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venerdì 25 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXIII



XXIII – L’Esilio


Un suono sgraziato risalì dalle profondità del castello.
Sulle pareti umide delle segrete risuonava un canto stonato che, rimbombando lungo gli scuri corridoi, moriva in cupi echi.
- Che gridi! Vuoi mettere in allarme l'intero castello? —
- Non grido. Sto cantando! - disse il Veccio, il cui sguardo annebbiato tradiva l'ebbrezza di chi ha troppo bevuto.
- Cantare? Sembri un asino che raglia alla luna! Sei semplicemente ubriaco! - lo rimproverò Juanito.
- Dai bevi anche tu un po’ di questo vino calabrese! … un asino che raglia alla luna? … quando mai gli asini ragliano alla luna? -
Il piccolo campano restò alquanto dubbioso.
- Dalle mie parti gli asini ubriachi ragliano alla luna ! –
Prese la quartara porta dal vecchio Mario con aria complice e briccona.
Juanito bevve con avidità il rosso zampillo e, nettandosi la bocca col dorso della mano, disse:
- Speriamo che non ci sorprenda il sergente! Sennò ci manda a Torre Avalo o in mezzo alla rada, nei forti Garzia e Vittoria. Tre mesi consecutivi senza alcun permesso di franchigia ad Agosta! -
- Del sergente non me ne importa nulla, quello so come giocarmelo! Chi mi fa paura invece è il castellano: don Pedro Gomez de Arce è un fanatico! Punì con quaranta frustrate il mio vicino di branda perché lo sorprese pisciare dalle mura del castello mentre faceva la guardia in piena notte! Dimmi tu... che cosa si deve fare quando devi minger acqua in piena notte con quel frescolino che tanto ti stimola? ... bisogna farsela sotto come i picciriddi... cose mai viste! Neanche sotto il cardinale Gian Giacomo Teodoro Trivulzio quando venni a sedare la rivolta di Palermo vi fu tutta questa severità! Eppure eravamo in piena operazione di guerra... ma se invece di pensare a noi poveri soldati pensasse alle corna che la moglie gli fa col figlio maggiore del Regio Secretol -
- Ohè, ma t'è svanito il giudizio! Taci, che ti possono sentire! -
- Ma chi vuoi che mi senta! Lo sanno tutti che ha le corna più lunghe di tutta Agosta! Don Pedro el cornudo! - il vecchio soldato rovesciando la testa all'indietro rise di gusto – Eppoi qui non c'è più nessuno. Tutti i prigionieri adesso sono liberi! -
- Liberi! E da quando? -
- Da ieri sera, poco dopo che ti diedi il cambio di guardia! -
- E perché? - .
- Cosa vuoi che ne sappia! Mi stavo quasi appisolando sulla sedia dopo aver cambiato il cantaro ai prigionieri quando don Francesco Amodei entrò nelle segrete accompagnato dal sergente. Mi ordinarono di far uscire dalle celle a uno a uno gli arrestati... cosa che io feci senza indugio. Don Alessandro Bellomo e il suo amichetto sono stati rilasciati senza tante formalità. - dicendo ciò il vecchio soldato ammiccò maliziosamente - Quel gran superbo dell'uffiziale Deboscé! Ti posso assicurare che dopo una settimana di questo ospizio aveva perso tutta la sua tracotanza e uscendo non ha proferito parola. –
- Quel gran figlio di baldracca! -
- Anche la majara, Iana l'orbicella, è stata liberata senza grossi indugi. Per i contrabbandieri, invece, don Francesco ha concesso la libertà a condizione che tutte le provviste di nascosto trasportate fossero donate al senato di Agosta affinché si potesse far dono ai negletti della piazzaforte. -
- Certo un bel colpo per quei vastasi! Come hanno reagito? -
- I contrabbandieri hanno accettato di buon grado. Anzi, mi son sembrati felici della conclusione dell'avventura! Il più abbattuto di tutti era Diego 'u carritteri che aveva un'aria moggia moggia. Eppure con questa punizione lui, fra i tre, è stato quello che ha ricevuto meno svantaggio di tutti! Pensa che s’è messo a piangere come un vitello e, baciando le mani a don Francesco, continuava a invocarne il perdono! -
- Quello è più vecchio di te e anche più scemo. Che bella moglie ha! Teresa 'a Saracina! Invece di far il babbaleo con dei contrabbandieri io mi sollazzerei fra le sue cosce! -
- La preferisci alla moglie di don Pedro? -
- Quella è roba per i nobili! - e un altro lungo sorso di vino calabrese scese giù per il gargarozzo di Juanito che, ormai dissetato, chiese:
- Allora nessuno degli imprigionati è stato ritenuto colpevole dell'uccisione di 'Gnazio? -
- Sembra di no! -
- Io conosco la vera ragione di queste scarcerazioni: Don Francesco non è questo campione di coraggio che noi tutti crediamo! Ha paura! -
- Paura di chi? -
- Teme d'essere ucciso. Si dice che avant'ieri fu fatto segno da un'archibugiata. Qualcuno vuole ucciderlo e ad Agosta si vocifera che i nobili vogliono fargli pagare lo sgarro compiuto con l'arresto di don Alessandro Bellomo e dell'uffiziale gerosolimitano! -[1]
- Chi disse ciò? -
- Il castello è pieno di questa diceria. -
- Ma allora perché ha liberato anche gli altri sospettati? -
- Cosa vuoi che ne sappia ? Don Francesco Amodei è un uomo così impenetrabile! -
- No. Per me non ha paura. -
- Come giudichi allora queste improvvise scarcerazioni? In ogni caso lo sgarro nei confronti dei nobili c'è stato! -
- Ma non è nobile anche lui? -
- Sì, ma mi sembra riuscito male. Forse Domine Iddio prima di farlo nascere lo bollì nel pentolone sbagliato invece di metterlo in quello della nobiltà! -
- A proposito di pentoloni, cosa stiamo facendo qui? Se non ci sono più prigionieri cosa serve fare la guardia a delle prigioni deserte? Se il sergente ci ripensa e s'accorge che ci siamo imboscati qui a prendere il fresco ci manda qualche giorno dentro il pentolone di Torre Avalo! -
- Sei proprio una recluta! Lasciati consigliare da un veterano! Aspetta che qualcuno si ricordi di te e non darti animo perché ciò avvenga, e non fare mai in modo che tu sia troppo notato: vivrai più a lungo e senza preoccupazioni! -
- E se dovesse passare di qui il castellano a fare un'ispezione? - domandò preoccupato Juanito, a cui la prospettiva di soggiornare qualche giorno a Torre Avalo non piaceva proprio.
- Gli diremmo d’ispezionare meglio il grembo di sua moglie! -

Le vie e le strade della cittadella, deserte in quella notte bagnata dalla foschia marina, sembravano più strette di quanto apparissero di giorno.
Solo qualche lumicino votivo rischiarava gli angoli delle case, dove erano ricavate delle nicchie che ospitavano immagini sacre raffiguranti per lo più le Madonne o Gesù Cristo.
Don Francesco Rincon d'Astorga, inciampò in un sasso nascosto dal buio. Ruzzolò per terra, lasciandosi sfuggire un'imprecazione rivolta un po’ alla pietra galeotta e un po’ ai santi del Paradiso responsabili di dargli così poca assistenza.
Si rialzò con fatica, poiché tutto il vino ingurgitato quella sera lo rendeva ebbro e la testa gli sembrava girasse di continuo. Appoggiandosi al muro avanzò di qualche passo, ma presto dovette arrestarsi: proprio sotto una finestra scaricò tutto ciò che il suo stomaco rifiutava. Fece tanto rumore e accompagnò il vomito con tali versi che rubò il sonno a un bambino. Spaventato, il piccolo si mise a piangere temendo che l'uomo nero fosse venuto a rapirlo.
Il giovane nobile s'allontanò dall'abitazione e sbandando da un lato all'altro della via continuò ad avanzare.
Era felice della nottata appena trascorsa al castello. Magnifica festa! Marianna poi era proprio una donna straordinaria! Come sapeva dilettarlo! Altro che quella noiosa e mezza beghina di sua moglie Giovanna!
Tornare a casa gli parve d'un tratto penoso. Non aveva ancora neanche un erede. Due erano nati, entrambi maschi, ma la morte li aveva colti prima ancora che avessero raggiunto i tre mesi d’età. Sua madre diceva che Giovanna aveva un grembo da cui germogliavano solo deboli piantine.
Forse era vero, ma di una cosa Cesco era certo: ogni volta che ottemperava ai suoi doveri coniugali doveva caricarsi di sacrosanta pazienza e il piacere si tramutava in travaglio. Quando s'accostava a sua moglie gli sembrava d'andare in chiesa madre a santificare le feste: tutti quei segni di croce e quelle preghiere mormorate a fior di labbra… proprio come se recitasse un rosario.
Eppure un erede doveva averlo!
Sentiva tutta la responsabilità che fin da picciotto gli era stata caricata sulle spalle. Era a lui ch’era stato affidato il compito di proseguire il cammino che la famiglia Rincon d'Astorga doveva percorrere! Anche il suo matrimonio con la figlia del barone Bongiovanni faceva parte dei suoi doveri di primogenito. Certo, la dote era arrivata, ma il figlio?
Se solo Marianna fosse stata al posto di Giovanna! Era sicuro che avrebbe già avuto, dopo cinque anni di matrimonio, una nidiata di bambini. Altro che giaculatorie!
Si sedette sulla strada polverosa e appoggiò la schiena contro un muretto fatto di mattoni di tufo.  Era spossato come se fin lì avesse trascinato un macigno. La contrada Santa Caterina, dove era situata la sua casa, gli parve fin troppo lontana.
Attese che s'attenuasse il girare vorticoso della testa e sollevò gli occhi. Gli parve che una stella cadente, seguita da una sottile scia, solcasse veloce il nero riquadro del cielo racchiuso fra gli orli dei tetti. Ormai il mese di agosto era prossimo.
Meditò su suo fratello e quasi l'invidiò. Cesare era più spensierato di lui. Li dividevano solo due anni d'età, ma Cesco si sentiva molto più vecchio, più cupo. Parecchie volte avrebbe voluto anch'egli seguire zu Peppe a pescare ma il padre aveva sempre voluto tenerlo accanto a sé in modo da trasferirgli il più velocemente possibile il mestiere e fargli acquisire pratica nei traffici.
Da un anno aveva conosciuto Marianna e l'intesa fra loro si sviluppò immediata. Il padre di don Francesco, unica persona di cui il giovane temesse il giudizio, una volta venuto a conoscenza della tresca non impedì al figlio la sua prosecuzione; anzi, senza darlo a vedere si dimostrò orgoglioso, poiché far becco quel borioso castellano spagnolo era motivo di vanto. E 'El cornudo', cioè don Pedro Gomez de Arce, pur ricevendo grave offesa non s'era mai mostrato uomo d'onore: un galantuomo è abituato a nettare col sangue simili oltraggi!
In verità di tutta quella storia non esistevano prove concrete e ciò che circolava per Agosta era solo una diceria non suffragata da pubblici riscontri. Del resto sia Cesco che Marianna Gomez de Arce avevano sempre agito con prudenza e la loro passione aveva avuto degli sfoghi quasi adolescenziali.
Malgrado ciò non erano riusciti a contenere il diffondersi dei pettegolezzi mai suffragati da prove che spingessero ‘el cornudo' alla richiesta d’un duello per salvare l’onore.
In effetti quella eventualità sarebbe stata ben lungi dal manifestarsi in quanto don Pedro, che avrebbe potuto obbligare la consorte a non vedere più il giovane Cesco nei confronti della moglie era totalmente succube. Non le aveva mai neppure accennato alla vicenda per timore d'adirarla!
Gl'incontri fra i due amanti erano sempre avvenuti in pubblico e i loro contatti fisici si compivano di nascosto in fuggevoli occasioni dove una rapida carezza o uno sfiorarsi di labbra valevano quanto mille focosi abbracci passionali.
Era anche accaduto che fossero riusciti a osare oltre le loro più remote speranze, fino a scambiarsi goffe carezze attraverso le vesti in zone prossime all'inguine. Quelle temerarie manovre avvenivano alla presenza di una vecchia serva che, un po’ a causa della cattiva vista e un po’ a causa di una complicità ruffiana, dava l'impressione di non avvedersene.
I convegni fra i due giovani si compivano, oltre che nelle poche occasioni mondane che la piazzaforte offriva, anche sotto l'egida della musica. Infatti, Cesco era un discreto suonatore di liuto (unica concessione all'arte che il padre aveva fatto nell'educazione del figlio) e assieme a Marianna eseguivano duetti poiché anch'essa sapeva destreggiarsi con lo stesso strumento. Quella sera l'occasione che aveva favorito il loro incontro era stata una festa organizzata dalla moglie del governatore di Agosta. Quando la baldoria arrivò all’apice i due riuscirono a scivolare nell'ombra di un balcone e a scambiarsi un bacio struggente.
Cesco, seduto nel buio della notte, se ne ricordò e si rammentò della calda sensazione che provò quando infilando la mano nelle vesti della donna la sentì colma della morbida mammella.
Provò a guardarsi le dita, che tanto avevano osato in quello spasmodico incontro, e rilasciò un lungo sospiro che si smarrì nell'oscurità.
In lontananza avvertì un rumore. Tese le orecchie e percepì provenire dal fondo della via il battere degli zoccoli di cavalli che lentamente avanzavano. I suoni gli giungevano attutiti. Rimase immobile seduto sotto il muretto poiché si sentiva privo di forze.
Attese che i rumori si facessero più distinti mentre s’avvicinavano. I cavalli dovevano essere almeno tre.
All'improvviso, quando entrarono nell'alone del chiarore di un cero che illuminava una nicchia ospitante il Sacro Cuore di Gesù, si distinsero in effetti tre cavalli, distanti una ventina di canne. Parevano dei fantasmi. Solo uno era montato da un cavaliere, gli altri due erano carichi di sacchi e bisacce. Cesco cercò di riconoscere l'uomo.
Don Alessandro Bellomo aveva l'aria di chi stesse partendo per un lungo viaggio. Se la dipartita avveniva in piena notte era chiaro segno che si voleva che fosse compiuta alla chetichella, senza clamore.
Certo che in quei giorni di scalpore ne aveva sollevato, il ricco e nobile mercante! Presunto assassino e pederasta manifesto!
Sul suo destriero avanzava col capo reclino e ciondoloni, gravato dalla vergogna delle ultime vicende. La faccia era smunta e le guance coperte da ispida barba. I vestiti erano quelli di sempre, ricercati e pregiati, ma sembravano sdruciti e logori come se si fossero adeguati all'umore di chi l'indossava. L'elsa della spada baluginò al chiarore del lumicino.
Tutto parve molto triste agli occhi di Cesco, che aveva sempre ammirato in don Alessandro l'atteggiamento del distinto gentiluomo appartenente ad un’illustre casata. Diverse volte aveva tentato d’allacciare con lui rapporti amichevoli, ma non aveva mai ricevuto molta attenzione. Vi era anche stato un periodo in cui aveva cercato di emulare le abitudini raffinate del giovane siracusano e aveva cominciato a radersi una volta ogni due giorni, ma aveva rinunciato poiché quella cura personale necessitava d’una eccessiva perseveranza: ben presto, come tutti, riprese a farsi la barba solamente di domenica e nelle altre feste comandate.
I tre cavalli, uscendo dalla sfera di luce della candela votiva, si reimmersero nel buio e sparirono agli occhi di Cesco.
Il giovane udì lo zoccolio e gli sbuffi degli animali mentre gli passavano accanto. Li osservò svanire mentre si dirigevano verso Porta Nuova. Riuscì di nuovo a distinguere le tre cavalcature e il cavaliere quando furono illuminati dal chiarore della tremante fiammella d’un altro cero votivo. Poi, tornarono a essere delle ombre nella notte.
- Mio caro don Alessandro, tu non sai quanto ti fu utile il tuo cognome! Per un uomo di più umile schiatta ben più pesante sarebbe stato il fio! - biascicò quasi l'ubriaco. Cercò di scrutare l'oscurità alla ricerca di quei fantasmi, poi scoppiò a ridere.
Il suo pensiero andò al capitano di giustizia. Don Amodei avrebbe pagato le conseguenze per aver agito avventatamente a guisa di giustiziere che, in barba a tutte le regole del saper vivere, agisce umiliando i galantuomini! Non solo i Bellomo avevano qualche soddisfazione da chiedere al capitano di giustizia, ma anche i Rincon d'Astorga…
Il padre di Cesco da quella vicenda era uscito furioso.
L'uffiziale dell'ordine gerosolimitano, il capitano de Boisset, era anch'egli partito quasi subito dopo la scarcerazione, minacciando gravi ritorsioni. Il Regio Secreto aveva cercato di stemperare l'ira del cavaliere, ma inutilmente. La vantaggiosa fornitura era svanita e così pure la possibilità di far entrare nell'ordine equestre suo fratello Cesare. Un lucroso affare e l'opportunità di dare al cadetto una carriera che avrebbe dato lustro alla famiglia erano sfumati a causa di una testa di scecco che pretendeva di agire al di sopra di tutti!
Cesco si domandò chi avesse tirato la schioppettata al capitano di giustizia. Era lo stesso autore dell'assassinio di 'Gnazio? ... o un sicario dei Bellomo?
Anche se ancora immerso nei fumi del vino seppe trovare una risposta. Ricordò le parole del padre al ritorno dall'incontro che ebbe con don Cristoforo Bellomo:
- Quell'imbecille o non campa assai o don Cristoforo gli fa prendere uno spavento che se lo ricorderà per sempre! -
Il giovane rise sommessamente, emettendo suoni sciocchi come solo gli ubriachi sanno fare. Poi spalancò la bocca emettendo un sonoro sbadiglio: nel buio parve il lamento di una fiera.
Cercò d’alzarsi ma le sue gambe non riuscirono a reggerlo. La contrada Santa Caterina era così lontana!
Guardò il cielo.
No, non vi erano altre stelle cadenti.
Abbassò lo sguardo e lasciò che le spire del sonno l’avvolgessero.







[1] A questo punto della narrazione lo Spirito d’Agosta mi ricordò che niente s’inventa a questo mondo e forse ancor meno in Sicilia, dove i sicari da sempre sono esistiti. Cominciò allora col raccontarmi d’una storia che avvenne poco prima che Megara Iblea fosse distrutta da Gelone nel quattrocentottantuno avanti Cristo, quando un ricco mercante fu ucciso davanti al suo uscio perché non volle pagare una percentuale dei suoi introiti al prepotente del luogo. Insomma, una storia di “pizzo” ambientata nella Magna Grecia!