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mercoledì 23 aprile 2014

Agosta - Capitolo XXI



XXI – Amanti


Sopra Agosta la notte sembrava un manto di nera pece e le stelle minuscoli fori d’ago da cui filtrava una luce diafana.
- Lo so, Domine Iddio mi ha voluto punire! Sono io la causa dei disastri! – Teresa, seduta sulla soglia del suo casolare, era immersa nel buio. Sulle gambe teneva appoggiata la testa del cane Sozzo, che lei accarezzava con gesto affettuoso. L'animale di buon grado accettava quelle effusioni, che nella quotidianità molto di rado gli erano elargite. Sia Diego che Teresa erano buoni padroni, anche se poco propensi ad assumere comportamenti sdilinquiti. Quindi quelle carezze erano un evento eccezionale e da gustare fino in fondo.
Ogni volta che la mano con fare delicato gli si posava sulla fronte, percorreva il capo fra le orecchie e lo solleticava dietro la nuca, Sozzo chiudeva gli occhi e assumeva un’aria di sottile godimento. Quando la mano si sollevava, gli occhi si aprivano in una minuscola fessura in attesa di richiudersi alla successiva carezza.
Sentiva la donna parlare ma non prestava molta attenzione a ciò che diceva, poiché interpretava il suono della sua voce come una nenia. Certo che tutte quelle attenzioni erano un avvenimento davvero singolare!
- Tornare a essere povera! Fare la fine di mia madre! Io volevo una famiglia e una casa! Ho tradito la fiducia di San Domenico, di Domine Iddio e di tutti quanti. Sono stata punita e m'è stato portato via l'uomo che mi ha sposato! Senza di lui tutto sparirà, le robe spariranno. Don Francesco si riprenderà la terra! Oh, me meschina! -
Al calar del sole Teresa, sola nel suo casolare sulle pendici del poggio, si disperava e, con pianto straziante alternato da frasi monotone, si macerava nel dolore e nel rimorso.
Tutti quegli avvenimenti improvvisi e così inspiegabili li aveva interpretati come segnali del paradiso, che aveva deciso di punirla. Nella sua mente ancora erano fresche le immagini di ciò che aveva vissuto come un incubo.

Nel mezzo della notte precedente i cani avevano cominciato ad abbaiare e tutte le campagne risuonarono del loro latrare furioso, a cui presto s'accumunò quello di Sozzo. Diego, destatosi dal suo profondo sonno, s'alzò dal pagliericcio e irato cominciò a gridare contro il suo cane con tanta furia che, dopo un po’, non si arrivò a capire chi fosse la bestia e chi il padrone. Anche Teresa si levò per comprendere cosa fosse l'origine di tutto quel trambusto. Esasperato, Diego lanciò una pietra verso Sozzo: il cane, colpito, guaì e cercò rifugio dietro al pozzo con la coda fra le gambe. Non molto lontano si vide avanzare un chiarore di lanterne e di torce risalenti la trazzera che menava alla loro piccola proprietà. Non trascorse molto tempo che fra quelle luci fu possibile scorgere il rilucere delle armature e dei metalli di gente armata.
I soldati, sudati in quella notte di calura e resi sinistri dal chiarore delle torce, parvero diavoli dell'inferno. Teresa s'avvinghiò a Diego che in verità non era meno spaventato. I soldati chiesero le loro generalità e dopo aver ricevuto una tremante risposta trassero in arresto il povero Diego: se lo portarono via senza proferire parola.
Sozzo si sentì autorizzato a riprendere ad abbaiare e con rabbia ringhiò alle guardie. Rimediò un calcione e, muto, prese a seguire quel corteo a distanza di sicurezza. Anche i suoi padroni non osarono parlare e subirono la violenza con atteggiamento rassegnato. Solo quando fu lontano una ventina di canne Teresa vide Diego voltarsi e lo sentì urlare: - Bada alla roba! -
A metà giornata Teresa disubbidì alla consegna maritale e spinta dalla curiosità scese alla piazzaforte per raccogliere notizie. Sua nonna le chiese di restare presso di lei ma 'a Saracina rifiutò poiché doveva tornare ad accudire le bestie.

- Oh me, mischina! Oh me, mischina! -
Nel buio, proprio come nel mezzo della notte precedente, i cani presero ad abbaiare con furia. Sozzo, che ormai s'era quasi assopito, abbandonato sulle gambe della padrona, si drizzò all’improvviso e – seguendo l’esempio dei suoi consimili – cominciò a latrare. Fu preso da una sorda rabbia nervosa e prese a caracollare da una parte all'altra del piccolo cuttiglio antistante al casolare. Teresa ammutolì terrorizzata. Si drizzò e scrutò in quel buio pesto, ma niente riuscì a intravvedere nella pece notturna.
Il chiasso furioso di Sozzo s'accrebbe tanto da divenire parossistico. Teresa era incerta se rimanere nel cuttiglio o rientrare nel casolare.
Prima di qualsiasi segnale visivo fu possibile percepire dei rumori che – dapprima attutiti dalla distanza, poi sempre più distinti – rivelarono lo zoccolio d'un cavallo.
Infine, l’ombra di un cavaliere e il suo destriero si delinearono in quella fitta oscurità.
Se gli armati della notte precedente parvero provenire dalle fiamme dell'inferno non sembrò che quella figura, più scura della notte, giungesse da un luogo più ameno. Sozzo, ormai impazzito, mostrava il bianco dei suoi denti. Il cuore di Teresa era in tumulto: pensò che il diavolo fosse venuto a prenderla.
- Teresa! – l’ombra la chiamò.
Trascorse qualche attimo in cui la sorpresa, la meraviglia, il rancore, la tristezza, il rimorso, la paura, l'agitazione e l'amore si successero in rapida ripetizione nell'animo della donna, tanto che si creò nel suo intimo un mescolarsi indefinito di sensazioni.
- Vattene via, vastaso! Che mi facesti dannare da tutti i Santi del paradiso! - 'a Saracina colse un sasso e lo lanciò nella direzione di quel cavaliere confuso nel buio.
Il destriere di Cesare Rincon d'Astorga, colpito dalla pietra, s'imbizzarrì sollevandosi  sulle zappe posteriori. Il giovane, sorpreso, cadde maldestramente.
Si rialzò dal suolo polveroso e acciaccato s'avvicinò a Teresa. Sozzo gli s'avventò contro.
- Ferma Sozzo! Ferma! – gridò 'a Saracina, ma per farsi intendere dovette intervenire aggrappandosi all’arraffato pelo del cane inferocito, che solo allora si quietò.
- Ti dovrei far mangiare dal cane! -
- Perché tutto questo livore contro di me? - chiese il giovane, ormai tanto prossimo alla sua amante da poterne distinguere i tratti del volto.
- Mi hanno portato via il marito e mi porteranno via anche la terra e le bestie. È il volere dei Santi perché ho giaciuto con te! -
Con pazienza Cesare provò a spiegare che la causa di tutto quel trambusto era l'uccisione del pecoraro 'Gnazio.
- Tuo marito è fra i sospettati. -
- Diego sospettato assassino! Ma se non riesce a far male a nessuno! È un uomo troppo buono per offendere chicchessia! -
- Eppure è sospettato! Sembra che sia ritenuto reo d'aver fatto dei traffici con mastro La Mare e mastro Morabito senza aver versato le gabelle! -
Teresa si rammentò che negli ultimi mesi i contatti col marito e il fondacaio s’erano fatti più fitti. Inoltre aveva avvertito in Diego una certa agitazione, tipica di chi non possiede la coscienza del tutto tranquilla. Si ricordò anche dell'indifferenza che notò nel marito quando gli aveva esposto il progetto di seguire le pratiche ordite dalla majara per rimaner gravida. Ah, se l'avesse ascoltato e avesse evitato di seguire i consigli di Iana l'orbicella!
Anche se forse i Santi non avevano una diretta responsabilità in tutto ciò che era accaduto Teresa non era affatto tranquilla.
- Ma anche gli altri arrestati non pagarono le gabelle? -
- No, loro con le gabelle non hanno niente a che fare. Ma sono anch'essi sospettati di aver ucciso il pecoraro... sembra che ognuno avesse il timore d'essere denunciato per qualche motivo. Pensa che don Francesco Amodei s'è dato cura per arrestare personalmente un grande uffiziale della ricetta dei cavalieri di Malta... era lui che mi avrebbe dovuto presentare ai suoi superiori e favorire il mio ingresso nella congregazione. Mio padre dice che adesso sarà impossibile ottenere i dovuti appoggi... con questa storia i cavalieri toglieranno la ricetta da Agosta. -
- Toglieranno la ricetta! - Teresa pensò che sarebbe stata una bella perdita per Diego, poiché i cavalieri di Malta erano in effetti degli ottimi clienti e non vi era settimana che non chiedessero qualche viaggio al caricatoio. Ma anche Diego era imprigionato! Che bel danno aveva combinato quel capitano di giustizia!
Cesare afferrò le spalle della donna e l'attrasse a sé. Teresa lo lasciò fare. Anzi fu grata al suo amante d’aver preso l'iniziativa e affondò il viso nel petto dell'uomo cercando un conforto per il futuro che le appariva pieno d’avvenimenti funesti.
- Sono venuto perché sapevo che ti avrei trovata da sola… per dirti che ho pensato di fuggire da Agosta e di portarti con me. Sono sicuro che ormai non farò più parte dei cavalieri di Malta e che non avrò un’altra opportunità d’andare per il mondo se non muovendomi con le mie gambe. Però non riesco a immaginare d'andarmene senza te! -
A Teresa quella proposta evocò spettri che considerava ormai lontani e remoti, non più proponibili. Si rammentò di sua madre al seguito di gabbamondo. Una vita dura, piena di stenti e di paure! I suoi ricordi infantili erano troppo lontani perché giungessero alla sua mente con nitidezza. Le tornò dietro un senso di malessere e di disagio dai tempi in cui era una picciridda al seguito di un’avventuriera.
Per quanto stesse attraversando dei frangenti difficili da superare riteneva l'attuale situazione di certo molto più confortante della sconsiderata proposta appena fatta dal suo amante. Allontanò la testa dal petto di Cesare e lo guardò con occhi terrorizzati.
- Da Agosta io non me ne andrò mai! Se vuoi andare in giro, vai... ma non con me! Io da picciridda il mondo già lo vidi e ciò mi basta e mi soperchia! -
Il giovane Ricon d'Astorga la strinse a sé con un tenero abbraccio e conciliante disse:
- È solo un'idea che mi ha attraversato la testa! Credevo che ti potesse interessare ed entusiasmare. Ne parlerò in ogni caso a zu’ Peppe quando tornerà da Palermo. Conosci mio zio? -
- Chi? L'uomo nero? E chi non lo conosce ad Agosta! Mia nonna quando ero picciridda ogni volta che voleva spaventarmi mi minacciava di farmi prendere da Peppe 'u niuru! -
- Mischino zu Peppe! È così buono! —
Le loro labbra si trovarono nel buio.
- Senza di te vivere mi sembra impossibile! - disse il giovane Cesare — Dopo quella settimana di ripetuti incontri t’ho cercata dappertutto. Mi sono finanche appostato vicino alla Porta Nuova nella speranza di vederti attraversarla. Sono riuscito a sapere dove abiti e volevo fare una sortita notturna per osservarti... sono pronto a fare le più estreme follie pur di vederti e toccarti! -
- Sei proprio pazzo! Se avessi compiuto un'azione del genere saresti stato scoperto da Diego. Anche se vecchio ha ancora un fisico molto forte e sono sicura che ti avrebbe affrontato! Che tragedia, Cesare! Per amore del Sacro Cuore, chetati! -
- Chetarmi… ?! Quando seppi che tuo marito era stato arrestato lo interpretai come un segno del destino! Se volessimo potremmo essere liberi e fuggire nel luogo che più ci aggrada. -
- Non insistere! -
- Come vorrei che restasse carcerato tutta la vita! - Cesare sospirò, pensando che anche lui come suo fratello Cesco era destinato ad amare le donne degli altri.
- Non dire mai più una cosa del genere. Diego e un buon cristiano e non bisogna augurargli niente di male! - la voce di Teresa risuonò contrariata.
- Perché allora non c'incontriamo ancora fra gli scogli di capo di Grotta Longa? Perché volesti interrompere i nostri incontri? -
'A Saracina imprigionò fra le sue mani il viso del giovane uomo e l'attrasse alle labbra. Lo baciò quasi con dolore: sentì d'essere rapita e trasportata in un luogo dove tutte le paure svanivano insieme ai rimorsi, ai Santi del Paradiso, a San Domenico, a Diego, a sua nonna, a Iana l'orbicella. Ancora una volta lontano, lontano.
Il buio fece loro da coltre e cosi avvolti si amarono con un trasporto quasi ferino, come se fossero stati due animali feriti e in piena lotta. Ma non vi fu né vincitore né vinto poiché entrambi, dopo, si adagiarono sulla nuda terra del cuttiglio esausti e sudati.
Il cavallo Gioacchino dalla non lontana stalla udì quegli affanni e sconsolato soffiò dalle larghe nari facendo risuonare per disappunto gli zoccoli al suolo. Quando anche lui avrebbe potuto placare le sue voglie?
Non aveva compreso cosa stesse accadendo in quei giorni, ma pensò che non fosse certamente niente di buono. Forse quegli avvenimenti avrebbero ancor più allontanato il compiersi del suo desiderio?
Attraverso una finestrella, che impreziosiva una delle pareti della stalla, osservò il cavallo di don Cesare che s’aggirava nei pressi. Forse che lui aveva già goduto d’una cavalla? No, troppo giovane, in più aveva l’aria d’un vero minchione viziato. Un damerino.

Il chiarore dell'alba colse i due amanti abbracciati, sdraiati davanti all'uscio del casolare e bagnati dall'umore della notte. Teresa si sciolse dalle braccia di Cesare e dopo aver dedicato solo poco tempo alla pulizia personale si recò dentro la stalla per mungere le caprette. Non le sfuggì lo sguardo di Gioacchino.
- Che guardi, tu? Grosso cavallo babbaleo! –
Per tutta risposta Gioacchino l’indirizzò un sardonico nitrito.
Indispettita, la donna uscì dalla stalla con un paiolo colmo di latte. Da una rozza madia trasse una forma di pane nero. Destò Cesare scrollandogli le spalle e, presolo per mano, l'accompagnò, ancora assonnato, fino ai piedi di un fronzuto carrubo da cui era possibile osservare Agosta adagiata ai loro piedi.
Bevvero entrambi dal paiolo, poi Teresa volle spezzare il pane. Il giovane glielo prese dalle mani ed estrasse dal fodero uno stiletto che portava appeso alla cintola. Con esso tagliò due larghe fette.
Solo allora 'a Saracina notò che Cesare Rincon d'Astorga fosse solito adoperare con maggiore dimestichezza la mano manca.