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giovedì 24 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXII



XXII – Padre Alberto


Nell'ampia baia della marina di ponente una sfilata galeazza battente bandiera spagnola stava levando l'ancora. La grossa cima a cui era attaccata si tese e s'avvolse attorno al verricello. Lo stridio ferì l'aria col suono acuto simile al lamento d’un grosso animale. Un branco di gabbiani si levò in volo e volteggiò sopra la nave.
Dalle alte fiancate cominciarono a muoversi, come zampe di un enorme insetto, i lunghi remi sollevati dai galeotti.
Alle orecchie di don Francesco, affacciato alla bifora della sua stanza, arrivò l'eco delle grida degli addetti alle manovre. In breve la prua della galeazza guadagnò l'uscita della larga baia e sembrò puntare dritta verso torre Avalo, la rotonda fortificazione guardiana dell'imboccatura del golfo di ponente.
Le bianche vele dei tre alberi cominciarono a dispiegarsi e, cogliendo la brezza marina, si gonfiarono mollemente.
La nave, pigra come un grosso pachiderma, si mosse e prese a solcare le tranquille acque della baia. I marinai a bordo dello scafo lavoravano alacri e sembravano simili a operose formiche in un giorno di primavera.
La galeazza si sarebbe diretta verso Malta, e la sosta ad Agosta si era resa necessaria per consentire il rifornimento d’acqua presso la fonte che fuoriusciva non lontana dal torrente Marcellino.
Don Francesco Amodei guardò l'ariete dell'imbarcazione e si rammaricò per quanto fosse malridotto. Notò che la punta di ferro era in gran parte stata aggredita dalla ruggine.
Seguì muto e quasi affascinato quell'avanzare maestoso e provò un senso di ribellione e di celata invidia verso anche l'ultimo marinaio dell'equipaggio.
Chi lo tratteneva ad Agosta? Poteva andarsene come e quando desiderava, non doveva dar conto ad alcuno. Perché, allora?
Vide la galeazza sparire scivolando dietro i fronzuti e ampi ombrelli dei grandi pini marini a ridosso del caricatoio.
Si voltò a guardare l'interno della stanza e i suoi occhi cercarono il largo cassetto del mobile in cui giacevano tutti i suoi pensieri trascritti su carta ingiallita. Osservò poi, mal celato tra altri fogli, lo scuro dorso del Tractatus Theologicus-Politicus d’un anonimo tedesco. Per una curiosa concomitanza di eventi il destino gli aveva fatto pervenire dall'Olanda quell'opera nota a pochi: da più di un anno la studiava e continuava a rileggerla con avidità, ne era del tutto ammaliato e la mancanza di paternità forniva a quel libro cosi complesso una sorta d'alone di mistero che lo rendeva ancora più enigmatico e affascinante.
Era stata una fortuna che padre Alberto, da poco uscito da quella stanza, non si fosse accorto della presenza di quei fogli!
- Chissà se ne ha scritti altri? - si domandò a proposito del misterioso autore.
Ormai anche la scia della galeazza era svanita e le acque della baia erano tornate a essere placide e piatte.
Don Francesco Amodei si chiese se quella nave avesse mai attraccato nel porto di Amburgo e se l’autore del trattato l'avesse mai vista veleggiare.
Un diffuso senso di solitudine pervase il capitano di giustizia. Profondamente sospirò.
Aprì i vetri della finestra per far entrare un po’ d'aria marina.
Sentì la sua presenza accanto.

- Anna, vi ricordate quanti momenti belli abbiamo trascorso assieme? -
La guardò mentre anche lei, affacciata alla bifora, guardava il mare. Solo una colonnina li separava. Donna Anna come una fiera annusava l’aria e don Francesco pensò che avrebbe potuto ispirare tutti i poeti del mondo.
- Certo, momenti bellissimi, e ancora ne trascorreremo se voi non mi dimenticherete. -
- Io non vi dimenticherò mai. –
Anna sorrise.
- La vita continua... -
- Per me s’è fermata quando ho raccolto il vostro ultimo respiro tanti anni fa! –
- Dove siete adesso? –
- Altrove. –
- Scusate, non avrei dovuto chiedervelo. –
Anna sorrise ancora.
- Francesco, siete sempre stato così rispettoso, così delicato. Siete un uomo speciale. -
- Speciale, speciale... me lo dicevate pure vent'anni fa! Ma non ho fatto niente di speciale e mai farò alcunché che lo sia. Ho sempre vissuto ad Agosta e la mia vita è banale. – il capitano di giustizia ebbe quasi un sussulto – La mia vita siete stata voi, con voi sarei stato speciale. Perché voleste fare quel viaggio a Malta? –
- Ve l’ho detto mille volte: perché volevo provare la sensazione d’un viaggio, un viaggio col mio amato. Una prova generale. Dopo Malta avremmo fatti altri viaggi. Avremmo lasciato Agosta e voi vi sareste dissetato della vostra sete di sapere e io dietro voi. –
- Il viaggio lo facemmo, ma fu l’unico. –
- Sì, ma passammo dei giorni meravigliosi a La Valletta! Quanta gente! Quante lingue... mamma mia! Sembrava d’essere in una Babilonia! ... Poi... –
- Poi, il colera... Voi abbandonaste questa terra sulla galera che ci riportava ad Agosta. Cercai di nascondervi, ma la ciurma vi scoprì. Quei vigliacchi m’immobilizzarono, vi misero in un sacco con delle pietre e vi lanciarono fuoribordo! A nulla valsero le mie urla e le mie grida. –
- Tanti anni sono trascorsi. Non pensateci più, mio caro Francesco, io sono ancora qua. Se un giorno deciderete d’imbarcarvi su una galera, io sarò con voi e il nostro progetto potrà ancora realizzarsi. –
- No, non penso che si realizzerà mai, perché senza di voi ho perso la motivazione. Vi avrei voluta viva accanto a me e non solamente dentro di me. Vi amo, Anna. –
- Anch'io Francesco... ma forse la mia presenza v’impedisce d’essere libero e di vivere la vostra vita... ! –
- Forse un bel niente! Non provate neanche ad abbandonare i miei pensieri! Io sono felice di portarvi dentro... forse sono io che vi vincolo a me? –
- Non dite futilità, marito mio. Come potete pensare ciò? Certe volte v’osservo e vi vedo triste! -
- Adesso mi sentite triste? –
- No, non penso... –
- Infatti sono felice perché sono con voi. Cosa importa se all’esterno posso apparire triste e meditabondo, io dentro sono felice perché sono con voi. La vostra energia, che sentivo quando ero viva, la sento anche adesso che siete... altrove. -
- Anna... –
- Ditemi, marito mio. –
- Sono pazzo? –

Guardò alla sua sinistra e vide i piccoli forti Garzia e Vittoria ergersi solitari su due isolotti in mezzo alla rada.
Quelle fortificazioni, volute più di un secolo prima dal viceré don Garzia di Toledo, s’ergevano con i loro obliqui muri, grigi e sbiaditi, sulle placide acque della baia. Suo nonno gli raccontava, quando ancora era un bambino, una vecchia storia che riguardava dei grossi uccelli rosa dal lungo collo che popolavano quegli scogli: scomparvero senza più ritornare quando gli uomini vollero appropriarsi dei due isolotti. Prima di volare via il capo stormo parlò ad un povero monaco, promettendogli che quando sarebbero tornati avrebbero reso gli uomini di quella contrada saggi e pacifici.
Da ragazzo Francesco Amodei aveva trascorso interi pomeriggi nell'attesa di avvistare quei volatili leggendari. Il capitano di giustizia sorrise, pensando che nessun uccello rosa sarebbe mai tornato, e quei pensieri gli riportarono la serenità poiché Padre Alberto se n'era andato da poco lasciando nell'aria di quella stanza qualcosa di torbido e malsano, quasi velenoso, ed i suoi ricordi gli fungevano d’antidoto.

- Voi non potete sapere in quale stato d’inquietudine noi tutti fummo gettati dopo aver saputo in quale avventura incorreste! – esordì il domenicano.
- Noi tutti? – chiese ironico don Francesco.
- Certo, noi tutti. – padre Alberto non volle cogliere la provocazione del capitano di giustizia – Ma orsù, mi racconti cosa v’accadde. –
L’episodio fu esposto senza che il sopravvissuto all'attentato aggiungesse troppa enfasi, ma Francesco Amodei capì ben presto che dietro a quella visita non si celava solo un atto di cortesia.
- Cosa mi dite dei vostri sospetti? C’è un legame fra ciò che v’accadde e l’assassinio del pecoraio? – domandò alla fine del racconto padre Alberto.
- Non lo so ancora. Lo verificherò nei prossimi giorni. -
- Forse allora è inutile tenere ancora nelle segrete i suoi presunti sospetti. Summum ius summa iniuria[1].-
- Dura lex sed lex[2]. - ribadì divertito don Francesco.
Quell'ironia fu mal accolta dal padre priore: il suo volto infatti scurì e fu ancor più somigliante a una prugna secca.
-Voi siete un solerte servitore dello stato. Lo sanno tutti! -
- Esser riconosciuto come tale per me è motivo di grande orgoglio. Ma ditemi, quale motivo vi spinse a farmi gradita visita? -
- Quale motivo? Vedervi in salute dopo il pericolo in cui siete incorso! Inoltre è da diversi giorni che non ho il piacere di parlarvi. M'è stato detto che da qualche giorno apparite con animo pervaso di pessimo umore, quindi ho ritenuto che una mia visita potesse aiutarvi e liberarvi dai pensieri tenebrosi che v'inquietano.-
- Non ho alcun pensiero tenebroso. -
- Siate sincero, mio caro capitano, non raccontatemi che il vostro equilibrio non fu scosso da tutti gli avvenimenti in di cui foste protagonista! -
- Di quali eventi parla? Dell’attentato di cui fui oggetto o dell’inchiesta che conduco? Se fa riferimento a quest’ultima, perché dovrei essere scosso? Ritenni di fare il mio dovere. La mia coscienza è tranquilla e quindi io medesimo.-
- Nessuno dice che voi non faceste il vostro dovere. Si pensa però che, di certo in buona fede, abbiate un po’ ecceduto.-
- Non eccedetti! Fu ucciso un uomo che lavorava per la corona spagnola. Arrestai chi poteva avere secreti motivi per esserne l'assassino. Le mie ragioni le esposi al governatore di Agosta che, avendole accettate, mi fornì anche delle guardie perché fossi agevolato nel compiere gli arresti. -
- Uomo? Non chiamatemi uomo chi era più prossimo al demonio che a Dio! -
- Padre Alberto, voi non eravate di codesta convinzione qualche anno fa', quando da 'Gnazio vi furono denunciate due donne con l'accusa d'essersi fatte coprire da Lucifero! - dicendo ciò don Francesco alzò leggermente il tono della voce.
Il domenicano rimase silenzioso, poi disse:
- Ma come può tutta quella gente essere colpevole dello stesso crimine! -
- Li arrestai come presunti colpevoli. -
- Qual'è stata la necessità di trarli in prigione? -
- Volli evitare fughe e fornire un chiaro segno di quanto la corona spagnola esista, e che non la si può offendere senza temere una punizione, poiché, quando è colpita, essa reagisce con prontezza. Soprattutto in contingenze come quelle attuali. Le armate del maresciallo Vivonne sono in procinto d'aggredirci. L'uccisione d’un informatore deve quindi essere ritenuta un'offesa alla corona spagnola! -
- E il vostro attentato? Forse dovrebbe convincervi che alcuni dei personaggi che voi sospettate dovrebbero essere scagionati. -
- Forse, invece, è ben il contrario! Fui oggetto d’un aggressione perché sto interessandomi di chi non dovrei. E tutto ciò a dispetto di certe voci. –
- Quali voci? -
- Padre Alberto, non giochi con me! Voi siete ben al corrente delle dicerie che mi vogliono presunto dittatore della piazzaforte nell'attesa dell'arrivo de li francisi a cui vorrei vendere Agosta! Io sono uno strenuo difensore della corona spagnola e qualcuno mi vuole colpire! Ricevetti l'incarico di gestire la giustizia dal viceré dando in cambio la mia parola di uomo d'onore! Non ho alcuna intenzione di tradire la promessa fatta. Padre Alberto, come può rendersi conto, io gioco a carte scoperte e se avete ricevuto l'onere di verificare la mia fedeltà potete ritornarvene da dove siete venuto rassicurato.-
- In effetti delle voci sono circolate, ma... –
- Vede, vede! Il presunto dittatore, dittatore di chi? In verità chi vorrebbe un dittatore non è il popolo minuto ma la classe nobilizia che ha sempre mal sopportato la corona. Davanti mille salamecchi e inchini eppoi dietro... ! La Sicilia ai siciliani! La Sicilia di chi? Dei nobili siciliani che devono abbellire i loro palazzi! Io appartengo alla corona spagnola ed un mio avo giace nei fondali di Lepanto. Se questa terra possiede qualche opera che non appartenga solo ai nobili è merito della Spagna che ha pensato ai Siciliani. Il caricatoio, il castello chi l’ha costruito? I vostri amici patrizi? La nuova gabella e le imposte se fossero rimaste nelle loro tasche nessuno si sarebbe peritato di lagnarsi! –
- Ma figluolo... –
- Vuole sapere cosa vi dico, padre? Io non penso che esista alcuna altra grande avidità e ingordigia se non quella espressa da un siciliano su un altro siciliano. Altro che corona spagnola! I vostri amici cercano d’infangarmi per poi eliminarmi? -
Il dominicano si schiarì la voce.
- Iniuria in sapientem virum non cadit[3]. Nessuna delle persone d'onore da me conosciute vi considera un traditore. Anzi, quelle voci non godettero d'alcun credito e scivolarono via come l'acqua dei ruscelli. Il vero problema è un altro. Don Francesco, voi vi comportaste ciecamente: more andabatarum gladium in tenebris ventilans[4]! Foste irruento! Avreste dovuto agire con più circospezione intervenendo con decisione solo sui principali sospettati come per esempio la majara e la banda dei contrabbandieri. E solo poi, quando foste stato ben sicuro dell’improbabile colpevolezza di don Alessandro Bellomo e dell'uffiziale de Boisset, avreste dovuto procedere agli eventuali altri arresti. -
- Per me tutti hanno la stessa probabilità di essere colpevoli. Ancora non li ho interrogati. Omnia tempus habet[5]. Quando avrò avuto occasione di parlare a ciascuno penserò a procedere alle scarcerazioni degli innocenti. -
I tratti del volto di padre Alberto si distesero in quello che avrebbe dovuto essere un sorriso: s'avvicinò a don Francesco e con la mano dissecchita tentò di menare dei colpi amichevoli sulle robuste spalle del capitano di giustizia, che percepì appena quei tocchi.
- Bravo, bravo, don Francesco, sapevo che avrei parlato con una persona ragionevole. Nessuno vi terrà rancore poiché voi siete veramente un uomo probo. -
- E chi mi dovrebbe portare rancore? -
- Nessuno. - rispose il domenicano facendo spallucce - Per l'appunto, nessuno. Parlai così per parlare! Fra quanto procederà all'interrogatorio? -
- Fra due settimane. -
- Due settimane! Non vi pare troppo eccessivo? -
- Dopo quel tempo passato fra i topi ogni uomo e più disposto a essere sincero! -
- Ci sono metodi molto più veloci e sbrigativi! Non si scordi della mia esperienza: ottenni la confessione di tanti rei! Se avessi dovuto usare, per render fiacca la volontà degli inquisiti, il solo soggiorno nelle segrete non avrei potuto concludere che la metà dei miei processi! Potrebbe cominciare con la majara e vedrà che non tarderà a trovare il colpevole! -
- Penso proprio che la vostra sia una buona idea! Darò disposizione perché si cominci con l'uffiziale gerosolimitano! - don Francesco non riuscì a nascondere un sorriso ironico - Ma voi avete ancora nostalgia di qualche processo della Santa Inquisizione Spagnola? -
La faccia di padre Alberto tornò a essere simile ad una prugna risecchita. I suoi occhi lanciarono lampi mortali come quelli di un basilisco.
- Don Francesco, non ho alcuna nostalgia ma ritengo che un Santo Tribunale sia necessario per far tornare ad Agosta un po' di dignità religiosa! In ogni caso, qui in altum mittit lapidem, super caput eius cadet[6]. Fate ciò che più v’aggrada. Voi siete il capitano di giustizia! Ma... in questi tempi tutti, anche gl’uffiziali rischiano. -
- Sì, l’ha proprio detto, il capitano di giustizia sono io. – don Francesco capì che il domenicano era latore d’una minaccia.
Non proferì nessun’altra parola, s’avvicinò alla porta e l’aprì con gesto deciso.
I due uomini non si salutarono ma padre Alberto non rinunciò a lanciare uno sguardo che avrebbe dovuto intimidire il padrone di casa che, invece, rispose con un sorriso.

- Capitano, c'è un giovane che ha chiesto di vedervi. -
Era decisamente il giorno delle visite. Prima padre Alberto e adesso un giovane sconosciuto.
- Chi è? -
- Un giovane pecoraro. Dice che voi lo conoscete. -
- Fallo entrare, Mico. -
Don Francesco guardò la curva figura del vecchio servitore uscire dalla stanza. Si domandò quanto tempo ancora sarebbe campato.
Dopo poco il vecchio Mico ritornò precedendo un giovane con i capelli arruffati e con le braghe e la giubba di vello rasato.
Si portava appresso l'odore del suo gregge.
- Mico, ma come non lo riconosci? È Itano! Il pecoraro che mi cura le pecore. Prima lavorava con 'Gnazio! -
- Capitano, vecchio sono. È da tanto che non lo vedo! -
- Sei vecchio quando ti conviene! ... Itano, cosa vuoi? -
- Parlare con vostra eccillenza! - il giovane teneva gli occhi bassi e si guardava i piedi che calzavano dei sandali fatti con pelle di capra.
- Mico, lasciaci soli che il ragazzo deve con me conferire. -
Il vecchio servitore strisciando i piedi svanì nella penombra del corridoio.
- Allora, Itano, che mi devi riferire? Ce la fai da solo a curarmi le pecore? -
- Sì che ce la faccio. Eppoi Romolo è un bravo cane e mi aiuta assai... Ho visto chi ha ucciso 'Gnazio. —
Il giovane pastore continuava a rimirarsi i piedi. Don Francesco non mosse un muscolo del viso.
- Chi è stato? - domandò con voce pacata.
- Un grande cristiano con un mantello nero e le mani nere. -
- E il viso? Che viso aveva? -
- Non lo so. Aveva il cappuccio alzato. Era girato e io ero distante venti canne, ammucciato fra dei cespugli. M’ero allontanato a riprendere una pecora che s’era persa. Tornando vidi 'Gnazio parlare con quell'uomo.-
- Litigavano? -
Il giovane fece schioccare la lingua contro i denti e sollevò il mento in senso di diniego.
- No, anzi volevano futtiri. -
- Fornicarono? -
- No, perché quando 'Gnazio si girò per offrirsi come femminella l'uomo la gola gli tagliò.-
- Perché non me ne parlasti prima? -
- Quell'uomo così grande mi parve terribile. M'ascanto della sua vendetta. Don Francesco, voi mi dovete proteggere! Se si viene a sapere che vidi l'assassino io sono spacciato. - Itano alzò la testa: Don Francesco gli osservò i grandi occhi, scuri e profondi come il cielo di notte. Erano umidi di lacrime trattenute.
- Mi hai parlato di mani nere. Erano mani di negro? -
Il giovane pecoraro fece un cenno affermativo con la testa.
- Era don Giuseppe Rincon d'Astorga? Don Peppe ‘u niuru ?-
Itano assentì di nuovo.
- L'assassino colpì con mano manca? -
Itano non rispose subito e parve riflettere.
- Che ne so? Troppo ascantatu ero ! –
- Orsù Itano... pensaci un po’! -
- Sì, mi sembra proprio di sì. -
Il capitano di giustizia congedò Itano dopo aver raccomandato al vecchio Mico di donargli del biscotto con uva passita e una quartara di vino calabrese.
Sullo scrittoio era posata l’arma da fuoco che aveva ucciso il povero Rombo. La prese e cominciò a osservarla: il capo delle guardie, che d’armi se n' intendeva, gli aveva detto che la pistola era di fattura turchesca.
Guardò ancora fuori dalla bifora e si domandò quando un'altra galeazza così imponente si sarebbe ormeggiata nella baia di Agosta.
Sì, forse aveva ecceduto, li avrebbe fatti liberare…








[1] Summum ius summa iniuria = somma giustizia, somma ingiustizia.
[2] Dura lex sed lex = la legge è dura, ma è sempre legge.
[3] Iniuria in sapientem virum non cadit: l’ingiuria non offende l’uomo saggio.
[4] More andabatarum gladium in tenebris ventilans: alla maniera dei gladiatori andabatii che colpiscono nelle tenebre.
[5]Omnia tempus habet: ogni cosa a suo tempo.
[6] Qui in altum mittit lapidem, super caput eius cadet: la pietra cadrà sopra il capo di chi la lancia in alto.