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martedì 22 aprile 2014

Agosta - Capitolo XX



XX – La Passeggiata


Tutti ad Agosta sapevano che a giorni alterni il capitano di giustizia don Francesco Amodei faceva la sua passeggiata a cavallo nell’entroterra.
Quel giorno, mentre montava in groppa alla sua adorata Saetta, s’accorse che la cavalla era azzoppata. Guardò sotto lo zoccolo e s’accorse che il ferro era rotto.
Chiese quindi al vecchio criato di convocare il maniscalco e di sellare Rombo. Quando acquistò Saetta decise di lasciare in pace il vecchio cavallo e d’utilizzarlo di tanto in tanto giusto per fargli sgranchire un po’ le zampe. Era molto affezionato all’animale e per nulla al mondo se ne sarebbe separato poiché era appartenuto alla sua amata Anna. Quante passeggiate avevano fatto assieme!
La giornata era bella e l’inaspettato acquazzone della sera precedente aveva rinfrescato l'aria interrompendo l'afa ch'era arrivata anzitempo. Niente gli avrebbe fatto rinunciare alla passeggiata in quel giorno di prima estate!
- Allora mio caro Rombo, vecchio ronzino, è da un bel po’ che non c’avventuriamo insieme per la campagna. Ti stavi impoltrendo! -
Il cavallo scrollò la testa più per mostrare il suo disappunto per l’appellativo “vecchio ronzino” che per la prospettiva d’una passeggiata non desiderata.
Lungo il tratturo l’erba era cresciuta alta e sarebbe stato sufficiente attendere qualche giorno per vederla del tutto ingiallire sotto l’implacabile sole estivo.
Con un leggero tocco degli speroni stimolò i fianchi di Rombo e subito l’anziano cavallo principiò un leggero trotto che non l’affaticava.
La luce di quel mattino non era contaminata da alcuna foschia e il paesaggio appariva nitido come se fosse stato disegnato dal tratto sicuro d’un pittore amante dei dettagli. I pensieri di Don Francesco, nonostante la luminosità di quel luogo, erano foschi e incentrati sull’omicidio del suo informatore.
S’immaginò che Anna gli cavalcasse a fianco come era loro costume.

- Anna, cosa pensate? Chi può aver commesso l’atto? Perché? Quale movente? -
- Vostra eccillenza, capitano di giustizia, volete che faccia il vostro travaglio? – la sua sposa si burlava di lui.
Don Francesco si chiese cosa avrebbero pensato coloro che avessero potuti osservarli. Lei giovane, bella e sprigionante entusiasmo e lui intaccato d'anni di solitudine, il viso e le membra che mostravano il passaggio del tempo.
- Dolcissima moglie del capitano di giustizia, è inutile che vi vantiate tanto, perché anche voi non avete una risposta ai miei quesiti! -
- Certo è che fornirvi di risposte non è facile! È come trovare un ago in un pagliaio! ‘Gnazio non era molto popolare e non godeva della simpatia della gente di Agosta, non solo per l’attività di spia che professava ma anche per la diffidenza naturale che ispirava il suo aspetto torvo e ferino. Marito mio, non ricordate come distoglieva sempre lo sguardo quando parlava? Ciò era sinonimo di poca trasparenza! Di torti e di spiate n’aveva fatte molte quindi può essere stato ucciso per vendetta e non solo per le delazioni ch’era in procinto di fare. –
- Per fortuna questa volta sono riuscito a impormi sul governatore e a farmi dare una mano per portare avanti gli arresti… io faccio quello che posso! Di morti ammazzati ad Agosta ce ne sono stati parecchi e in special modo nella zona del caricatoio, che è frequentata da ubriaconi e marinai provenienti da tutti gli angoli del Mediterraneo. Di tanto in tanto invio una ronda con gli uomini d’arme prestati dal governatore. Lo faccio più per mostrare l’esistenza d’una autorità costituita che per mantenere l’ordine; a quello ci pensano i bravi locali che ben conosco e che, quando mostrano d’andare un po’ più in là del loro mandato, convoco personalmente. –
- Lo so, marito mio, e so quale cruccio vi procura tutta questa vicenda. Chi ha ucciso ’Gnazio ha soppresso un personaggio sotto la protezione vostra e della corona spagnola, quindi il responsabile deve essere perseguito altrimenti l’autorità che voi rappresentate sarebbe screditata. Chi altri cercherebbe la vostra protezione? Questi sono i vostri pensieri, mi sbaglio, forse? Vi conosco, marito mio, e so quali procelle agitano il vostro animo! Ma adesso vi chiedo di guardarvi attorno, di ringraziare Domine Iddio per questa magnifica giornata e di sfidarmi ad arrivare prima presso quel salice a trenta canne da qui! –
Senza alcun preavviso donna Anna spronò la sua giumenta lanciandola in uno sfrenato galoppo.
- Forza Rombo, mostriamo cosa sappiamo fare alla capitana di giustizia! -
Il vecchio cavallo, che non s’aspettava quel comando e la richiesta d’un gesto atletico poco appropriato alla sua veneranda età, cominciò a galoppare.
Solo quando arrivò all’altezza del salice don Francesco tirò le redini e Rombo s’arrestò ansimante.
Donna Anna non c’era più. Il capitano di giustizia s’issò sulle staffe cercandola nella campagna.
Il petto gli si riempì d’ansia.
- Ma di che cosa le parlo io, di morti ammazzati? Quanto sono scimunito! Viene a trovarmi e le parlo di Agosta! – pensò a voce alta.
Se solo avesse atteso prima di sparire! Le avrebbe detto quanto l’amava e quanto la vita non aveva alcuno gusto senza lei. Dovunque ella fosse l’amava. La vista gli s’annebbiò per le lacrime. Si passò la manica sugli occhi per asciugarseli prima che le stille debordassero.
- Scusa Rombo, non avrei dovuto. -
Il vecchio destriero lo guardò e se avesse potuto gli avrebbe detto:
- Ohé, ma l’hai capito che queste cose non le posso fare più? Ancora una volta e mi scoppia il cuore! –

Il capitano di giustizia si voltò perché udì il suono d'un cavallo lanciato al galoppo.
In lontananza, alla fine del tratturo che si perdeva in mezzo l’alta erba puntellata da margherite gialle, apparve un cavaliere.
Ben presto don Francesco riconobbe, tradito dagli sgargianti colori delle sue vesti, Michele, il cagnotto di don Emanuele d’Astorga.
Il cavaliere ben presto lo raggiunse tirando le redini quando gli fu accanto.
- Bacio le mani, vostra eccillenza – disse con tono canzonatorio don Francesco, che sapeva come il cagnotto si faceva chiamare quando nottetempo si recava al caricatoio.
- Sono io che vi bacio le mani! – rispose Michele con un certo imbarazzo, che cercò di dissimulare dietro ad un sorriso.
- Certo che per voi è stato facile divenire nobile! –
- Non mi permetterei mai, don Francesco, la gente ignorante scherza con me perché sono al servizio d’un nobile! –
- Questo non v’impedisce di ricevere il rispetto degno d’un re. Così m’hanno detto dalle parti del caricatoio. –
- Don Francesco… -
- Vostra eccillenza, per voi sono “vostra eccillenza” e voi siete Michele, sono chiaro? –
- Certo, vostra eccillenza – Michele si rammentò dell’incontro di qualche settimana addietro con Filadelfo il carnizzeri, presso la gargotta di Mariuzza – ecco, volevo dirle che la gente porta più rispetto a queste – e pose le mani sull’else della spada e dello stocco – che alla mia presunta nobiltà. -
Il suo sorriso adesso esprimeva una certa maliziosa provocazione.
Anche il capitano di giustizia sorrise, ricordandosi l’eco che produsse in tutta Agosta il trattamento ricevuto da uno dei bravi che dettavano legge al caricatoio: Michele, con maneschi argomenti, volle ben chiarirgli chi dovesse per primo ricevere un omaggioso saluto. Dopo quell'avvenimento il cagnotto aveva ottenuto un incontrastato rispetto, e non solo nella zona della darsena.
- La sua solita passeggiata, vostra eccillenza? -
Don Francesco si resse sulle staffe per stirarsi le gambe: era certo che Michele capisse subito quando doveva restare al posto suo.
- Sì, con questa bella giornata come potrei rinunciare, prima che cominci la stagione calda?  Avete lasciato solo il vostro padrone? -
- Don Emanuele non è andato alla casa del popolo. A casa è restato per alcuni affari. Mi ha concesso dei giorni di libertà. Mio padre, che è d’Acitrezza, sembra che stia lasciandoci e ha chiesto di me. Il Regio Secreto è stato generoso e m’ha dato uno dei suoi destrieri; in verità desidera che lo faccia un po’ muovere per evitare che s’imbolsisca. –
Il cavallo di Michele era già sudato.
- Non fatelo schiattare, è un bel cavallo. -
- No, certo che no, sennò don Emanuele fa schiattare me! Dov'è la vostra bella cavalla? –
- Dal maniscalco, essa invece ha bisogno di riposo. – cambiando tono – Certamente sapete dell’uccisione di ’Gnazio! –
- Certo che lo so. Come volete che non lo sappia? Tutti sanno della morte di quello spione e degli arresti che faceste. Ah certo, non sono in molti a rimpiangerlo! –
- Voi che siete sempre in giro, avete raccolto delle voci a riguardo? –
Il volto di Michele si fece inespressivo.
- Cosa dovrei sapere? Quello che sanno tutti! Che denunciava gli altri cristiani per il piacere di nuocere. Persone così non meritano di vivere. -
- La gente non accusa nessuno? –
Michele rise di gusto.
- Ma i colpevoli non li avete già assicurati nelle segrete del castello? Vostra eccillenza, che mi vuole mettere al posto ’Gnazio? I traditori e gli spioni fanno la sua fine eppoi io lavoro già per il Regio Secreto, se qualcosa dovessi riferire lo farei con lui. Mica ho due padroni, io! -
- Certo, ma io custodisco la sovranità del Re di Spagna ad Agosta e in questi anni perigliosi si deve essere ben vigili anche ai tradimenti inspirati dal Nord. –
- Dal Nord? –
- Michele, dove vive? Ha mai sentito parlare dei francisi? –
- Certo, ma cosa c’entrano li francisi con Agosta? Quelli stanno bene a Messina. Ma ’Gnazio qualcosa vi ha detto? –
- Non c’era bisogno che ’Gnazio mi dicesse alcunché, lo sanno tutti che mire hanno li francisi. Mi parlò di patti secreti. –
- Una spia che parla di spie? –
- Di traditori, piuttosto. –
- Ah sì, e chi sono? -
- Michele, le domande le faccio io. – il capitano di giustizia si chiese perché raccontava tutto ciò a quel cagnotto.
- Mi scusi vostra eccillenza, vuole che riferisca al Regio Secreto? –
Per quale motivo permetteva a quel figuro tutta quella confidenza?
- Ma se vai ad Acitrezza, cosa vuoi riferire? Parlerò io col tuo padrone. – gli rivolse un cenno della testa che valse un congedo e, eseguendo una leggera pressione sui fianchi del cavallo, riprese la sua passeggiata.
Mentre osservava il cagnotto allontanarsi, lanciando il cavallo in forsennato galoppo, pensò che fra gli eventuali sospetti potevano anche esserci dei traditori che tramavano contro la Sacra Corona Spagnola, ma non aveva indizi e neanche nomi in quanto ’Gnazio gli aveva solamente riferito di sospetti.
- D’altronde – meditò – è da quando ero creatura che qui in Sicilia si parla di tradimenti, rivolte e patti secreti. Se si dovesse dare credito a ogni voce che circola bisognerebbe attendersi almeno una rivolta o un’invasione alla settimana! Ho proprio l’impressione che dietro l’assassinio del pecoraro ci sia un motivo più banale… una vendetta o che so io? Il timore d’una denuncia. Anche se si trattava d’una carogna forse è colpa mia s’è stato ucciso, l’ho fatto troppo esporre! –

Ormai il sole era alto nel cielo e riscaldava tanto che il vecchio Rombo era tutto sudato: il cavallo avanzava con passo svogliato. Ogni tanto un leggero venticello, passando sulla verde e scolorita campagna, faceva oscillare il manto erboso scuotendo le gialle margherite un po’ appassite. Le mura del castello che sovrastavano il rialzo roccioso di Agosta erano ben visibili da lì, e a tratti si vedevano luccicare i morioni delle guardie sugli spalti.
Don Francesco s’era liberato dei suoi pensieri solo quando, giunto sulla costa in prossimità della  contrada Campolato, e sceso dalla sua cavalcatura, s’era avventurato sui bianchi scogli che facevano da barriera al mare. Quel luogo così solitario e selvaggio gli trasmetteva una sensazione di pace. Scrutò il mare fino all'estrema linea dell’orizzonte e pensò al suo antenato ch’ebbe la ventura di partecipare alla battaglia di Lepanto. Chissà come doveva essere una battaglia navale? Cosa si provava in quei frangenti? Doveva essere più disperata e più terribile d’uno scontro terrestre, e le possibilità di sopravvivere erano di certo inferiori. Qualora si fosse rimasti feriti o la propria nave affondava era solo una questione di tempo e il mare t’avrebbe inghiottito nelle sue profondità. Quale terrore doveva pervadere gli animi dei contendenti! Quanti uomini avevano affrontato quelle prove e quanti ancora le avrebbero affrontate... E Dio? Dio guardava.
Lungo la strada del ritorno il capitano di giustizia si lasciò condurre dal vecchio Rombo ch'era impaziente di raggiungere la sua stalla. Anzi, la vista delle mura del castello lo imbaldanzì e parve rendere la sua andatura più allegra.
A un tratto, in un punto in cui il tratturo si stringeva e s’incurvava, le alte frasche che l’affiancavano presero ad agitarsi. Una figura incappucciata e avvolta in un saio di rozza fattura s’oppose al loro cammino.
Rombo docilmente s’arrestò e il capitano di giustizia osservò la figura che apparteneva a un uomo dalla larga e imponente corporatura, ma il cui volto era indistinguibile nell'ombra del cappuccio. Gli parve, inoltre, che un nero tessuto stretto sul volto impedisse qualsiasi possibilità di riconoscimento. Le maniche del saio era alquanto lunghe ma non tanto d’arrivare a celare il cane d’una pistola stretta da una mano grande e forte.
Don Francesco ristette e non proferì parola, stupito per quell'improvvisa apparizione.
Forse fu proprio il fattore sorpresa che rese tutto più facile a quell'essere mascherato. Alzò il braccio e quel gesto parve lungo tanto quanto la creazione dell’universo.
Il suono dello sparo disturbò un folto numero di storni, che si levarono in volo con un altrettanto rumoroso frullo d’ali.
Rombo ondeggiò come se fosse ebbro, poi all'improvviso crollò su se stesso e don Francesco su di lui.
L’assalitore dalla grossa corporatura, così come apparve, così sparì correndo fra l’alta sterpaglia; Doveva essere spaventato per l’atto appena eseguito e fu tanto malaccorto d’abbandonare sul tratturo l’arma dell’aggressione.
La palla aveva frantumato l’osso frontale del povero Rombo, causandone la morte quasi subitanea.
Nel frattempo, dagli spalti del castello, le guardie attirate dal secco suono della schioppettata lanciarono l’allarme. Passarono diversi minuti prima che uno sparuto numero d’armati della guarnigione del ponte lungo si dirigesse correndo verso il luogo dell’agguato. Lo avrebbero raggiunto solo dopo mezz’ora.
Nel frattempo il capitano di giustizia, ancora stordito, riuscì a liberare la gamba imprigionata sotto il corpo del cavallo. Se la tastò poiché temeva per la sua integrità. Provò a fare qualche passo: gli faceva male. Riusciva a camminare, anche se zoppicava.
S’avvicinò al punto da cui l’aggressore aveva sparato e raccolse la pistola che ancora odorava di cordite.
Poi guardò Rombo. 
Dalla fronte gli usciva uno scuro rigagnolo di sangue. La morte non era riuscita a far svanire dai suoi occhi l’espressione di contentezza che tradiva il sollievo d’essere ormai prossimo alla stalla.