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sabato 26 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXIV




XXIV – L’Annunciazione


Un nutrito branco di minuscoli muggini gironzolava appena sotto la superficie dell'acqua. Il fondo del mare, diafano, era ornato da un mosaico di ciottoli rotondi coperti da un vellutato e leggero strato di alghe.
La mattina era fresca ed i raggi del sole ancora non erano riusciti e scaldare l'aria notturna. Le attese erano, però, d’avere una calda giornata.
L'allegra compagnia dei pesciolini s'accaniva attorno alla base di uno scoglio affiorante dalla battigia dove, fra i molli nastri di poseidonia, si nascondeva del ghiotto cibo.
Don Francesco Amodei diede l'ultimo morso al suo pane con uva passita e le briciole che gli erano restate fra le mani le buttò in mezzo e quella festosa combriccola.
I piccoli muggini fuggirono. Ma, quando i minuzzoli di mollica appesantiti dall'acqua cominciarono a disfarsi, ne fecero con voracità un unico banchetto.
Il capitano di giustizia sorrise soddisfatto. Quando un’ondina arrivò e lambirgli la punta degli stivali s'allontanò dalla spiaggia.
- Don Giuseppe ... don Peppe 'u niuru assassino! E per quale ragione? - si chiese il nobiluomo mentre passeggiava lungo le rive della marina di levante.
Un cane randagio scavava con furore la terra dietro ad un cespuglio: aveva annusato la tana di un topo e l'agitazione della caccia lo faceva fin'anche guaire. Quando però ficcò il naso dentro il pertugio ricevette un morso e, lamentandosi, fuggì. Furioso, tornò all'attacco con ostinazione ma con fare molto più guardingo. Riprese a scavare così da allargare l'ingresso della tana; dopo un po’ riuscì perfino a infilarvi la testa e buona parte del collo.
Diverse volte si ritrasse per sfuggire all'aggressiva difesa del roditore, ma alla fine con un guizzo riuscì ad addentarlo e lo trasse fuori dal buco: era un grosso ratto abituato a vivere in mezzo ai rifiuti.
Fra le fauci del cane il grosso topo s'agitò per sfuggirgli. Dal canto suo il randagio, per evitare di perdere la sua preda, strinse la morsa e scrollò la testa con ampi e robusti movimenti, dilaniando le carni della sua vittima. Così la finì.
Quando ormai il corpo peloso del ratto pendeva inanime dalla sua bocca lo posò su un masso.
S'accucciò di fronte al suo cibo, lo leccò quasi con affetto e poi – aiutandosi con le zampe – cominciò a mangiarlo.
Il capitano distolse gli occhi da quella visione.

- Allora, caro sposo, pensate proprio che don Peppe ‘u niuru abbia ucciso ‘Gnazio? -
- No. Non ne comprendo il movente. Il vecchio negro io lo conosco bene: è un buon cristiano rispettoso delle leggi di Dio e degli uomini. Non me l’immagino proprio brigare per copulare con un pecoraro. Ma moglie mia, voi vi trasferite da dove siete giusto per pormi domande sull’inchiesta che conduco? –
Donna Anna sorrise.
- Certo, e di che cosa volete che vi parli? È il pensiero che occupa di più la vostra mente, tanto che riesce perfino a farvi dimenticare i vostri scritti! Non fareste prima a ricercare don Peppe e a chiedergli conto dei vostri dubbi? -
Don Francesco sospirò.
- Ci ho già pensato ma... sembrerebbe ch’egli abbia lasciato Agosta da diverse settimane, ancor prima che ‘Gnazio fosse assassinato. Ciò lo renderebbe ancor meno sospettabile. Ma chi avrà allora ucciso il pecoraro? – il capitano di giustizia prese un’aria volutamente beffarda - Ma voi, adorata sposa, non avete raccolto alcuna diceria da dove venite? -
- Su cosa? Sul crimine che perseguite? No. In ogni caso mai oserei riferirvi. Mi prendete per un’informatrice? – disse donna Anna assumendo un’espressione volutamente offesa.
Don Francesco guardò l’orizzonte e la sua espressione ritornò severa.
- Il governatore m’ha riferito che padre Alberto, riprendendo la sua funzione d’Inquisitore, ha fatto arrestare la vecchia Iana l’orbicella!  -
- Che personaggio sinistro! Sento una forte rivulsione al solo udire il suo nome! –
- Vuole far uscire dal letargo l’autorità dell’Inquisizione mettendo in pratica ciò che ha appreso in Spagna! Per realizzare il suo tortuoso disegno coniuga le questioni religiose con un omicidio la cui soluzione dovrebbe riguardare solo il potere temporale… –
- Sento che è invidioso della vostra popolarità. La gente d’Agosta v’ama e vi rispetta, ma molti non sopportano ciò. Vuole entrare in competizione con voi per oscurarvi! –
- Che idiozia! Competizione? E di che? –
Entrambi gli sposi guardarono le saline che, in fondo alla baia, si delineavano con i loro bassi monticelli immacolati. Quindi osservarono i salinari, piccoli come formiche, muoversi fra quelle piramidi a costo di tanta fatica e sudore.
Quel sale che tanto arricchiva molte famiglie era rappresentato anche nello stemma d’Agosta dove un’aquila stringeva fra i suoi artigli due monete prelevate dal mare.
- In certi momenti mi mancate immensamente, Anna. -
- Anche voi... per questo vi vengo a trovare. Me lo consentono e quindi n’approfitto! V’assicuro, però, che sparirò al primo apparire nei vostri pensieri dell’immagine di un’altra donna. Vi renderei la vostra libertà! –
Don Francesco sorrise.
- Perché quel sorriso sulle vostre labbra? -
- Altro che libertà! Voi siete solo gelosa... lo siete sempre stata! –

Una slanciata barca stava avvicinandosi alla riva ed il pescatore riconoscendolo gridò:
- Don Francesco, ho pescato delle anciove. Le volete? -
- Porta qualche rotolo a Mico e fatti pagare. -
Il capitano di giustizia era molto ghiotto di acciughe, lo sapevano tutti i pescatori di Agosta! Se le faceva cucinare dal vecchio familio con i pinoli e con l'uva passa.
Pregustò il pasto serale e riprese a camminare lungo la battigia rapito dai suoi pensieri.
Gli arresti eseguiti allo scopo di ricercare l'assassino di 'Gnazio erano stati una vera provocazione. Don Francesco aveva voluto sfidare quei signori indifferenti al rispetto e alla tutela della corona spagnola e aveva imprigionato i membri di quella classe così assorta ad arricchire solo se stessa. L'intera Sicilia era minacciata dalle invasioni delle armate francesi e loro continuavano a occuparsi dei loro commerci come niente fosse!
La vera ricchezza della piazzaforte proveniva dalle baie agostane che favorivano la pesca e il commercio marittimo del sale, dello zucchero, del vino calabrese, del pesce conservato sotto sale e del tonno. Il benessere derivava dalla posizione privilegiata in cui era sita la piazzaforte, ma solo la protezione e gli aiuti che provenivano dal governo del viceré avevano reso possibile l'adeguato sfruttamento di quelle ricchezze!
Chi aveva fortificato quel paese, rendendo più difficile l'approdo in quei lidi alle bande turchesche? Chi aveva contribuito ad erigere un lucernario fra gli scogli di Sant'Elena per avvisare i naviganti dei perigliosi fondali? Chi aveva eretto la torre Avalo a difesa del porto della baia di ponente? Chi aveva ceduto le saline al senato di Agosta affinché ne traesse giovamento e mantenimento? Chi aveva stabilito che le gabelle prelevate al caricatoio fossero d'esclusiva spettanza della piazzaforte?
La corona spagnola, sempre la corona spagnola.
I nobili agostani non mostravano alcuna gratitudine nei confronti del viceré benefattore!
Per loro ciò che avevano ricevuto era cosa dovuta. Non provavano alcun rispetto per alcuno se non verso loro stessi; erano avidi e desideravano divenire sempre più ricchi senza dare niente in cambio. Non comprendevano che ciò che avevano ricevuto era frutto di un ordine il cui mantenimento era prioritario su tutto…
Anche il governatore e gli uffiziali della guarnigione lo stupivano. Sembrava che il nemico alle porte non li interessasse!
Di una cosa era certo: chi aveva assassinato 'Gnazio ed aveva attentato alla sua vita voleva anche uccidere il rispetto per la corona spagnola. Lui, invece, avrebbe fatto di tutto per difenderla: per tutti i santi del paradiso, gli Amodei avevano una tradizione! Uno di loro s'era persino sacrificato a Lepanto!
Era una questione d'onore, ma l'onore dov'era finito?
Don Francesco Amodei era immerso in quei pensieri mentre in lontananza i salinari continuavano il loro travaglio. Aspettavano l'arrivo della canicola con la stessa apprensione del condannato in attesa del boia.
Loro non sapevano chi ringraziare: la corona spagnola, i nobili o più semplicemente il Padreterno?
Chissà chi in quel giorno non sarebbe arrivato a godere il fresco della sera… !

Il cielo, una volta coperto dal manto notturno, sembrava vantare ancora più stelle del solito: parevano tanto vicine da creare l’illusione che si potessero cogliere con la mano.
Non tutti i cristiani dormivano quietamente nascondendo sotto le palpebre le angosce e i timori che li avevano accompagnati quando erano desti. Per alcuni questo riposo poco tranquillo finì nel bel mezzo della notte, e fu sostituito da una tormentata veglia.
Diego Lamennola era fra gli sfortunati insonni di quella contrada.[1]
Era ritornato nella sua casa, la brutta avventura era finita.
Ma con quali conseguenze? Non le conosceva perché ancora non s'erano manifestate ma sapeva che una punizione sarebbe arrivata e, per l'unica avventata scelta della sua vita, avrebbe perso buona parte di ciò che aveva ottenuto fin'allora con i suoi sacrifici.
Don Francesco Amodei ancora non s'era fatto vivo, ma era conscio che quanto prima si sarebbe presentato a ricordargli le sue colpe. Aveva tradito la fiducia del suo protettore, da tutti considerato uomo probo e irreprensibile. La terra su cui aveva costruito la sua casa apparteneva a quel nobile, che gliel'aveva affidata dietro il corrispettivo pagamento di un affitto simbolico. Il capitano di giustizia poteva riprendersi quel fazzoletto di terreno come e quando desiderava, e di sicuro l'avrebbe fatto per punire chi non aveva tenuto fede alla promessa di onestà!
L'orto, la stalla, il vigneto: tutto sarebbe sparito insieme ai sacrifici ed ai sogni che l'avevano accompagnato per tutta la vita!
L'aspirazione d'avere una famiglia moriva del tutto per una decisione avventata, per aver desiderato un arricchimento veloce, per aver preteso troppo! Avrebbe invece dovuto attendere con pazienza e sacrificarsi come aveva fatto per tutta la sua esistenza senza forzare il destino: la Provvidenza Divina l'avrebbe infine aiutato!
Il Padreterno l'aveva sempre assistito e premiato per la sua perseveranza. Gli aveva fatto superare indenne anche il periodo trascorso faticando nelle saline, quando quel travaglio accorciava la vita anche al più robusto degli uomini!
La vera punizione proveniva dal Signore e gli sarebbe stata inferta da don Francesco Amodei, il più giusto tra gli uomini; ma il castigo traeva origine solo dal suo comportamento, e anche da quello di sua moglie che si era fatta adescare dall'infida majara Iana l'orbicella…
Tutte quelle pratiche non erano contrarie al volere di Dio Onnipotente? Padre Alberto aveva fatto condannare tanta gente per quelle credenze. Era noto a tutti!
Quel peccato era originato dalla stessa motivazione: la prescia! Avere subito un figlio! Chi poteva dire che anche lui non sarebbe riuscito a ingravidare una donna? Il suo corpo era forte quasi quanto quello di un robusto picciotto ma anche il suo membro era altrettanto gagliardo?
Aveva visto tanti vecchi cadenti ingravidare donne, perché non ci sarebbe dovuto riuscire lui?
Guardò la donna che era coricata accanto a lui e rannicchiata gli mostrava il tergo.
Provò per lei un profondo rancore. Cominciò a pensare che fosse correa insieme a lui. Non trascorse molto e il suo rimuginare lo portò a ritenere che fosse l'unica responsabile di ciò che gli era accaduto.
Il risentimento crebbe a tal punto che si trasformò in sordido odio. Divenne incontenibile e gl'instillò un'idea pazza. Il braccio di Diego si sollevò dal suo fianco e la ruvida mano si posò sul collo della donna.
- Non m'inquietare che puoi combinare un guaio! - disse Teresa anch'essa insonne. Aveva inteso quel gesto come un invito a unirsi per copulare.
L'uomo ritrasse la mano come se si fosse bruciato su una fiamma.
- Quale guaio? Ne ho già assai! -
- Ecco, bravo! Non provocarne altri che ne abbiamo abbastanza! - il tono della donna era freddo. Diego non ne vedeva il volto, poiché lei gli offriva solo la nuca, ma se l'immaginò severo, duro.
- Non sono il solo ad aver provocato il castigo che riceveremo da don Francesco! Anche tu ne fosti la causa! Se mi avessi ascoltato, invece di seguire i consigli di quella vecchia pazza di tua nonna, a quest'ora Dio non ci avrebbe punito per aver creduto nelle fatture! -
- Mia nonna sempre per il meglio mi consigliò! L'unica volta che s'è sbagliata è accaduto quando mi maritò con te! -
Diego con violenza girò la donna a sé. Alzò la mano con l'intento di colpirla.
- Dai, battimi, così il guaio lo fai sul serio: fammi perdere tuo fighio! -
L’uomo ristette immobile nel buio della notte, come una statua. La furia che gli aveva ottenebrato la mente svanì di colpo e si sentì svuotato.
- Un fighio. -
Si lasciò andare. Di nuovo si distese sul giaciglio, sfinito. Guardò il buio. Poi, la stessa mano che avrebbe dovuto colpire la moglie, si posò sul ventre della donna e lo accarezzò teneramente. Cominciò a piangere come un bambino trattenendo le lacrime ed i singulti. Teresa, che conosceva le angosce dell'anziano sposo, gli accarezzò la mano.
- Vedrai che don Francesco non ci leverà la terra. È un uomo comprensivo, oltre che giusto! -
Ristettero entrambi supini e silenziosi, ognuno con i propri pensieri.
Teresa lottava con il rimorso e i tratti del viso di Cesare gli riaffiorarono nella mente talmente vivi che le parve d'intravvederli nella notte. Quando avrebbe potuto accarezzare quel volto? Quando avrebbe potuto giacere ancora con il padre di suo figlio? Che stupida ch'era stata a non accettare il suo progetto di fuga!
Immersa nel buio si vide già condannata a vivere fingendo per il resto della vita. Del resto, se avesse manifestato i propri sentimenti si sarebbe svergognata di fronte alla comunità intera.
Si sentì triste, la più disgraziata fra le donne. Per consolarsi anche lei posò la mano sul proprio ventre accanto a quella del marito. Sospirò.
- Un fighio o una fighia poco importa! Avrò qualcuno a cui lasciare la roba, e quando camminerò per strada la gente smetterà di ridermi dietro. Domani darò l'annuncio ai miei amici al caricatoio. Nessuno potrà mai più dire che il mio seme non è fertile! -
Il cavallo Gioacchino, che era stato contagiato dall'insonnia dei suoi padroni e che aveva assistito a certe vicende personali di Teresa, rise.
- Senti, anche Gioacchino è contento! - disse Diego.
Poi, girandosi su un fianco, lentamente si riassopì.




[1] Lo Spirito mi disse che quell’estate fu fra le più calde che avesse mai conosciuto, e certamente ne aveva conosciute parecchie!