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giovedì 17 aprile 2014

Agosta - Capitolo XV



XV – Lo Scarafaggio


Le spesse pareti di pietra impedivano al fresco d’evadere e all'afa dell'estate ormai incipiente d'insediarsi nella stanza. Le volte del locale erano macchiate da una nera muffa che si confondeva nell’oscurità del soffitto. Tre fessure, come profonde ferite, incidevano invece la parete frontale. Erano le uniche aperture da cui poteva filtrare la luce solare, che in quell'ora irrompeva copiosamente dall'apertura mediana. I raggi morivano contro la parete opposta ed erano tanto intensi che parevano voler incendiare il muro ammuffito.
L'impiantito era irregolare e i mattoni di terra cotta in alcuni punti erano tanto sconnessi da rendere possibile l'inciampo a chi non avesse avuto familiarità con quel suolo.
Lungo un sentiero tracciato sul rozzo ammattonato avanzava guardingo, esplorando il percorso con le sue antenne, uno scarafaggio nero e lucente.
Don Francesco Amodei osservò l'avanzare dell'insetto con apparente interesse: in realtà la sua mente era assorbita da profondi pensieri. Solo gli occhi, quasi in automatico, seguivano l'unica cosa viva che sembrava abitare il locale.
I suoni del mondo esterno arrivavano attutiti e lontani e ciò contribuiva a rendere più consistente l'illusione che dentro le spesse mura si fosse davvero lontani dalla Terra, su un altro pianeta.
Don Francesco, seduto su uno sgabello a tre gambe, s'era lasciato sedurre dalla quiete di quel luogo per abbandonarsi alle sue meditazioni segrete che mai avrebbe osato esternare a qualcuno.
Gli anni della sua vita scivolavano verso la foce con la lentezza delle acque del Simeto.
Quando anche lui – come del resto milioni di uomini che l'avevano preceduto – sarebbe confluito nelle acque del mare, cosa sarebbe accaduto? Si sarebbe confuso con gli altri e della sua vita non sarebbe rimasta alcuna testimonianza. Ma non voleva andarsene così, senza lasciare traccia del suo passaggio. Non aveva neanche una famiglia, e tantomeno dei figli! Si sentiva troppo vecchio per ammogliarsi di nuovo. No, non voleva certo imitare Diego 'u carritteri che s'era preso in moglie una donna tanto giovane da poterla confondere per sua nipote!
Ormai era trascorso più d’un ventennio da quando s'era deciso a scrivere un trattato su cui riversare le sue meditazioni e i suoi pensieri. Fin lì aveva prodotto un voluminoso zibaldone che non era mai riuscito di riordinare in un'opera organica. Adesso, però, dopo aver riportato su quei fogli ingialliti le i pensieri che l'avevano accompagnato per vent'anni avrebbe infine dovuto compiere lo sforzo di fornire alle sue elucubrazioni tutti i crismi di un'opera.

- Perché non provate a mettere per iscritto tutto quello che pensate? - gli aveva suggerito vent’anni prima sua moglie Anna.
Entrambi erano seduti su uno scoglio proteso sul golfo della marina di levante. Contemplavano il mare piatto e luccicante sotto i raggi del sole: i loro piedi erano immersi nel fresco dell’acqua. Ed erano felici, tanto felici!
- Volete ordunque liberarvi di me? Volete vedermi rosolare su una pira condannato dalla Santa Inquisizione e dunque essere vedova anzitempo? Credevo che mi amaste. – rispose lui nascondendo a malapena un sorriso.
- Ma cosa dite? Voi mi parlate sempre dei vostri pensieri, di ciò che leggete... quante cose sapete, marito mio! A che scopo tenervi tutto dentro? –
- Mia dolcissima moglie – e approfittò per baciarla sulla fronte – quante persone ad Agosta sarebbero pronte a leggere ciò che scriverei? E quante a capire le mie idee? Credetemi, sarebbe del tempo sprecato. –
- Forse avete ragione, marito mio! – Anna lo baciò a sua volta sulla fronte con fare giocoso – Eppoi non voglio di certo vedervi portare via dalla Santa Inquisizione! –
- Voi pensate che abbia paura? –
- No, perché so come siete... forse ho più paura io. Ma un po’ eretico voi lo siete… ho fatto male a suggerirvi di lanciarvi nella scrittura! -
- V’è dell’altro: v’immaginate cosa può voler dire per la popolazione d’Agosta che il proprio capitano di giustizia sia mezzo filosofo? Perderei qualsiasi credibilità! –
- Si, signor capitano di giustizia! – soggiunse donna Anna, facendogli il verso.
Per tutta risposta don Francesco le schizzò sul viso dell’acqua di mare.
- Ah, che villano ! – disse rise lei ridendo.
Don Francesco le asciugò con la mano le gocce che le imperlavano il viso, quasi per scusarsi. Mentre le dimostrava il suo affetto osservò quel volto: gli occhi verdi cangianti alla minima variazione della luce, le sporgenze delicate degli zigomi, il naso un po’ impertinente, i capelli corvini che con ampie onde le scendevano sulle spalle. Quale miracolo aveva potuto far innamorare di lui una simile creatura?
- Voi lo sapete bene che se volessi dedicarmi più alle mie letture e ai miei studi dovrei quasi rinunciare al mio uffizio! V’immaginate cosa direbbe mio padre? E il vostro? La figlia del barone Martelli data in sposa a un inutile imbrattacarte! -
Donna Anna dondolò i piedi nell'acqua.
- Se fossimo più poveri e meno nobili tutto sarebbe più semplice. Non trovate, caro marito? -
- Sì, certo che ci ho pensato. Ma non sapremmo né leggere né scrivere, forse fare un po’ di conto, e avremmo ben altre preoccupazioni che filosofeggiare. Erano belli i tempi quando ancora studiavo da giureconsulto all'università di Catania! Già d’allora mi sentii attratto dal pensiero filosofico ma dovetti tenere sempre nascosto il mio interesse, quasi che fosse un'amante depravata di cui vergognarsi. –
- Ah, quindi avete un’amante, marito mio? – e fu lei che gli spruzzò sul viso dell’acqua di mare.
- Ma cosa dite? Era giusto un esempio... mio padre mi predestinò a divenire capitano di giustizia e ogni altro mestiere o uffizio sarebbe stato da lui considerato una degradazione. Gli Amodei vantano da diverse generazioni un'assidua presenza nei ranghi del servitorame della corona spagnola. Vi sono stati notari, Regi Secreti, comandanti di vascelli e piazzeforti e anche un valoroso difensore della cristianità morto gloriosamente a Lepanto... –
- Sì, del vostro povero antenato me l’avete raccontato almeno mille volte. Poveri figli nostri, chissà quante volte se lo sentiranno ripetere! – Anna adorava stuzzicarlo e lui la lasciava fare.
- ... fra tutti questi eminenti antenati come filosofo farei la stessa figura di un rotondo escremento di capra in mezzo a rilucenti perle orientali! Voi pensate che vostro padre avrebbe acconsentito a prendervi in sposa se avesse saputo che dietro al capitano di giustizia si nascondeva un filosofo da strapazzo? –
- Forse no, ma io vi avrei sposato anche se voi foste una cacchetta di capra! –
Cominciarono a spruzzarsi altra acqua e ben presto furono tutti bagnati.
Don Francesco, nella grande e fredda sala, riportò alla memoria quei neri capelli ondulati. Quanto avrebbe voluto vederli, col tempo, mischiarsi a lunghi fili d’argento!

Quando donna Anna lo lasciò, portandosi via anzitempo la loro gioia, dopo qualche mese d’oscuro smarrimento il capitano di giustizia cominciò a redigere le prime righe. Degli appunti, per lo più.
Poi gli appunti divennero fogli sempre più numerosi, in un crescendo confuso e disordinato. Forse donna Anna aveva ragione, non aveva senso non volersi esprimere: e se un giorno fosse riuscito a mettere in ordine un’opera completa l’avrebbe dedicata alla sua dolce e amata sposa.
Nel contempo aveva intrapreso un cammino le cui pietre miliari basavano su Seneca, altre intorno a Tacito, alcune nei pressi di Sant'Agostino, una era ben infissa vicino a Campanella, altre segnalavano la presenza di Galileo e Cartesio e l'ultima, la più grande e quasi incombente sul suo spirito, indicava la meta: un tedesco anonimo che aveva fatto stampare la sua opera ad Amburgo presso un certo Enrico Künraht.
Ma infine, lontano e sempre presente, s'intravvedeva Calvino, che veniva in suo soccorso aiutandolo ad accettare la predestinazione al ruolo di capitano di giustizia che egli cercava di svolgere nel migliore dei modi, non lesinando un'ostinata abnegazione. L’esercizio di pubblico ufficiale era infatti come un molo lungo e solido proteso fra le burrascose acque dei suoi pensieri disordinati. Egli aveva così ormeggiato saldamente il proprio equilibrio al riparo di qualsiasi fortunale: senza l'uffizio di capitano di giustizia sarebbe infatti divenuto un essere affetto da misantropia ed avulso dalla realtà in cui il destino l'aveva collocato.
In effetti, era da tutti considerato un efficiente e fedele servitore della corona di Spagna, anche se nessuno capiva a cosa servissero tutti quei libri che gli provenivano da uno stampatore messinese.
- Sono trattati sulla scienza dello stato! - rispose una volta, mentendo, a padre Alberto. Il domenicano, non contraddicendo la sua natura inquisitrice e contagiato dalla curiosità degli altri agostani, cercò anche d'entrare con vari espedienti nella biblioteca del nobiluomo, ma i suoi tentativi naufragarono sempre. Don Francesco si fece più prudente e cominciò a farsi recapitare i libri di nascosto, così da non alimentare più altre morbose indiscrezioni.

Guardando lo scarafaggio arrancare dentro la fredda stanza dell'ospedale sentì la bocca pervasa da un cattivo sapore.
Alzò lo sguardo e fissò i piedi che fuoriuscivano dal sudario sopra la robusta tavola, al centro della stanza di fronte a lui.
Il cadavere giaceva sul rozzo tavolato e insieme allo scarafaggio era l’unica presenza a fare compagnia ai pensieri di don Francesco Amodei.
Il braccio destro, inanimato e già rigido, sporgeva dal tavolo non coperto dal bianco lenzuolo. Il pugno era chiuso e serrato con forza, come se fosse pronto a colpire con violenza l'umanità intera. Il capitano di giustizia fu attirato da quell'arto teso e minaccioso e alzandosi dal misero sgabello s'appressò al cadavere. Si chinò a esaminare da vicino la mano.
La prese fra le sue: il freddo di quel contatto gli ripulse ma l'ignorò quando tentò di disserrare le dita del cadavere. Dovette faticare non poco prima d'ottenere il suo scopo e alla fine, quando la mano si aprì con un sinistro scrocchio, liberò un oggetto scarlatto. Don Francesco lo raccolse e dopo averlo rigirato fra le dita per meglio esaminarlo lo infilò in una sacca che gli pendeva dalla cintura.
- Vi bacio le mani, vostra eccillenza. -
Il vano della porta che menava in quell'ampio locale era stato all'improvviso occupato da due figure: una tarchiata, l'altra longilinea e tanto alta da sfiorare l'architrave di pietra giugiolena.
- Fa fresco qui. - notò don Francesco ignorando il saluto.
- Sì, ed è per questo che ci tengo i cadaveri che voi generosamente mi permettete di sezionare. - rispose l'uomo basso.
- Caro mio cerusico, qui sono sezionati non solo quelli che io autorizzo! Negli ultimi dieci anni sono sicuro che ti sono passati fra le mani quasi tutti i morti di Agosta. C'è chi vorrebbe andare a morire a Mililli pur di non essere da te violato dopo il trapasso. -
- Lo sapete, don Francesco? … la gente esagera sempre! Eppoi il grande Antonio Cuteri, quando riesco ad assistere alle sue lezioni, sollecita sempre noi discepoli a esercitarci su chi lascia questa valle di lacrime per essere d'aiuto a chi vi rimane. Lo facciamo per il bene del nostro prossimo! – disse Bartolo Urrica con enfasi, che poi s'affrettò ad aggiungere - Nel mio lavoro mi porto sempre appresso mastro Tonio Pittacura che, oltre ad assistermi, adopera la sua valenzia col disegno per riportare sui fogli ciò che osserviamo dentro i miseri resti. Per questo lavoro Antonio Cuteri e l'Università di Catania ci sono molto grati. –
- Qual è stata la gratidudine dell’Università di Catania per il cadavere di Antonio Prixia, l’artificere? -
- Ma che cosa dite, vostra eccillenza? Rosaria, sua moglie, è cugina a mia madre. Il corpo è stato urricato in campo santo anche se il prete non voleva. –
- Se così voi dite, così sarà... ! -
Don Francesco osservò i volti dei due pittoreschi personaggi.
Mastro Bartolo Urrica reggeva sopra il corpo basso e tozzo una testa voluminosa e priva di tratti gentili. Le labbra sottili si arcuavano in un impercettibile e servile sorriso solo quando il loro proprietario si trovava al cospetto di personaggi ritenuti influenti. Gli occhi brillavano dietro a quelle che parevano due sottili fessure, e le piccole orecchie, lasciate scoperte da un taglio di capelli che ricordava quello dei frati, sporgevano con malagrazia ai lati di quella testa come se il Buon Dio, in un attimo di divina svogliatezza, gliel'avesse appiccicate dopo averle malamente stropicciate.
Mastro Tonio Pittacura era alto, dinoccolato e affetto da bradifrasia. Il suo volto, privo di qualsiasi pregio, era caratterizzato da un naso che pur principiando con tratti delicati terminava gonfio e tozzo come se all'estremità vi fosse un tubero. La fronte alta era un po’ stempiata e i capelli rossicci, lunghi e ondulati erano pettinati all'indietro con cura quasi femminea. Era considerato l'artista di Agosta e dagli abitanti del luogo gli erano commissionati poveri disegni che lui eseguiva con lo stesso impegno profuso dal Buonarroti nell'affrescare la Cappella Sistina. Suo grande concorrente era il fondacaio mastro La Mare, che gli sottraeva una parte della clientela.
Don Francesco pensò che a mastro Urrica non avrebbe mai chiesto di esser rasato, poiché oltre al mestiere del cerusico esercitava quello del figaro. Era inoltre a tutti noto quanto mastro Bartolo fosse tenuto in gran conto da don Vincente, il governatore di Agosta. Infatti ogni mattina il barbitonsore, portando appresso i ferri del mestiere, si recava presso il palazzo del governo per svolgere il suo travaglio. Il capitano di giustizia sapeva anche con certezza che entrambi i compari erano prezzolati dall'Università di Catania per procurare cadaveri: infatti la gran parte del materiale di quel triste commercio proveniva dalle saline, che con impietosa costanza forniva vittime di stenti e di malaria.
La certezza di quelle informazioni gli proveniva da 'Gnazio, che però non gli aveva mai fornito indicazioni tali da cogliere i due trafficanti di salme con le mani nel sacco.
- Allora, lo esaminiamo questo morto ammazzato? - esortò don Francesco.
Mastro Tonio Pittacura s'affrettò a raccogliere, curvando la lunga schiena, lo sgabello su cui sedeva qualche tempo prima il capitano di giustizia. Lo sistemò al lato sinistro del massiccio tavolo e maestro Bartolo se ne servì per elevarsi a sufficienza per sovrastare il cadavere.
Con un brusco strappo il sudario fu levato e ricadde afflosciandosi ai piedi del largo banco.
Sotto di esso, bianco e avvilito dalla morte, apparve il cadavere di 'Gnazio, il delatore. Il corpo era stato malamente lavato e appariva ancora lordo di sangue soprattutto dove aveva ricevuto offesa. Il viso era gonfio e tumefatto.
- Lo resero cappone. - disse mastro Bartolo con tono incolore.
- So dove trovare i testicoli. – rispose don Francesco.
Premendo il mento aprì la bocca che offrì loro lo spettacolo dello scempio. Il cerusico guardò don Francesco con orgoglio professionale mentre le labbra s'erano appena curvate in un sorriso deferente. Lo sguardo tradiva però la recondita soddisfazione di buona parte della popolazione agostana che tante volte aveva augurato quella fine al losco pecoraio.
- Guardiamo la ferita che lo uccise. - esortò don Francesco indicando il profondo taglio che devastava la gola del cadavere. Su di esso si chinarono in attento studio sia mastro Bartolo che mastro Tonio. Dopo varie palpazioni ed esami, eseguiti con un rozzo speculum, il cerusico sentenziò:
- Fu ucciso con una lama acuminata e non di rustico coltello, ma di arma d'offesa. Guardate il foro e la lacerazione d'entrata del ferro: sono contenuti e circoscritti. Il seguito del taglio è stato fatto tenendo ferma la testa; chi lo uccise dovette sorprenderlo alle spalle. Forse 'Gnazio non vide in faccia il suo assalitore... anzi, se osservate bene... sulla guancia ci sono i segni delle dita della mano che, premendo sulla bocca, immobilizzò la testa. -
Don Francesco, superando il ribrezzo, s'accostò al cadavere e osservò con attenzione gl'indizi segnalati da don Bartolo. Verificando le affermazioni del cerusico annuì più volte e infine disse:
- Se ciò che asserisci corrisponde al vero (e penso proprio che tu abbia ragione) l'arma che l'offese era uno stiletto e l'assassino agì di mano manca. -
- Come potete dir ciò? -
- Guarda la lacerazione d'entrata dell'arma, è a destra...  i lividi delle ditate sulla guancia, sulla sinistra! -
Don Francesco per rendere più efficace la spiegazione si portò dietro le spalle di mastro Tonio e simulò il taglio della gola impugnando un invisibile stiletto con la mano manca.
Mastro Bartolo commentò ammirato l'intuito del capitano di giustizia. Il nobiluomo, indifferente a quella stima, pensò che ormai l'esame del corpo del pecoraio non avrebbe più potuto fornirgli notizie utili. Osservò, accasciati in un angolo, gl'indumenti di vello di pecora che ricoprivano 'Gnazio da vivo. Si accinse ad accomiatarsi.
- Allora, me lo lasciate questo cadavere, signor capitano? - domandò il cerusico.
- Prenditelo e sezionalo pure quanto t'aggrada. -
Con la stessa impazienza di un bambino smanioso di usare un giocattolo nuovo mastro Bartolo cavò fuori da una sacca un affilato rasoio.
Don Francesco Amodei si chiese se fosse lo stesso usato per radere il viso di don Vincente il governatore.
Uscendo, senza avvedersene, pestò lo scarafaggio.