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domenica 20 aprile 2014

Agosta - Capitolo XVIII



XVIII – Il Governatore


Il verduraio gridava a squarciagola e le sue urla di richiamo furono seguite da quelle del pesciaio che cercava di superare gli acuti del beccaio. Quegli strilli riempivano l'aria con toni che in certi casi suonavano quasi come grida strazianti di malcapitati sbranati dalle fiere. A quelle esibizioni di potenza vocale si sommava il brusio costante e insistente degli acquirenti che, con espressione svogliata, s'aggiravano fra i banchi. La gente non solo mercanteggiava ma anche commentava gli avvenimenti che avevano riempito l'afosa notte precedente. Ognuno aveva un particolare da raccontare e in piccoli gruppi gli agostani barattavano fra loro le diverse versioni degli arresti.
Ben presto Agosta fu percorsa da un susseguirsi di narrazioni che, più volte ripetute, produssero nuove notizie d'accadimenti sempre più lontani dalla realtà.
S'arrivò a sostenere che don Francesco Amodei avesse arrestato anche il Regio Secreto e il governatore, e che si fosse così appropriato della piazzaforte per poi cederla ai francesi. Ciò produsse una ventata di simpatia cisalpina la cui origine non si sapeva bene se fosse da attribuire alla popolarità che vantava il capitano di giustizia o all'atteggiamento molto (ahimé!) meschino di chi, al primo mutare di direzione del vento, subito s’adegua poiché spera di trarre vantaggio.
Alcuni cittadini, esaltati per l'eventuale arrivo dei francesi, vollero addirittura celebrare il presunto neodittatore della piazzaforte. A tal fine si recarono presso l'abitazione di don Francesco ed entusiasticamente gridarono:
- Viva il capitano di giustizia, viva li francisi che ci sollevano dalle vili gabelle! -
Quelle grida non furono ripetute molte volte, poiché il viso stravolto dalla rabbia di don Francesco – apparso a una finestra – fu sufficiente a far ammutolire gli sparuti manifestanti e al contempo a convincerli che le loro opinioni politiche erano inopportune; in un batter d’occhio, sparirono dalla sua vista.
- Ma che vastasi! – commentò a fior di labbra il capitano di giustizia.
Le campane della chiesa Madre suonarono l'angelus e l'attività della piazzaforte s'arrestò. Tutti cercarono un luogo ombroso dove consumare il proprio pasto: anche i disperati lavoratori delle saline a mezzodì erano dispensati dal duro travaglio. Sarebbe ripreso nelle tarde ore pomeridiane poco prima che calasse la sera.
Eppure una certa animazione rimase sospesa nell'aria, anche se la calura di quell'estate così afosa tendeva ad assopire qualsiasi eccitazione dello spirito.

Il governatore don Vincente Bosch y Centelles annusò la leggera brezza, che gli portò alle nari l'odore della trepidazione del popolo minuto. Ciò che percepì non gli piacque per niente.
Guardò dall'alto della sua residenza, posta all'interno delle mura del castello, il magnifico azzurro del golfo di levante incorniciato dal verde smeraldo delle acque che accarezzavano la riva e che, in fondo verso capo di Grotta Longa, s'incupiva fino a divenire blu. Sospirò e si voltò ad osservare l'interno della stanza.
Gli parve di divenire cieco tutt’ad un tratto perché i suoi occhi, abbagliati della vivida luce esterna, confusero la penombra per l'oscurità.
Lentamente riuscì a vedere ciò che la stanza gli offriva ed osservò  gli astanti.
Il Regio Secreto e la sua figura massiccia occupavano una robusta sedia su cui, più che seduto, pareva coricato. Infatti le gambe erano stese in avanti e i piedi incrociati si puntellavano col tacco sul pavimento e, poiché era quasi sprofondato nella sedia, la nuca s'appoggiava a metà schienale. Il governatore pensò che don Emanuele Rincon d'Astorga assumesse quella posizione a causa del costosissimo spadone che si portava a fianco e da cui, con ostentazione, non si voleva mai separare. Dietro al nobile si stagliava, in piedi e con le braccia conserte, la sagoma dello suo sgherro Michele intento a scrutare gli astanti con i suoi piccoli occhi.
Padre Alberto sembrava un manico di scopa vestito: in piedi in un angolo, mostrava una finta aria assente come se con la mente si trovasse a visitare terre lontane. La testa minuta e spigolosa ricordava un frutto disseccato al sole, mentre nelle profonde orbite brillavano due occhi vigili che mal dissimulavano il desiderio di sondare l'animo degli uomini.
Quell'attitudine gli era rimasta e si era radicata nel suo intimo dopo il trentennale servizio prestato presso i tribunali itineranti siciliani della Santa Inquisizione Spagnola. Malgrado la sua abnegazione, stimolata da una sfrenata ambizione, quell'uffizio non gli aveva consentito di guadagnare una stabile posizione di prestigio nella gerarchia ecclesiastica. L’apice della sua carriera l'aveva toccato quando l'Ordine l'aveva inviato in Spagna alle dirette dipendenze dell'Inquisitore Generale Diego de Arce y Reinese, suo grande maestro. Ogni venerdì, alle prime ore del mattino, aveva il privilegio di partecipare alla seduta del Consejo de la General y Suprema Inquisicion dove erano discussi i casi più riservati, coperti dal segreto di stato.
In realtà ricopriva la funzione di semplice scrivano ma, malgrado il modesto incarico, si riteneva ugualmente importante al pari di tutti i severi prelati che sedevano attorno al lungo tavolo della Suprema della Corte.
Quando la massima carica fu ricoperta da Diego de Sarmiento y Valladares il frate domenicano fu rimandato nelle sue terre d'origine e le sue ambizioni naufragarono. Ormai anziano, il destino l'aveva collocato ad Agosta. I suoi natali, modesti, e l'intelligenza, non eccelsa, non gli consentirono d'ottenere, al suo rientro in terra siciliana, i riconoscimenti a cui aspirava; gli fu però assegnato l'uffizio di padre priore di un piccolo convento di frati domenicani (notevole traguardo per il figlio minore d’un villano!).
Ad Agosta era rispettato e ascoltato sia dal popolo minuto sia dalla locale nobiltà, giacché il ricordo della sua precedente attività presso tali personaggi altolocati lo rendeva degno di considerazione. In verità quelle passate vicende impressionavano solo la plebe e gl’ingenui benestanti di provincia, poiché già da qualche decennio l'Inquisizione non era più lo strumento di repressione privilegiato del regio potere e la sua azione era da tempo sbiadita.
Un altro personaggio era presente in quella stanza e fra tutti era il più temuto da don Vincente, che sapeva esercitare, quando gli si presentava l’occasione, un potere arrogante e dispotico.
Il suo nome era don Cristoforo Bellomo, padre di don Alessandro. Sedeva impettito, conscio della sua posizione, quasi infastidito di condividere quel luogo con due personaggi che potevano trarre solo vanto dal poter rivolgergli la parola. Aveva chiesto al governatore d'esser ricevuto da solo, ma don Vincente aveva insistito perché incontrasse anche il Regio Secreto e il priore dei frati domenicani.
Il suo nervosismo era visibile. Seduto su una sedia con le gambe incrociate, ne dondolava una con energia. Pareva volesse prendere a calci l'aria.
La calvizie, ormai dominatrice assoluta, gli lasciava buona parte del capo esposto e la pelata, in quella giornata cosi afosa, riluceva di sudore. Era abbigliato con indumenti la cui stoffa era certamente d’ottima qualità, ma in essi non era possibile riscontrare alcuna ostentazione di lusso. Nella persona del ricco mercante tutto era essenziale e misurato: il superfluo non era ottemperato nel suo stile, ed egli mal sopportava quando lo riscontrava negli altri.
Era facile quindi comprendere il disappunto di don Cristoforo nel ritrovarsi accanto a don Emanuele, che era la iattanza fatta persona. L'insofferenza raggiunse il suo apice quando il Regio Secreto estrasse da una tasca degli ampi pantaloni una preziosa tabacchiera decorata con putti e amoretti in oro e argento, e tutta l'operazione del tabaccare fu osservata con profondo disprezzo. Di ciò don Emanuele non si diede la minima cura e, dopo aver annusato con avidità la presa, starnutì con tanto fragore da far sobbalzare padre Alberto.
In quel convegno era assente il castellano don Pedro Gomez de Arce. Don Vincente non lo riteneva più degno d’alcuna considerazione, poiché la sua immagine era ormai compromessa dalle presunte infedeltà coniugali della castellana. Quando era in famiglia finanche il governatore lo chiamava abitualmente 'el cornudo'!
- Allora, questo don Francesco arriva o no? - don Cristoforo domandò alla fine spazientito .
- No, non penso proprio che tiene intencion de venire. - rispose sconsolato don Vincente, che malgrado i quasi quattro anni di permanenza in terra siciliana ancora non aveva ben assimilato l'idioma locale ed il suo parlare era infarcito d'espressioni che non aveva voluto abbandonare nelle terre spagnole - L’ho già incontrato esta maňana e gli ho parlato del negocio. Mi ha detto d'aver ben inteso le mie... le nostre argumentaciones ma che non vuole incontrare ninguno de ustedes.-
- E chi é costui che non vuol incontrarmi! - l'ira di don Cristoforo era quasi incontenibile.
Don Emanuele l'osservò studiando ogni espressione del suo viso. Il ricco mercante era insofferente alla figura del governatore e al suo modo di parlare.
- È uno spirito solitario ma rispettoso delle regole di Domine Iddio e del Re di Spagna, molto ascoltato e stimato dalla gente di Agosta... che il Signore gli fornisca sempre tanta salute! È ritenuto uomo giusto: iustum et tenacem propositi virum[1]. A tutti è nota la dedizione ch’egli porta ancora alla sua sposa, morta quasi più di vent’anni fa! - intervenne padre Alberto che, dopo il sonoro starnuto di don Emanuele, sembrava del tutto ripresosi dallo spavento.
- Ma chi é? Il padrone di Agosta? - l'ironia traboccò dalle parole di don Cristoforo.
- No, no, non c'è nessun patron aca. Agosta appartiene alla Corona Española y a su senado. El proceder de don Francesco Amodei es motivado por las majores intenciones. Ha trabajado en él interés del suo uffizio… es un hombre di buena et integra fe! - s'affrettò a dire don Vincente.
- Ma quel figuro deve per forza far parte della nostra compagnia? - domandò con disappunto il nobile mercante siracusano, accennando al cagnotto del Regio Secreto.
A un cenno della mano di don Emanuele lo sgherro Michele lasciò la stanza.
- Quindi voi giustificate il procedere insano di questo capitano di giustizia che, in una malanottata troppo afosa, ha messo in catene tante persone, compreso il mio figliuolo? - don Cristoforo s'era ormai levato dalla sedia e camminava con passo nervoso per la stanza.
- No, por el Sagrado Corazón de Nuestro Señor Jesucristo sacrificado sobre la Cruz! Io non lo justifico para nada… quiero solo far notar che don Francesco agisce ciegamente senza discernir esto che es bene fare para esto que es oportuno abandonar… non ha la vision de chi ha conosciuto les problemas del mundo, non tiene grandi contatti con el mundo externo... su familia tiene una nobile e rispettabile historia ma lui es hombre mezquino che non conosce le reglas del vivere de los hombres de bien. Come dite voi? Galantuomini. -
- Per amore delle nostre orecchie! Don Vincente, vi prego! Non inoltratevi in cotanta difesa! - ciò dicendo don Emanuele, nonostante l’impaccio del suo spadone, si levò dalla sedia e anche lui cominciò a camminare non riuscendo a contenere la propria agitazione - Sono d'accordo con voi: don Francesco è uomo di legge ligio e rigoroso, ma per fare il putiferio di stanotte certamente richiese la vostra autorizzazione! Come spiegarsi altrimenti tutti quei soldati del castello posti sotto il suo comando? -
Il governatore lo guardò atterrito e non si capì se per la visione di quell'uomo massiccio armato di spadone o per le pesanti accuse appena ricevute.
- Sì, in effetti io diedi mi consentimiento al procedimiento! - ammise il pover'uomo trattenendo a stento un tremore nervoso che in simili occasioni lo prendeva sulla guancia destra - Ma... -
- Ah, dunque foste voi ad autorizzare l'arresto del mio figliuolo! - esclamò don Cristoforo con una voce che, dietro la calma apparente, celava una rabbia sorda.
- No, no... caballeros, vi prego, tuto esto e mal entendido... Ayer… Ieri… nella tarde recibí el capitán di justicia che aveva chiesto de tener estrema urgencia de vedermi… mi habló dell’asesinato de un pastor, suo informante, che fue asesinato por essere tenutario de terribili secretos riguardanti un proyecto de revuelta contro la corona española… también sostiene que aquella mattanza... uccisione, fuera d’essere un grave danno per il suo travaglio di esbirro, era anche un segno de rebelion contro l'autoridad en vista de que era a tutti manifesto quali fossero i legaduras... legami fra el pastor y don Francesco... si dichiarò fautor de una reazione rapida che mostrasse a tutti (compresi agli ipotetici cospiradores) quale fosse la capacidad di reacción degli uffiziali al servizio della corona española... non ebbi nessuna dificuldade a concedere la mia autorizacion perché no tenevo sospecha... sospetto... di quali persone sarebbero state colpite da quell'exceso di diligencia! Diedi il mio asentimiento a ojos cerrados... come dite voi: a occhi chiusi! -
- Exceso di diligencia! Come potete chiamare eccesso di zelo quell'agire sconsiderato? ... Don Vincente, mi meraviglio di voi! Lasciare che un povero imbecille disponga così delle vostre guardie! - infierì don Cristoforo che, continuando a camminare, aveva anche preso ad agitare le braccia come le ali di un pesante uccello.
- Vi ripeto, caballeros, non potevo imaginar nada! Pensavo che gli arresti erano fatti fra il vulgo, non fra la gente aristocrata... eppoi in questi giorni così perigliosi e pieni de dicerie cosa avrei potuto fare? Non sono insólitas le voci de secretos proyectos contra la Majestad Española… la sospecha es dondequiera… se non avessi dato il mio asentimiento quién sabe cual pensamiento si sarebbe fatto de me aquel papanatas! -
- In paese si dice che don Francesco sia il capopopolo che arresta i nobili e favorirà l'arrivo de li francisi. Sotto la sua autorità saranno eliminate le gabelle: lo si può accusare di tradimento! - don Emanuele sorrise con aria maliziosa.
Un silenzio imbarazzante attraversò la penombra di quella stanza. 
Don Cristoforo guardò con una punta d’ammirazione don Emanuele. Certo, perché no? Alto tradimento, una bella soluzione definitiva… con tanto di taglio della testa!
Il ricco siracusano colse l’occasione per aggiungere:
- Capisco, capisco... certo che tutti questi balzelli e gabelle fano uscir di senno. Quale interesse possiamo trarre da questa perniciosa guerra olandese? Paesi troppo lontani sono, solo pochi illuminati siciliani comprendono i grandi disegni di sua maestà il re di Spagna e accettano di ridurre i loro averi per la gloria della Corona. Facilmente qualche esaltato può farsi portatore delle esigenze di sudditi poco leali verso la Spagna! -
Padre Alberto si schiarì la gola:
- Don Francesco è un fedele suddito e molto amato dal volgo. Oltraggiarlo può essere periglioso per la tranquillità di Agosta, e con difficoltà lo si riuscirebbe ad accusare di tradimento. A parte qualche povero di spirito, tutti in paese sanno che gli arresti furono eseguiti per trarre verità dall'omicidio del pecoraro 'Gnazio, e chi l'ha ucciso deve averlo fatto per vendicarsi o per evitare che le prove di certi misfatti potessero essere resi pubblici. -
- Ma quale delitto può aver commesso il mio figliuolo? - domandò con ironico stupore don Cristoforo.
- È un sodomita. Ebbe rapporti contro natura con un marinaio. - asserì con tono di condanna padre Alberto.
- Attenzione a non proferire più alcuna parola! Poco mi curo del vostro abito e non vi permetto d'accusare mio figlio di tali nefandezze! - la voce di don Cristoforo era strozzata e la rabbia quasi gli stava facendo schizzare gli occhi fuori dalle orbite.
- Ma fu sorpreso ignudo con quel marinaio al momento dell'arresto! –
L'affermazione poco prudente di padre Alberto provocò la violenta reazione di don Cristoforo che s'avventò sul religioso per aggredirlo. Ormai i modi compassati del ricco mercante siracusano erano del tutto svaniti.
Don Emanuele e don Vincente s'affrettarono ad allontanare le mani del padre furioso dal collo del domenicano che, con lo sguardo impaurito e il volto congestionato dal terrore, chiedeva soccorso.
- Por amor de lo Santisimo Sacramento, caballeros, arrestate questo comportamento desconsiderato! Ma con el calor che fa in queste noches non es certo infrecuente che si dorma ignudi! - disse conciliante don Vincente.
- Non tollero simili diffamazioni, da chiunque. Sono disposto a far rimangiare ogni accusa simile! - don Cristoforo gridava e i suoi occhi erano iniettati di sangue. Pareva il volto d’un dannato degli inferi.
- Vi prego, calmatevi! Padre Alberto non fece altro che riferire delle dicerie. Tutti noi siamo convinti dell'assoluta innocenza di don Alessandro. Come potremmo credere a simili affermazioni che il volgo ignorante e maligno diffonde? Invece di farci prendere dall'ira dovremmo argomentare su chi è stato causa di tutto questo pandemonio! - don Emanuele, in piedi in mezzo alla stanza, parlò con voce calma, appoggiato al suo spadone.
L'esortazione del Regio Secreto placò l'ira del nobile mercante, che s'adagiò sulla sedia reindossando la sua aria seria e compassata. Quella metamorfosi improvvisa stupì non poco gli altri astanti.
- Dovete sapere, illustrissimo don Cristoforo, che quel barbagianni arrestò anche un uffiziale di grado elevato dell'ordine Gerosolimitano... la nostra città trae moltissimo onore e vantaggio dalla presenza della ricetta della Santa Congregazione, poiché attraverso essa il traffico e il travaglio del nostro caricatoio sono favoriti. Sono sicuro che l'inopportuno arresto rovinerà i nostri buoni rapporti e l'ordine abbandonerà questo sito. - don Emanuele sapeva ormai d'aver guadagnato un po’ di considerazione da parte di don Cristoforo e ciò gli procurò una gran soddisfazione. Aveva sempre mirato ad allacciare rapporti con quella che era ritenuta la famiglia più prestigiosa della vicina Siracusa.
In quell'ombrosa stanza tutti sapevano che il Regio Secreto era il beneficiario del maggior vantaggio economico dai traffici con la ricetta. Ognuno, però, mostrò d'ignorare la cosa.
- Voi, don Vincente, siete il governatore di questa piazzaforte. Avete tutta l'autorità per chiedere la liberazione del mio figliuolo e dell'uffiziale del sacro ordine. - asserì don Cristoforo.
- No, es meglio di no. Non crediate che don Francesco Amodei sia così deprovisto da non tenere le sue ligaduras con la corte del visorrey di Palermo. Quale rapporto pieno des acusaciones infamanti mi farebbe! Con i tiempos che corrono, non ho alcuna intenzione di dare nutrimiento a dicerie sul mio conto! -
- Penso di possedere un certo ascendente sul capitano di giustizia, gli parlerò. Lo farò ragionare e sono sicuro che tornerà sui suoi passi. Fortiter in re, suaviter in modo[2]: lo convincerò che la morte di un pecoraio niente può avere a che fare con un rampollo di nobilissimi natali e con un uffiziale dell'ordine dei cavalieri di Malta... gli consiglierò anche di cercare i responsabili di quell'assassinio fra gli altri carcerati popolani. Se sarà necessario saprò trovare degli argomenti a me noti. - padre Alberto parlò con voce flebile e timida poiché non aveva ancora del tutto superato la paura che l'aveva colto poco prima. La sua proposta suonò come una richiesta di perdono e di riconciliazione col nobile siracusano.
- Quali argomenti? – domandò don Emanuele.
- La mia veste impone che io conservi per me la trattazione di certi argomenti spirituali con i diretti interessati. – il padre domenicano riuscì a produrre un sorriso che avrebbe fatto invidia a un gesuita.
- Sì, fateglielo il predicozzo! – tagliò corto don Cristoforo - Ma non si scordi di far sapere a quel babbaleo che inoltrarsi in certe trazzere è oltremodo periglioso: si può inciampare, cadere e rompersi anche la noce del collo! Rammentateglielo, padre. Se il vostro tentativo non dovesse funzionare, denunzierò questo barbagianni al viceré come traditore e amico de li francisi... poco m’importa dell’opinione del popolo minuto. Avete una settimana di tempo… poi agirò a modo mio. -
Tutti guardarono don Cristoforo Bellomo. I tratti del suo viso erano rilassati tanto quanto il tono della voce con cui aveva pronunciato quella minaccia.
Il nobile siracusano manifestò l'intenzione di abbandonare la compagnia.
- Rientrate a Siracusa? - s'informò il Regio Secreto con tono servile.
- Risiederò nel palazzetto di mio figlio in attesa che questa triste faccenda sia conclusa. -
- Se voi m’autorizzate, posso prestarvi il mio servo Michele perché possiate ricevere protezione. Agosta con tutti questi forestieri può essere un luogo pieno d'insidie! -
Don Cristoforo guardò con disprezzo don Emanuele Rincon d'Astorga.
- Il mio nome basta a proteggermi. -








[1] Iustum et tenacem propositi virum = Uomo giusto e tenace nel tener fede ai propri propositi

[2] Fortiter in re, suaviter in modo = risoluto nell'esecuzione ma con modi garbati