaciuto col demonio e d’essermi piegata ai suoi voleri! -
- Rapisti e uccidesti infanti? -
Il silenzio tornò e regnare e sembrò eterno.
- Parla... poiché ti saranno curate le ferite, donati degli abiti lindi! Riceverai un pasto con della carne! Tornerai meglio di prima! Per il Sacro Cuore di Nostro Signore, parla! -
Don Francesco notò l'abilità di padre Alberto di mostrare come lusinghe delle concessioni che, in effetti, erano povere cose.
- Ammetto queste mie colpe! -
- Padre Alberto, vi ricordo che senza alcuna prova e con la sola confessione ottenuta sotto torture non è possibile condannare nessun imputato! - esclamò don Francesco ormai esasperato per quello spettacolo.
Il padre priore sospirò infastidito.
Poi rivolgendosi alla povera vecchia:
- Dimmi, Sebastiana Pantanico, dove nascondesti i corpicini delle creature innocenti? -
- Sopra il poggio di Sant'Elena, non lontano dalla tonnara fra il capo di Santa Croce e il capo del Perugo. -
- In quale luogo esatto? -
La majara restò in silenzio e sembrò quasi dormiente. Si riscosse solo quando sentì tirare le corde che le serravano gli arti.
- Devo mostrarvelo. È un luogo fra due ulivi a precipizio sul mare. -
Gli occhi di padre Alberto brillarono, pieni d'innaturale soddisfazione.
- Fosti tu l'esecutrice dell'uccisione di Ingnazio Ranno? -
La vecchia Iana alzò la testa e guardò col solo occhio ancora vivo il suo inquisitore.
- Parla! Che sarai mondata dei tuoi peccati! - la rassicurò padre Alberto.
- Io propiziai l'uccisione poiché Lucifero reclamava l'anima di quel fornicatore! Il demonio si era impossessato di me! Ora mi sento libera e pura! -
Il padre priore si fece sul petto il segno della croce e lanciò un'occhiata espressiva al capitano di giustizia che per tutta risposta scrollò la testa.
- Chi ad Agosta appartiene alla medesima setta di Lucifero? -
Juanito che osservava la scena dall'alto delle strette scale notò che l'unico occhio vedente della donna ormai era permeato da un velo di sottile follia.
La vecchia era divenuta del tutto succube del domenicano. Era disposta ad ammettere qualsiasi colpa attribuita a lei o ad altri.
Uno strattone dato alle corde dal ciarrusico fu sufficiente e Iana l'orbicella aprì del tutto le cataratte che trattenevano le menzogne.
Sciorinò una lista di nomi. Il frate domenicano al seguito di padre Alberto prese diligentemente nota raschiando la carta con la penna d'oca: fra i nomi delati vi era anche quello di Teresa 'a Saracina.
Don Francesco, esausto per quella prova inflittagli con il ricatto, s’indirizzò con spregio a padre Alberto.
- Habes quod et accusatori maxime optandum, confitentem reum![5]. -
Si levò e, senza degnare d’uno sguardo alcuno il resto della compagnia, abbandonò quell’infame sala. Era infuriato con se stesso e non con i suoi concittadini. Non poteva perdonarsi d’aver ceduto a padre Alberto.





[1] Ante torturam non est reo danda copia inditiorum nisi ipso petente: prima dell’esecuzione della tortura non è concessa la visione degli indizi al colpevole se non sono da lui espressamente richiesti.
[2] Per quae peccat quis per haec et torquetur: ciascuno sarà punito negli stessi modi con cui ha peccato.
[3] Nec vincere possis flumina, si contra quam rapit unda nates: non puoi sconfiggere i fiumi, se nuoti contro l’impeto dell’onda.
[4] Fabrum caudere cum ferias fullonem: colpire il fabbro dando le botte al lavapanni. Prendersela con persona diversa dal vero colpevole.
[5] Habes quod et accusatori maxime optandum, confitentem reum!: hai ciò che un accusatore deve sommamente desiderare, un reo confesso!