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sabato 19 aprile 2014

Agosta - Capitolo XVII



XVII – Le Segrete del Castello


Al radioso e luminoso giorno seguì una notte buia e senza luna. Una coltre di vapore copriva Agosta e impediva al brillare delle stelle di rallegrare la vista di chi avesse voluto osservarle. L'assenza di qualsiasi movimento d'aria rendeva il caldo della giornata stagnante e l'umidità era così elevata che animali, cose e cristiani ne erano totalmente intrisi. Solo gl'insetti notturni sembravano bearsi di quel clima e le zanzare, provenienti dai maleodoranti acquitrini delle saline, tormentavano uomini e bestie.
L'ora era tarda ma l'afa notturna impediva il riposo e ogni espediente per trovar frescura era vano. Ci fu addirittura chi s'avvicinò alle spiagge e cercò refrigerio immergendosi nel mare. Gli agostani insonni erano alla ricerca smaniosa del sonno ristoratore e la piazzaforte era immersa nel silenzio, in attesa della brezza liberatrice.
Dalla massiccia mole del castello riecheggiarono i passi di uomini in arme. Quel suono sinistro, dapprima ovattato, rimbombò con fragore quando gli armati attraversarono il ponte levatoio.
Malgrado il caldo umido rendesse insopportabile qualsiasi indumento che ricoprisse la pelle, quegli uomini erano equipaggiati di tutto punto; infatti sopra le camicie portavano delle casacche di cuoio, mentre sul capo calzavano vecchi elmi bicorni. Gli stivali erano rinforzati di punta e di tacco con placche di ferro. Era difficile intravvedere i loro volti nella luce soffusa delle vie poco illuminate. Sembrava che non ne avessero.
Al loro passaggio le vecchie, spaventate da quella minacciosa apparizione, si segnarono con la croce. La gente si chiese cosa facesse, in piena notte, quel drappello di soldati armati d’alabarda e archibugio per le vie della piazzaforte; ci fu chi ipotizzò che Agosta fosse in procinto d'essere invasa dai francesi e che i soldati spagnoli fossero in preallarme.
Conduceva quella compagnia il capitano di giustizia don Francesco Amodei, che montava il suo nero destriere Saetta.
I curiosi, ad onta del caldo e della stanchezza, s'accodarono agli armati e formarono dopo non molto un corteo che niente aveva da invidiare a quello della processione che veniva fatta in occasione del Venerdì Santo.
La moltitudine s'inoltrò nella via principale fin dopo la chiesa di Sant'Andrea, e s'arrestò solo quando don Francesco smontò dalla cavalla.
S'approssimò agli armati e con secchi ordini diede diverse disposizioni. Dal numeroso plotone si staccarono infatti cinque piccole pattuglie composte ognuna da tre soldati, che subito si dispersero nelle vie secondarie della piazzaforte. Con il capitano di giustizia ne rimasero otto.
Don Francesco s'avvicinò a un portone ed energicamente lo percosse con l'elsa della sua spada. La moltitudine mormorò, poiché quella era l'entrata del palazzetto di don Alessandro Bellomo.

Sulle basse volte della stanza si riflettevano, come fantasmi impazziti, le ombre proiettate dai lucignoli posti sulla parete. Sul tavolaccio accanto all’entrata di quello stanzone giaceva un pesante e ingombrante mazzo di chiavi, uno spadone che soffriva in alcuni punti per l’attacco della ruggine ed un vecchio morione, pesante e non più lucido, che aveva calzato sporche teste di soldati per più di settant'anni.
L'elmo bicorno dondolava come una barchetta mal ormeggiata. Il dito del soldato provocava quel moto facendo pressione sulla punta frontale. L'uomo guardava le oscillazioni con aria ebete: nonostante la non più verde età, sembrava un bambino di pochi anni che per la prima volta gioca con un cavallo a dondolo.
- Dai, Veccio, vai a dormire! -
Il soldato sobbalzò e il morione, con gran fracasso, cadde a terra procurandosi una nuova ammaccatura. Il cambio era arrivato.
- Non puoi evitare di giungere così nascostamente? La prossima volta t'infilo come un tordo! - disse con tono aspro il soldato al nuovo venuto che, con espressione divertita, aveva il volto di chi è riuscito un'altra volta a spassarsela alle spalle altrui.
- Ma chi vuoi infilare, asino, che riesco a spaventarti ogni volta! - e il burlone menò un’allegra pacca sul braccio della sua vittima. Bastò ciò per far svanire il debole rancore dagli occhi del soldato. Il suo nome era Mario e proveniva da un lontano borgo padano nei pressi dell'abazia di Chiaravalle, poco distante dalla città di Milano. Era in Sicilia da meno di trent'anni quando Gian Giacomo Teodoro Trivulzio conte di Melzo, malgrado la sua veste cardinalizia, fu inviato a Palermo a reprimere la rivolta capeggiata dal capopopolo Alessi.
Quando l'insurrezione fu sedata con l'inganno e annegata nel sangue il cardinale tornò nella città di provenienza con il titolo di governatore ma il buon soldato lombardo rimase in Sicilia. La scelta forzata non gli pesò molto poiché il sole meridionale ben presto dissolse il ricordo delle brume padane e, nonostante le carestie e le pestilenze che percorrevano anche quelle terre, l'isola gli parve il paese del bengodi.
La sua permanenza nella capitale insulana non fu lunga poiché dopo solo qualche mese dalla fine della rivolta fu comandato prima a Trapani, poi a Siracusa e infine ad Agosta, dove risultava essere il soldato con maggior anzianità: per questo era da tutti con affetto chiamato "Veccio".
Il soldato che avrebbe dato il cambio a Mario si chiamava Juanito ma non era spagnolo poiché proveniva dall'italianissima Casoria. Il suo vero nome era Giovanni e il soprannome traeva origine dalla sua bassa statura e dal capitano delle guardie del castello che così l'aveva soprannominato fin da suo primo ingresso nelle mura della piazzaforte. Era di natura gioviale e burlona e spesso tirava su il morale dei camerati con le sue facezie. Per questo era molto popolare fra gli abitanti del castello, castellano e governatore compresi.
Era nato il giorno stesso in cui Masaniello d'Amalfi era veniva trucidato nella basilica del Carmelo, e da poco più di due anni era stato destinato alla tranquilla Agosta.
Sia il lombardo che il campano avevano scelto di divenire uomini d'armi per assicurarsi un vitto sicuro poiché difficilmente, rimanendo popolani, ne avrebbero avuto garanzia giornaliera. Ebbero ad abbandonare la famiglia di cui ben presto persero le tracce, e solo un fumoso ricordo sopravvisse in loro dei paesi natii. La nostalgia era un lusso a cui non erano avvezzi.
Fra coloro che scelsero quel mestiere erano da ritenersi i più fortunati. Infatti, la loro professione non li aveva ancora menati in campagne guerresche dove la vita, in cambio del vitto sicuro, era messa in costante pericolo.
- È stata una malanottata! Lo sai che siamo pieni di ospiti? - domandò il Veccio a Juanito.
- Certo che lo so! Feci parte del plotone agli ordini di don Francesco Amodei! - rispose con vanto il piccolo campano.
- Perché tutti questi arresti? -
- Cosa vuoi che ne sappia! Si dice che gli arrestati siano dei sediziosi contro la corona di Spagna. Sono loro gli assassini di 'Gnazio il pecoraro. -
- Perché lo avrebbero ucciso? -
- Facile a dirsi: perché era una spia e stava per denunciarli all'autorità! Il suo sporco mestiere di Giuda l'ebbe già fatto all'inizio dell'anno quando furono decollati quei due poveri marinari siracusani con l'accusa d'essere alleati dei messinesi traditori! – per non lasciar alcun dubbio sui suoi sentimenti riguardo agli spioni sputò con tutta la sua forza per terra.
- Ma con questa storia cosa può avere in comune un nobile ricco e stimato come don Alessandro Bellomo? - domandò stupito il Veccio.
- Cosa ne sai tu? I nobili con la pancia piena sono capricciosi e capacissimi di cospirare perché la noia li assale. Inoltre sembra che il nobile Bellomo sia anche persona che gradisce copulare con altri uomini! -
- Ma cosa dici? Un nobile mercante così stimato! Rampollo della famiglia più facoltosa di Siracusa! -
- L'uomo che è stato arrestato con lui è il suo compagno di giochi! - dicendo ciò Juanito rise di gusto - Quando don Francesco fece irruzione nel palazzetto li sorprese nella stanza tutt’ignudi. Bei maiali! Avresti dovuto vedere la scena! Scesero in mezzo alla via scamiciati e con i capelli arruffati. Don Alessandro, sempre elegante e abbigliato con vesti dalle stoffe tanto pregiate che non basterebbe la nostra paga di una vita per comprarle, sembrò un misero disgraziato ... mostrarsi così davanti a tutti deve avergli fatto molta pena perché scoppiò in un disperato pianto. –
- Certo, una bella mortificazione! –
- La gente spettatrice rumoreggiò così tanto che io e gli altri commilitoni tememmo di dover far uso dei nostri archibugi. Per fortuna il prestigio di don Francesco allontanò ogni velleità di sommossa e riuscimmo a portare dentro le mura i due prigionieri. -
- Proprio una bella nottata! Ma chi è quello che parla con accento straniero? Ha gridato come un ossesso fino a poc'anzi e la sua agitazione s’è sopita solo quando l'ho minacciato di passargli sulla schiena un po’ di nerbo! -
- Chi? Quello che sembra uno sparagio? È un personaggio importante! È un uffiziale dell'ordine di San Giovanni Gerosolimitano! Mi dissero che è francese. -
- Allora è lui il capo della congiura! -
Juanito fece spallucce non avendo nessuna conferma da dare al Veccio ma poi disse:
- Anche con quello lì ci fu una gustosissima scena! Quando don Francesco bussò all'uscio della ricetta dei cavalieri di Malta gridando "Aprite alla legge!" nessuno si peritò d'aprire, tanto che io e altri due soldati fummo chiamati per abbattere la porta... mi fa ancora male il braccio! Non furono sufficienti né calci né spallate, così dovemmo prendere ad archibugiate il chiavistello provocando gran fragore, tanto che la gente curiosa fuggì terrorizzata. Facemmo irruzione dentro i locali, che di luce non ne avevano alcuna... non ti nascondo che temetti in un tranello o in qualche insidia nascosta da parte di quei cavalieri che tanto valore hanno raccolto combattendo i turchi della Sacra Porta. -
- Al posto tuo me la sarei fatta nelle braghe. Quelli sanno usare i ferri meglio di chiunque! – disse il Veccio a cui la tensione del racconto cominciò a fare effetto tanto da indurlo a una meticolosa perlustrazione  all’interno della sua narice.
- Io seguivo don Francesco. Ci fece strada senza temere alcunché... ha un sangue freddo quel sacripante... in groppa alla sua cavalla entrò in quei locali, trovò una stoppa e incendiatala ci guidò fin dentro al cuttiglio interno... mio caro Veccio vedessi che ben d'Iddio è stipato in quei locali! Ci può vivere l'intera Agosta per i prossimi cinque anni: grano, farina, biscotto, sale, zucchero, spezie, droghe, olio… e poi stoffe, indumenti, legnami e utensili. T’assicuro che nella nostra fureria e nella dispensa del castello non puoi trovare tutta quella roba, da non credere! -
- Quello è un esercito di nobili e di ricchi. Si trattano bene quelli lì! - disse il vecchio Mario, non nascondendo il suo livore ma continuando l’esplorazione dentro la narice.
- Trovammo una scala che saliva al piano superiore. - riprese Juanito - ... seguimmo su di essa il capitano di giustizia finché ci trovammo sbarrata la strada da una porta massiccia... senza porre alcun indugio facemmo fuoco sulla serratura e in mezzo al fumo entrammo in un'ampia stanza. Vi cogliemmo l'uffiziale con cinque o sei altri membri di quel sacro ordine... la violenza del nostro irrompere fu tale che nessuno degli astanti mostrò segno di volersi a noi opporre. Li trovammo subito con le mani sopra il capo in segno di resa, e solo l'uffiziale – mi sembra si chiami Deboscè – fece atto di resistere all'arresto, poiché sguainò la spada e la puntò al petto del capitano di giustizia... questi, con mossa fulminea, senza voler incrociare le lame, scagliò uno sgabello che colpì al capo lo spadaccino. –
- Dio Bono! E voi cosa facevate? I baccalà? –
Disse il Veccio indirizzando uno sguardo deluso alla punta del dito, colpevole d’essere rivenuto dalla sua esplorazione con un magro bottino.
- No di certo! Noi gli balzammo addosso e facilmente lo spogliammo dell'arma... dovevi vedere che furia... si dibatteva come un ossesso, come se il demonio se ne fosse impossessato... gridava minacciando don Francesco Amodei ma questi non gli diede gran conto! -
- Certo che in tutta questa faccenda deve celarsi qualcosa di grosso! Tutti quei signori importanti! -
- Spero proprio che non si debba verificare nessuna sommossa e che don Francesco Amodei abbia trovato i veri responsabili... se dovesse esserci una rivolta in prima linea ci saremmo proprio noi, mio caro Veccio! -
- Non so proprio cosa dovrà accadere ma con quei francisi in giro c'è da stare proprio poco tranquilli! ... senti, ho una piccola quartara ancora mezza piena di vino calabrese, mi fai compagnia a scolarla? Non ho voglia di tornare in camerata! - propose con aria complice il Veccio al suo giovane compagno.
- E il sergente?! -
- Chi, quel catalano dal ventre gonfio buono solo a rubare le razioni dalla cucina?! Starà ronfando sul suo letto sfondato! -
Una quartara apparve da sotto la tavola come per magia. Il vecchio Mario l'offrì a Juanito che con voce altisonante esclamò, alzando il recipiente:
- Alle belle cosce di Marianna, castellana di Agosta, e alla brutta faccia di suo marito, don Pedro el cornudo! -
Risero i due compari e Juanito con avidità si bagnò il gargarozzo.
- Ohè, basta! Un sorso deve rimanere anche per me! - disse il Veccio strappando la quartara dalle labbra del camerata.
Per protesta Juanito emise un rutto inverecondo che parve il barrito d'un elefante. Dopo la sonora esibizione, seguita da una risata sguaiata, il campano così s'informò:
- E gli altri prigionieri sono tranquilli? -
- Sì. Diego 'u carritteri e mastro Morabito, console dei Custureri, sono nella cella in fondo. Invece il fondacaio La Mare e mastro Cianchetta sono in quella precedente... la maiara l'abbiamo messa da sola nella cella a fianco al Bellomo e al suo amico... la vecchia con quell'occhio bianco mi fa venire i brividi, le brilla di notte come se fosse quello di un gatto... spero che questa storia finisca presto, non voglio avere una fattura per far piacere a don Francesco! -
- Dammi ancora un sorso sennò la fattura te la faccio io! –  lo derise il piccolo campano.
Il Veccio alzandosi dalla seggiola che l'ospitava raccolse la spada e il morione che giacevano sul tavolo, si portò via la preziosa quartara e con tono canzonatorio disse rispose:
- Ma quale fattura vuoi fare che voi della Campania sapete solo suonare le zampogne! - ridendo s’avviò verso l'uscita delle segrete poi, arrestandosi proprio sotto l'architrave, aggiunse:
- Una cosa di buono c'è a far il secondino di questi tempi: si sta davvero al fresco! - e divertito dalla sua facezia salì su per le scale che menavano alla piazza d'armi del castello.