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venerdì 18 aprile 2014

Agosta - Capitolo XVI



XVI – Gl’Indiziati


Proprio a ridosso del fossato, in uno spazio non più largo di venti canne e lungo una trentina, ogni mattina s'affollavano i popolani per fare il mercato.
Molti villani provenivano dalle campagne e dalle contee e contrade vicine: Agosta accoglieva tutti, uomini e bestie, come un grande sistema venoso.
Quell’umanità s'accalcava nello stretto piazzale e ogni anno che passava diventava sempre più numerosa. Ormai Agosta era considerata una contrada ricca e prosperosa ed erano lontani i tempi in cui le scorrerie delle bande turchesche l'avevano resa una landa incolta e desolata. Adesso le campagne circostanti erano prospere e generose di prodotti. Il commercio florido attirava ricchezze. Gli artigiani e i mercanti, sentendosi più forti e baldanzosi, organizzarono e costituirono diverse confraternite in antagonismo fra loro: ogni congrega fu fondata con il preciso scopo di salvaguardare e tutelare gl'interessi di ciascun adepto. Poiché le abilità politiche non sempre bastavano per prendere il sopravvento sugli avversari, ogni confraternita possedeva un santo tutore che forniva forza e utili aderenze con il Paradiso. La più potente delle compagnie era quella dei Bianchi costituita dalla nobiltà del paese che, neanche a farlo apposta, aveva come santo patrono il più potente di tutti in quella contrada: San Domenico. Mastro Ciccio Morabito meditava su tutto ciò mentre con le mani dietro la schiena bighellonava in mezzo alla folla del mercato. Non solo erano dei mangiapane a tradimento, ma anche erano favoriti nelle relazioni con il Cielo… per forza dominavano su tutto!
Mastro Ciccio era membro di una congrega borghese, quella dell'Immacolata. Pur essendo dedicata a una delle Madonne non era abbastanza potente a causa della poca propensione che le donne hanno di solito nel partecipare agli affari degli uomini. Certo, la Santissima Vergine era la madre di Gesù ma ciò non le impediva di essere pur sempre una donna! Bisognava proporre un nuovo patrono oppure... oppure aspettare i francesi!
Volendo dar credito alle voci provenienti da Messina, risultava che avessero fatto proprio un bel travaglio: tutti i nobili vastasi e mangiapane erano stati uccisi mentre i cittadini che più si erano adoperati per favorire l'ingresso nella città delle truppe del Maresciallo Vivonne erano divenuti baroni. Certo sarebbe stata una bella soddisfazione menare qualche calcione sul deretano a forma di panaro di don Emanuele d'Astorga, oppure buttare a mare quel gran becco del castellano, don Pedro Gomez de Arce, che si faceva insidiare sotto gli occhi la bella consorte dal primogenito del Regio Secreto!
S'immaginò che dopo la rivolta anche lui avrebbe potuto godere delle grazie di quella donna. Non sarebbe stato più solo privilegio dei nobili o degli spagnoli frequentare le belle dame!
Sognò ad occhi aperti.
Da semplice custureri, angariato dal Regio Secreto, si vide divenire barone con tanto di "don" davanti al suo nome. L’avrebbero chiamato “Eccillenza”!
- C'è più gente del solito oggi, non trovate, mastro Morabito? -
Destarsi in modo così subitaneo da simili piacevoli sogni non è gradevole, soprattutto quando il ritorno alla realtà è provocato da una domanda del capitano di giustizia.
- Ah, Vossia, siete voi! Sì... in effetti è vero… c'è troppa gente in giro. In certi momenti ci si sente quasi accupare! - asserì il console dei Custureri che subito dopo, con atteggiamento fanciullesco, menò un calcio ad una pietra. Il sasso ruzzolò e finì la sua corsa con un sordo tonfo dentro il liquame maleodorante del fossato. Una sentinella con un elmo ammaccato si sporse da sopra i bastioni e guardò in giù.
- Cosa mi racconta del suo mestiere? - domandò con aria indifferente don Francesco Amodei.
Mastro Ciccio non era mai riuscito a ben definire quale sentimento provasse per quell'uomo. Di certo non l'accomunava con il resto della disprezzata classe nobiliare di cui era pure autorevole membro. Possedeva qualcosa che lo rendeva diverso e al contempo attirava il rispetto dei suoi concittadini. Forse una sorta d'un fascino un po’ misterioso, ma anche rassicurante. Ma proprio quell'aria così accattivante e bonaria era spesso interpretata come un espediente del suo mestiere per accedere subdolamente ai segreti della gente. Don Francesco Amodei sempre sbirro era!
- Bene, tutto bene ... a Dio piacendo! -
- Ed anche agli uomini! -
Ciccio Morabito non raccolse quella precisazione e, a ogni buon conto, annuì.
- Allora, mastro Ciccio, non fate l'espressione di chi non vuol capire! A voi l'intelligenza non fa proprio difetto! Lo sanno anche i sassi in paese che voi siete entrato nelle grazie del Regio Secreto. Con lui si fanno buoni commerci. -
- Sì, in effetti, don Emanuele da qualche tempo mi fa l'onore della sua amicizia. Ma questo non ha alcuna pertinenza con il mio mestiere! -
- C'entra, c'entra. Voi lo sapete che ha pertinenza! – e il capitano di giustizia gli diede una maschia manata sulla spalla quasi che fosse un segnale d'intesa fra due compari.
Ancora mastro Morabito non aveva compreso dove don Francesco volesse andare a parare.
- Si dice che presto la nostra bella isola sarà messa a ferro e foco da una guerra fra il cattolico re di Spagna e quello francese. -
- Non è novella certo recente, questa qui! - puntualizzò il custureri.
- No, non lo è. Ma è recente la voce che circola secondo cui dei rispettosi e degnissimi cittadini di Agosta facciano traffici che in questo frangente siano particolarmente lucrosi.-
- Che male c'è a fare traffici? Li fa anche il Regio Secreto e anche tanti membri della congrega dei Bianchi! – pronunciando quest'ultima frase Mastro Morabito non nascose il proprio risentimento. Anche don Amodei, in quanto nobile, faceva parte dell'odiata confraternita.
- Non c'è niente di riprovevole nel dedicarsi ai traffici, ma è anche importante versare le gabelle per tutte le mercanzie che entrano nel territorio della nostra amata piazzaforte. È tutto denaro che serve per rendere migliore Agosta. -
Mastro Ciccio Morabito guardò come fosse un essere bizzarro il magistrato che aveva di fronte a sé. Quello sguardo un po’ insolente non piacque a don Amodei, che s'accigliò.
Il console dei Custureri assunse così un'aria molto più remissiva, che contribuì a farlo sembrare ancor più basso di statura.
- Io sono custurere e mi occupo poco di commercio. In ogni caso sono un onesto suddito e le gabelle le ho sempre pagate. -
- Sì, sì, certo nessuno lo mise mai in dubbio! Ma sapete... di questi tempi circolano certe voci! Non si sa mai a cosa dare ascolto! E io, con il mio uffizio, non posso fare a meno di verificarle. - quasi si scusò don Amodei.
- Certo, certo... Ma chi diffuse dicerie poco convenienti sulla mia persona? Chi mi calunniò, che lo curo col mio randello?
- Resti pure quieto. Non vi sto imputando niente. Vi chiedo solo delle conferme su alcune voci. È noto a tutti quanto voi siate una persona onesta e fidatissima alla legge. – disse don Francesco con aria bonaria, che si divertiva ad ascoltare la voce di Mastro Ciccio, molto profonda e contrastante con la sua bassa statura.
- Di questi tempi non basta essere onestissimi e rispettosissimi della legge poiché gli spioni abbondano e purtroppo sono pure ascoltati... È vero che 'Gnazio u pecuraro è stato trovato morto ammazzato nel feudo Catalano? – la domanda fu posta col tono di chi mostra sicumera poiché non ha nulla da temere.
- Sì, 'Gnazio è stato trovato morto con la gola orrendamente lacerata. Chi ha ucciso pagherà. -
- Certo uccidere è contro la legge di Dio e degli uomini. Ma quello era proprio un malacristiano! Di amici non n’ebbe mai, tutti lo evitavano. Quando passava gli usci si chiudevano e la gente lo schivava. Agosta non ha perso nulla. -
- Se non si ebbe nulla da nascondere perché allora si serravano le porte e si rifuggiva il suo incontro? Forse 'Gnazio era solito risvegliare le cattive coscienze? -
- Forse... - aggiunse Mastro Ciccio che dentro di sé s'immaginò il disappunto del magistrato per aver perduto il suo principale informatore.
Fra la folla, che numerosa frequentava lo slargo, si fece avanti sovrastando di almeno tre palmi la folla la testa massiccia del cavallo Gioacchino; con sforzo contenuto trainava il carro di Diego, mentre su di esso sedevano con aria tranquilla e rilassata il padrone e la sua giovane moglie Teresa 'a Saracina.
Quando furono all'altezza del capitano di giustizia i due coniugi abbassarono il capo abbozzando un saluto rispettoso. Don Francesco fece loro cenno d'arrestarsi e s'avvicinò al barroccio. Accarezzò il muso di Gioacchino: l'animale, quasi solleticato da quel gesto, scrollò la testa e guardò attraverso le fitte ciglia l'uomo vestito di nero che gli batteva robuste manate sul collo muscoloso.
- Non lo fai travagliare troppo? Gioacchino mi sembra un po’ deperito. Bisogna essere proprio avidi per riuscire a stancare un animale così forte! Se lo sottoponi a un così intenso lavoro non so quanto tempo potrà durarti. -
- Sì, vostra eccillenza ha proprio ragione, la bestia è un po’ stanca ma dovrà faticare così alacremente ancora un mese, poi avrò i soldi per darle una cavalla da montare. Il puledro che nascerà aiuterà il padre... D'altronde in questo periodo c'è molto travaglio al caricatoio e ogni giorno devo fare parecchi viaggi partendo dallo zuccherificio e dalle saline. Domine Iddio oggi mi da il pane per vivere, chissà se domani sarà ancora così? -
- La campagna che ti ho dato ti rende? -
- Il prossimo anno la vigna potrà darmi la prima vendemmia di uva calabrese. Tutto con l'aiuto di Domine Iddio. -
Don Francesco s'approssimò ancor di più e scrutò il vigoroso vecchio. Poi parlò con voce tanto sommessa che anche il carrettiere stentò a comprenderlo:
- Io ti ho dato fiducia perché so quanto dovesti lottare nella vita, senza mai andare oltre a ciò che un buon cristiano rispettoso di Dio e degli uomini deve fare. Non mi deludere mai, Diego, perché non saprei perdonarti. -
Anche il barrocciaio osservò il volto del nobiluomo e gli parve orribile dopo aver udito ciò che aveva detto. Era la minaccia di un uomo giusto, e proprio per questo molto più temibile.
Assentì col capo e poi girò lo sguardo intorno per verificare quanti testimoni avessero assistito a ciò che era parsa addirittura una sentenza, ma gli sembrò che né sua moglie che gli sedeva accanto né mastro Ciccio Morabito, che si trovava poco distante dal carro avessero raccolto la frase del capitano di giustizia.
Il cavallo Gioacchino, che aveva buone orecchie, aveva invece ben sentito e scrollò la testa sbuffando come solo i cavalli sono usi fare. Quelle parole non gli facevano presagire niente di buono!
Don Francesco Amodei s'allontanò dal barroccio e con un ampio gesto plateale della mano s'accomiatò dai coniugi Lamennola e dal console dei Custureri. Girò le spalle ma, dopo fatto qualche passo, si voltò e – come ricordatosi di qualcosa che gli fosse sopraggiunto all'improvviso nella mente – disse:
- Ricordatevi di portare i miei saluti a mastro La Mare. -
Diego evitò d'incrociare lo sguardo di mastro Ciccio Morabito.
Il capitano di giustizia si lasciò alle spalle la folla e discese lungo la stretta e ripida via che portava al caricatoio. Incrociò un gruppo di marinai veneti vocianti che, finite le operazioni di scarico, erano alla ricerca di una taverna in cui trascorrere le ore di libertà. Di quella gente ormai Agosta cominciava a divenire piena e per don Francesco ciò era una grande fonte di preoccupazione.
Le quattro guardie che erano alle sue dipendenze non erano ormai più sufficienti a controllare l'ordine, poiché le risse si susseguivano fra le genti che affluivano nella piccola piazzaforte: spagnoli, veneti, amalfitani, olandesi e lombardi. Da poco meno d'un lustro si erano aggiunti albanesi e croati poiché si stava sempre più intensificando il commercio di legname che da quei paesi arrivava in abbondanza. Gli ultimi venuti erano i più rissosi di tutti.
Quando ancora quel sito non era avvezzo ai traffici la gente locale viveva tranquilla anche se con un tenore modesto, finché nel milleseicentoquarantuno Agosta si conquistò la fama di essere contrada prospera proprio anche durante il flagello della carestia, allorché rifornì Siracusa e Mililli di grano e biscotto. Fiorì quindi il commercio e la ricchezza affluì prima alle famiglie nobiliari, poi agli artigiani e infine, in piccole gocce, al popolo minuto.
Furono allora edificate le prime case a due piani e le facciate delle abitazioni nobiliari presero a ornarsi di qualche fregio in più.
Don Francesco aveva chiesto più volte a don Vincente, il governatore della piazzaforte, di rinfoltirgli il drappello di guardie ma la sua istanza non era mai stata soddisfatta e la decisione sempre rinviata. Il capitano di giustizia aveva allora provato con un editto a limitare la circolazione dei marittimi nelle immediate vicinanze del caricatoio, ma  anche questo provvedimento non aveva avuto successo. Infatti, per renderlo effettivo era necessario porre dei controlli alle vie di accesso della darsena, ma proprio a causa della penuria di guardie ciò risultava molto difficile.
A questa situazione di precaria sicurezza si era aggiunta l'instabilità dovuta alle vicende politiche e guerresche vissute dalla Sicilia in quegli anni. Le voci relative a una rivolta e alle agitazioni che nel milleseicentoquarantasette si erano propagate da Palermo fino alla costa orientale non erano del tutto sopiti. Il nome del battiloro d'Alessi[1] veniva ancora mormorato di tanto in tanto e qualche modesto emulo aveva tentato di rinverdirne la memoria in diverse contrade insulane, anche se tutti gli esperimenti erano miseramente falliti.
A don Francesco Amodei anche l'uccisione di 'Gnazio in quel contesto parve più grave: era una manifesta ribellione all'autorità. Tutti sapevano dell'attività delatoria del pecoraio e l'averlo assassinato era un segnale chiaro e inconfondibile che anche chi era sotto la protezione della podestà spagnola potesse essere colpito senza conseguenze.
Aveva quindi cercato di trasferire le sue preoccupazioni al governatore della piazzaforte e al Regio Secreto, ma era rimasto inascoltato da entrambi. Doveva agire da solo.
Mentre era quasi arrivato alla fine della via e intravvedeva già le fiancate delle felughe attraccate al caricatoio, incrociò, proveniente dalla parte opposta, il giovane Bellomo che come al solito era vestito in modo elegante, accompagnato da un coetaneo alto e bruno abbigliato alla moda dei capitani di mare.
- Eh già, c'è anche lui! L'avevo quasi dimenticato! – pensò contrariato il capitano di giustizia.






[1] Giuseppe d'Alessi, battiloro palermitano, come Masaniello organizzò nel 1647 una grande rivolta antispagnola. Sospettato di complotto, fu fatto decapitare.