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lunedì 21 aprile 2014

Agosta - Capitolo XIX



XIX – Lu Nesci Parra


All’imbrunire del 21 giugno il popolo d’Agosta cominciò a gremire l’ampia piazza di fronte alla Chiesa Madre. Arrivarono a gruppi familiari e più il ceto sociale erano umile più una sorta di timidezza caratterizzava l’incedere. Ognuno vestiva al meglio che la propria condizione gli consentiva: i membri delle famiglie più ricche avanzavano ostentando costosi abiti e il loro passaggio era aperto dai servitori. Solo il barone Martelli e il Regio Secreto, don Emanuele Ricon d’Astorga, avevano al loro servizio un cagnotto. Michele, lo sgherro di quest’ultimo, aveva ben lucidato i suoi stivali rossi e sembrava anche lui un signore.
Ben presto la piazza si riempì d’una multitudine di gente che rumoreggiava. Solo chi stava ai margini di quel grande assembramento si permetteva di fare schiamazzi, gli altri – più prossimi ai signori – erano intimiditi e osservavano i nobili, così impettiti mentre sedevano sulle sedie di paglia portate dai servitori, come se fossero delle bestie rare. I membri della variopinta classe parlottavano amabilmente fra di loro e sembrava che la moltitudine che li circondava neanche esistesse. L’argomento principale di conversazione era l’azione condotta dal capitano di giustizia e l’ira della famiglia Bellomo nei confronti di quest’ultimo.
Ma ben presto lo spettacolo di quei signori così compiaciuti per le loro vesti condusse alla noia: il brusio di fondo si trasformò in allegro vociare e la timidezza iniziale del popolo minuto si disperse fra le strida delle ultime rondini.
Ormai la notte aveva preso il sopravvento e Iacumu ‘u ciuncu dovette farsi largo a spintoni fra la folla per ricavarsi lo spazio necessario ad accendere gli stoppini dei tredici lampioni che schiarivano la piazza.
Malgrado che il sole fosse sparito da tempo oltre i monti di Mililli, il fresco della notte ancora non era sopraggiunto. I nobili nonostante l’afa erano obbligati dal loro lignaggio a indossare vestiti non adatti alla calura; stemperavano quindi l’arsura con le bevande portate dai servitori ed alcuni picciotti facevano aria con rozzi ventagli ricavati da foglie di palma intrecciate.
Col trascorrere del tempo l’impazienza prese il sopravvento e l’allegro vociare si trasformò in sordo mugugno, fino a quando i tonfi d’una pesante mazza battuta sul tavolaccio del palco indussero tutti al silenzio.

Pulicinella: Silenzio, silenzio... lo spettacolo va a cominciare ... Eccillenze Illustrissime, Senato e popolo d’Agosta andiamo a principiare una storia, una storia di Giuffà che come voi lo sapete... ehi tu laggiù... vuoi stare muto o vuoi che ti mandi il capitano Giangurgolo?
Sulla scena appare il capitano: magro magro, armato di un lungo spadone e col volto celato da una maschera rossa dal lungo nasone. La folla ride al suo apparire.
Pulicinella: .... come voi lo sapete Giuffà, che è un bravo picciotto, deve maritarsi con Coletta, figlia del capitano Giangurgolo...
Capitan Giangurgolo[1] (con accento spagnoleggiante): Dov’è il marrano? Che lo infilzo come un tordo!
S’agita sulla scena e tenta d’alzare lo spadone, troppo pesante per lui. Il gesto è così maldestro che rischia di cadere in avanti.
Una prima voce dalla folla: Minciula! Pare don Alessandro ma non ha la stessa panza!
Risate
Una seconda voce dalla folla: Gianculo o Giangurlo o come minciula ti chiami? Dì a Michele di salire che t’aiuta!
Risate
Michele si volta e guarda minaccioso verso la folla impugnando l’elsa della sua spada. Don Alessandro gli prende il braccio e gli rivolge uno sguardo rabbonitore.
Pulicinella: muti, statevi muti... se cominciate adesso con ‘sta baraonda qui non si capisce più nenti... siamo venuti da Catania per fare lo spettacolo... se non ce lo fate fare noi non mangiamo, voi conoscete le regole... gli attori se non fanno ridere non mangiano[2].
Il Capitan Giangurgolo si ritrae in un angolo del palco.
Peppe Nappa[3] (entrando in scena): mangiare, mangiare chi parla di mangiare? Ho tanta di quella fame che mi mangerei... un liafanti... mi mangerei il liotru[4] di Catania!
Pulicinella: ma è di pietra nera e dura!
Peppe Nappa: ... ma a me cosa importa? ... me lo mangio lo stesso!
Risate.
Giufà (entrando in scena): ma don Peppe, ma voi siete proprio sicuro?
Qualche applauso d’accoglienza per il nuovo attore.
Peppe Nappa: Certo che sono sicuro! Ma voi la vedete la fame che c’ho?
Giufà: No... e come si fa a vedere?
Pulicinella (avvicinandosi al bordo del palco e rivolgendosi al pubblico): Povero, povero Giufà, adesso si fa menare per il naso da don Peppe! (Esce di scena).
Peppe Nappa: Ce l’avete della sasizza, un bel pane tondo tondo, una bburnia[5] di olive, ciciri, dieci canni di ricotta, una pignata piena di pasta col sugo di pommodoro, una bella forma di fommaggio, una cassata, quattro cannoli e... una quartara di vino calabrese?
Giufà: Vino calabrese? Cosa c’entra colla fame? ... Il vino c’entra con la sete!
Peppe Nappa: ... Fame, sete… Sempre la stessa cosa sono! Per calmarle sempre dalla bocca bisogna passare!
Giufà (con aria saccente): Sì, ma escono da portusi differenti... !
Risate sguiate del pubblico.
Capitan Giangurgolo (con accento spagnoleggiante): Allora Giufà, siete pronto per queste nozze con Coletta?
Giufà (facendo un sussulto): Mamma che scanto! ... Capitan Gianculo! Così mi fate morire!
Risate.
Voce dal pubblico: ... eh, che ti avevo detto io? Gianculo si chiama!
Risate sguaiate.
Pulicinella (indirizzandosi al pubblico): muti, statevi muti ... muti dovete stare sinnò le vostre Eccillenze niente sentono! (Esce di scena accompagnato d’acuti fischi)
Capitan Giangurgolo (con voce addirata): Giangurgolo, mi chiamo Giangurgolo ... lo volete capire? Giufà, voi dovete rispettarmi sennò mia figlia sarà vedova ancor prima di maritarsi!
Peppe Nappa (rivolgendosi a Giufà con voce meravigliata): ma allora dovete sposarvi?
Giufà: Sì, con la figlia del capitano.
Peppe Nappa (con aria maliziosa si stropiccia le mani): Ah sì, e come si chiama la figlia del capitano?
Giufà: Coletta ... Coletta Gianculo!
Le risate esplodono con un boato.
Capitan Giangurgolo: Ah marrano, v’infilo come un tordo!
Il capitan Giangurgolo comincia a inseguire Giufà e i due si rincorrono sul palco mentre il pubblico ride divertito.
Una voce del pubblico: Corri, corri Gianculo, che se ce la fai l’acchiappi per il culo!
Ancora risate.
Pulicinella (indirizzandosi al pubblico): muti, statevi muti... muti dovete stare sinnò le vostre Eccillenze niente sentono!

Con discrezione il carnizzeri Filadelfo, confuso nella folla, fece cenno al cagnotto Michele d’avvicinarsi. Lo sgherro sospirò e s’allontanò dal suo padrone che se la godeva più per gli schiamazzi e i motti sguaiati del pubblico che per le facezie dei commedianti.
Come ogni anno in occasione del solstizio d’estate il Senato offriva uno spettacolo al popolo d’Agosta. L’anno prima era stata l’occasione per mostrare l’opera di una compagnia di giocolieri e quest’anno era la volta dei commedianti.
- I miei omaggi, vostra eccillenza. -
- Non mi chiami eccillenza qui. –
- Va bene, vi sta piacendo? – chiese il carnizzeri per nascondere il suo imbarazzo.
- Certo, ma mi piacerebbe di più se non ci fossero certi vastasi che mancano di rispetto al mio padrone. –
- Allontaniamoci di qui. – esortò Filadelfo prendendo per il braccio Michele – Ci sono troppi curiosi e con tutto questo vociare non si sente niente! –
- D’accordo, ma non posso troppo separarmi dalla famiglia D’Astorga. –
I due s’allontanarono e s’appartarono in un angolo della piazza poco gremito, da dove il cagnotto poteva tenere d’occhio il suo padrone.
- Allora? – esordì il carnizzeri.
- Allora cosa? –
- Don Emmanuele è contento della sasizza che gli faccio avere? –
- La sasizza? Certo che gli piace. Ma dice che don Gianni ci mette più finocchietto. –
Il rubicondo e ovale volto di Filadelfo si rattristò tanto che Michele pensò che principiasse a piangere.
- Comunque don Emmanuele è rimasto colpito della vostra generosità. -
- Mi farà console, allora? –
Il cagnotto sorrise con l’accondiscendenza che si deve portare a un bambino un po’ ingenuo. Con fare amichevole portò una mano sulla spalla del macellaio.
- Don Filadelfo, il Regio Secreto ha già apprezzato ciò che faceste quella sera alla gargotta di Mariuzza. Purtroppo da una stupida sciarratina avrei potuto avere delle disgraziate conseguenze se non foste intervenuto a togliermi dagl’impicci! -
- Glielo diceste? –
- Certo, io dico tutto a don Emmanuele. Noi non abbiamo secreti! –
- Noi, chi? –
- Noi... – Michele non aggiunse di più ma assunse l’espressione di chi aveva detto già troppo e più oltre non poteva andare.
- Ah capisco. – disse il macellaio che invece non aveva capito un bel niente.
- Se ci troviamo dopo lo spettacolo le spiegherò di più e le dirò ciò che deve fare ancora... perché per diventare console bisogna dar prova d’essere come noi, fedeli e pronti a far fronte a ogni prova domandata. Avete capito? –
- Ah, capisco. –
Michele sorrise ancora, sicuro che ormai il pesce fosse nella rete.
- Don Filadelfo, cosa v’accade? Non fitete più! -
- Mi lavo ogni sera con l’argilla! –
- Bravo, bravo... adesso sì che potrete sedere al Senato. Adesso torniamo a vedere lo spettacolo... sembra che questo pubblico villano lasci fare il loro mestiere a questi mischini[6] guitti. -

Pulcinella, dopo aver calmato il pubblico troppo eccitato, esce di scena.
Il capitan Giangurgolo riprende a inseguire Giufà sul palco di legno.
Peppe Nappa (frapponendosi fra i due): Calmatevi, capitan Gian...
Il pubblico : ... culo!
Peppe Nappa (con sguardo divertito verso la platea): ... gurgolo. Perché v’addirate?
Capitan Giangurgolo: Perché il mio futuro genero si burla di me!
Peppe Nappa: Ma no, ma no! Nessuno si burla di voi. Giufà è solo confuso e agitato per lo sposalizio. È giovane e chiunque sarebbe nel suo stato dovendo sposare una così grande beltà e imparentarsi con la famiglia Gian...
Il pubblico : ... culo!
Peppe Nappa: ... gurgolo!
Capitan Giangurgolo (sempre con accento spagnoleggiante): Ah capisco! Voi credete ciò? In effetti la mia è una famiglia nobile dell’Espagna!
Una voce del pubblico: Sì, ma quale Espagna! Tuo nonno faceva il vastaso nel porto di Catania!
Peppe Nappa: ... e quando ci sarà lo sposalizio?
Capitan Giangurgolo: Proprio fra una settimana! Venivo giusto perché volevo organizzarmi con quel tordo di mio genero. Gli volevo chiedere dove poter mettere le cibarie per la festa. Temo che conservandole a casa mia i miei criati possano approfittarne. Che tempi! La gente è così ladra che non teme neanche il filo della mia spada. Dice che è fame, ma si tratta solo d’ingordigia!
Peppe Nappa (spalancando gli occhi e massaggiandosi la pancia): Cibarie? ... Giufà, ma tu non lo vuoi aiutare a tuo suocero?
Giufà: Certo che sì!
Peppe Nappa: E allora portiamo tutte le cibarie (parola pronunciata alzando il tono della voce) a casa tua. Tu hai criati?
Giufà: Solo Pulicinella, quel mangia pane a tradimento!
Risatine
Peppe Nappa: Capitano, il problema è risolto! Portiamo le cibarie (sempre alzando il tono della voce) in casa del suo tordo... ouf, mi scusi, di suo genero e ci penseremo noi a custodirle (spalanca gli occhi e si massaggia la pancia). Siete d’accordo Giufà?
Giufà: Certo che sì!
Capitan Giangurgolo: Grazie, caro genero... vi perdono tutto, in fin dei conti siete un bravo cristiano! Servi, venite e portate le cibarie dello sposalizio.
Giufà: Pulicinella, aiuta anche tu. Scansafatiche!
I servi seguiti da Pulicinella entrano in scena con dei sacchi sulle spalle. Li svuotano e depositano dei cibi su un tavolo. Pulicinella accarezza il cibo ma uno dei servi del capitan Giangurgolo lo batte sulla mano.
Peppe Nappa: Mio Signore! Che cuccagna! Mi sento male!
Pulicinella: San Gennaro, pure io!
Risatine
Capitan Giangurgolo: Mi raccomando tenete tutto ben in alto e fuori della portata dei topi (guarda con sospetto Pulicinella). Domani porteremo altre cibarie. Avete ben capito, caro genero?
Giufà: Certo che sì!
Il capitano lascia la scena seguito dai suoi servi.
Peppe Nappa e Pulicinella si lanciano sul tavolo e cominciano a ingoiare cibo senza ritegno.
Giufà: Ma cosa fate?
Pulicinella (con la bocca piena): Mettiamo le cibarie dentro la nostra pancia così restano fuori dalla portata dei topi!
Risate del pubblico.
Giufà (grattandosi la testa): Ma voi state mangiando tutto! Altro che topi!
Pulicinella (addentando una pagnotta): Noooo! Stiamo nascondendo tutto questo ben di Dio! Non è vero don Peppe?
Peppe Nappa annuisce non riuscendo neanche a parlare talmente ha la bocca piena.
Risate.
Giufà: Voi state divorando tutto e vi state burlando di me e del capitano. Mai vista tanta fame!
Peppe Nappa (sorridendo al pubblico): Cosa le avevo detto che gliela avrei fatta vedere... la fame!
Applausi del pubblico.
Giufà: Cosa dirà il capitano Gian...
Il pubblico: ... culo.
Risa sguaiate e fischi d’approvazione.

Quella sera nessuno degli astanti a quello spettacolo ebbe la sorte né d’assistere allo sposalizio di Giufà e di Coletta e neanche alle astuzie di Pulicinella e Peppe Nappa per evitare le ire del capitan Giangurgolo.
Un acquazzone improvviso e inusuale disperse infatti il pubblico, che indispettito tornò alle proprie case. I più caparbi attesero un po’ poiché speravano che il temporale fosse passeggero, ma l’intensità della pioggia e il suo persistere li scoraggiò, convincendoli che la commedia non sarebbe mai ripresa.
Nella piazza rimase solo il palco con le tende strapazzate dalla pioggia e dal vento. Sotto d’esso s’era rifugiato il capitan Giangurgolo, che nella vita reale era il capocomico. La sua maschera dal lungo naso rosso non riusciva a nascondere la preoccupazione: sarebbe stato pagato?
Solo le sedie vuote dei nobili stettero nella loro posizione come in un’attesa caparbia.
Ben presto, quando finalmente si spensero le fiammelle delle luci del palco e dei lampioni che contornavano la piazza, tutto fu inghiottito dal buio della notte.
Non lontano, rifugiato sotto un portone, il carnizzaro Filodelfo si chiedeva se sarebbe riuscito a proseguire l’interessante conversazione intrapresa col cagnotto Michele.










[1] Personaggio della commedia dell’arte d’origine calabrese con maschera rossa e naso di cartone. Indossa un cappello a forma di cono, un colletto alla spagnola arricciato, un corpetto a righe rosse e gialle e dei pantaloni corti fino alle ginocchia degli stessi colori. Alla cintura porta una lunga spada. Impersona il tipico signorotto ricco e gradasso che esige rispetto senza darne e si vanta d’avere nobili origini spagnole.
[2] Gli spettacoli offerti dagli attori della commedia dell’arte della sicilia orientale erano chiamati “Lu nesci parra” espressione più breve di “nesci e parra si voi manciari” (esci e parla se vuoi mangiare). Tale appellativo trae origine dalla consuetudine di far recitare nelle feste attori improvvisati che, se erano capaci di far ridere il pubblico, avevano diritto a un pasto.
[3] Personaggio della commedia dell’arte d’origine siciliana. Indossa una casacca e pantaloni azzurri troppo ampi e lunghi. Il suo nome trae origini da “toppa”,  in siciliano “nappa”. E’ beffardo, pigro, insaziabile, ama stare in cucina ed è ossessionato dal cibo. E’ uno dei tanti discendenti (come Arlecchino e Pulcinella) di Zanni (Gianni in bergamasco), capostipite del servo fannullone nella commedia dell’Arte.
[4] “Liotru” è il simbolo di Catania. Si tratta di una statua che raffigura un elefante scolpito nella pietra lavica e si trova in piazza del Duomo. Il nome trae origine dalla contrazione di Eliodoro, negromante catanese che secondo la leggenda è lo scultore della statua.
[5] Barattolo in terracotta.
[6] mischini= da mischinu, in arabo “poveretto”