Translate

mercoledì 16 aprile 2014

Agosta - Capitolo XIV



XIV – Un Amore


Il sole, con estenuante lentezza, eseguiva sopra Agosta il giornaliero tragitto da levante a ponente. Aveva da percorrere ancora più della metà del suo solito cammino e niente faceva disperare che anche in quel giorno di giugno la passeggiata non sarebbe stata portata a compimento.
La mattina appariva tranquilla e la calura già sfiniva i corpi sudati di chi lavorava nelle saline.
Proprio allora lo Spirito di Capo Grotta Longa[1] s'accorse d'avere un’ospite fra i suoi scogli più estremi. Una bella inquilina, tanto avvenente da sembrargli una delle sirene che popolavano le sue rocce negli anni mitologici.
Teresa 'a Saracina, sentendosi osservata, guardò il poggio degradante verso il mare ricoperto da un terreno impreziosito da alcune rocce bigie e cosparso da una macchia da sempre colorata d’un fulvo spento. Le parve la groppa spelacchiata d'un vecchio ronzino.
Il mare, ormai adorno di brillanti colori estivi, si chiese cosa facesse quella bruna bellezza solitaria fra le asperità costiere.
La giovane, quando l'aurora aveva ormai perso le sue sbiadite iridescenze rossicce e il cielo s'era colorato di un bel celeste, approdò in quei siti scendendo dalla barca di suo zio pescatore.
Ligia alle istruzioni ricevute, Teresa era rimasta in quel luogo in compagnia del solo amuleto fornitole da Iana l'orbicella.
La donna guardò il sacchetto serrato da uno spago penderle dal collo.
Sarebbe stata trasbordata lì ogni mattina per sette giorni e prelevata un'ora prima del tramonto. Durante quell'attesa sugli scogli la majara e sua nonna avrebbero pregato i santi del paradiso affinché dal grembo di Teresa potesse nascere un germoglio.
Diego, quando gli comunicò quel cerimoniale, ascoltò con poco interesse e commentò con vari mugugni. La giovane, che s'aspettava da parte dell'anziano coniuge un’ostinata resistenza al piano, provò delusione per quell'indifferenza. Neanche una frase sarcastica!
Non fu però del tutto sincera, poiché non riferì che quella liturgia avrebbe dovuto rendere possibile il concepimento con il seme d’un beato, ma renderla, a Dio piacendo, più fertile.
Voleva, qualsiasi cosa accadesse, che la paternità della creatura fosse da Diego considerata come propria.
Il disinteresse palesato per quel disegno e l'impossibilità di condividere con lui la sua trepidazione la ferì tanto da far nascere in lei del disappunto capace di ottenebrare l’affezione nei confronti del marito.
Diego d'altro canto in quei giorni, anzi in quelle notti, era coinvolto nel contrabbando che un mese prima gli era stato proposto da mastro Carmelo La Mare.
Quel travaglio, per quanto lucroso, lo rendeva inquieto ed assente, e la preoccupazione d'essere scoperto assorbiva quasi ogni attività del suo pensiero. A sua moglie non aveva rivelato alcunché del malaffare e aveva accennanto soltanto a certi viaggi che doveva fare per conto di mastro Carmelo. L’avvertì però che non ne facesse cenno a estranei.
I progetti che gli erano stati esposti dalla moglie erano solo facezie da donna. Che facesse pure ciò che voleva… lui aveva ben altro a cui pensare!
Con tutti quei viaggi si sarebbe procacciato i mezzi per avere un nuovo puledro, figlio del cavallo Gioacchino, con cui continuare l'attività. Le sue fantasie si erano spinte così avanti che arrivò anche a pensare di poter permettersi qualcuno da prendere sotto al suo servizio per condurre un altro barroccio. I ricavi sarebbero aumentati, e così la ricchezza.
E insieme con quest'ultima sarebbe giunto anche un figlio, se Domine Iddio avesse voluto! Forse il destino voleva renderlo padre solo quando fosse stato ricco… quelli erano progetti importanti, altro che le idiozie di Iana l'orbicella e della nonna di Teresa!
Entrambi i coniugi, quindi, per riflessioni e per reticenze diverse, in quei giorni prospicienti il mese di giugno avevano rarefatto i loro dialoghi, e i prolungati silenzi li facevano sentire lontani l’un dall'altra.
Durante la notte della vigilia di quella complessa liturgia, propiziatrice della fertilità, Teresa divise il povero talamo con Diego dormendo un sonno ben poco riposante. A causa di ciò, il sole, unico compagno in quella solitaria attesa, trovò debole resistenza in Teresa e con i suoi raggi riuscì a stordire la sua mente.
La donna s'abbandonò quindi ad un profondo languore, stendendosi in uno spiazzo formato da alcune larghe rocce che si aprivano in una comoda alcova. Il sole la possedette e, sfinendola, l'addormentò.
Quando si ridestò l'astro era alto e caldo e lei molto sudata. Non aveva sognato, o almeno non ricordava nulla di quel sonno. Si drizzò sulle gambe. Cercò la quartara che s'era portata con lei, la sollevò sopra la testa e bevve avidamente lo zampillo che fuoriuscì dal piccolo buco.
Guardò il mare. Tranquillo, giaceva sotto i suoi piedi trepidante.
Slacciò il corpetto e fece scivolare sul suo corpo snello la veste, che s'accasciò sullo scoglio. Attraverso il camicione bianco le forme della sua persona risaltavano e la brezza, come una carezza inviata dal mare, la sfiorò rendendo più sensuale quell'invito. Teresa s'approssimò alla battigia. Provò un brivido nell'immergere i piedi nell'acqua ma poi, conquistata dalla lussuria, si lasciò andare dove il mare era più profondo e, tenendosi con le due mani a un’asperità rocciosa, godette delle sue attenzioni.
Restò in quello stato d'abbandono e di benessere per diverso tempo e avrebbe continuato a compiacersi delle fresche lusinghe marine se non avesse intravisto delinearsi fra due scuri e tormentati scogli l'inconfondibile prua di una lancia di pescatore.
La barca non era lontana dalla battigia e a giudicare dalla rotta sembrava proprio che vi volesse approdare.
Remava con vigoria quel legno Cesare Rincon d'Astorga. Il giovane piantava i remi nell'acqua con gagliardia e li tirava a sé col furore di Orlando quando menò gli inutili, ultimi fendenti a Roncisvalle.
All'improvviso s'era trovato orfano del suo tutore, e anche se sapeva ch'era un distacco temporaneo sentì che qualcosa di profondo e ancestrale lo aveva abbandonato con uno strappo invisibile a chiunque. Tale lacerazione era di certo dolorosa, poiché avvertiva dentro di sé una fitta sorda e persistente.
Più volte pensò che avrebbe dovuto considerare quel distacco come una prima verifica di ciò che avrebbe provato quando sarebbe divenuto cavaliere dell'ordine di San Giovanni Gerosolimitano.
Per lunghi anni non avrebbe più visto non solo suo zio Peppe ma anche Agosta e tutte le contrade che la circondavano. Luoghi nel cui grembo lui era divenuto adulto.
Anche se quella separazione costituiva in fondo solo una blanda prova, gli parve difficile da superare e per aiutarsi volle distrarsi con la pesca. Prima di partire, zu Peppe gli aveva lasciato la lenza di crine equino affinché il giovane potesse esercitarsi.
- Cerca di non dar da mangiare ai pesci canne di filo, ma solo l'esca attaccata all'amo! - s'era raccomandato l'ex galeotto prima degli ultimi saluti. Fino ad allora Cesare aveva solo remato e non aveva neanche provato a svolgere la lunga lenza avvolta attorno uno spesso manico di legno.
Adesso voleva riposare, attraccare la barca alle rocce di Capo della Grotta Longa e guardare la linea tesa e rettilinea dell'orizzonte marino oltre il quale si celavano terre misteriose.
Con un tonfo la gialla pietra butterata fu calata nel mare. Una ruvida cima la imbrigliava e attraverso essa Cesare controllò la caduta del masso fino a quando non toccò il fondo marino; quindi legò la cima a uno dei mozzi. Si svestì della blusa e della camicia: a torso nudo, coperto solo da corte braghe a mezza gamba da marinaio, si tuffò nell'acqua e nuotò verso la vicina riva. Nel corso della breve nuotata portò con sé l'estremità di una corda il cui altro capo era assicurato a un anello della prua. Lo legò a uno sperone di roccia. La barca rimase così ormeggiata, ed era abbastanza protetta dai ruvidi scogli contro cui, se sospinta anche con modesta forza dalle svogliate ondine, poteva rimanere lesa.
Salì su un basso sperone e osservò la distesa marina. La brezza ruffiana lo avvolse sfiorando la pelle gocciolante e procurandogli un tenue brivido di piacere.
Si guardò attorno e notò, afflosciati su un nero scoglio, degli abiti e una quartara adagiata in una larga fessura rocciosa. S'avvicinò a quelle testimonianze di presenza umana e cauto, come un ladro in procinto di compiere un atto criminoso, sondò col piede quegli indumenti abbandonati e li dispiegò. Scoprire che appartenevano a una donna lo rassicurò e al contempo eccitò la sua curiosità. Fece vagare lo sguardo attorno a sé alla ricerca della proprietaria di quelle vesti di rudimentale fattura contadina e sobbalzò quasi quando scoprì, nascosti nel verde di una conca naturale, due neri occhi osservarlo guardinghi.
Il cuore accelerò i battiti e mantenne quel ritmo anche quando la sorpresa svanì. Il volto abbronzato, dai tratti regolari, era contornato da una lunga chioma nera e lucente che compatta scendeva lungo la nuca come un fiotto d'inchiostro e si disperdeva a ventaglio nell'acqua. Sotto, confusa in un'opaca diafanità, fluttuava la bianca camicia che dava a quel bellissimo viso il corpo d’una medusa spettrale da cui s'intravedeva fuoriuscire il bianco candore di due gambe.
Teresa visse attimi alterni colmi d'emozioni contrastanti che si attenuarono solo quando riconobbe in quel giovane il figlio cadetto del Regio Secreto. Subito nuove fobie nacquero nel suo intimo, poiché provò la stessa sensazione d’un picciriddu scoperto nel bel mezzo di una monelleria.
- E tu chi sei? - domandò Cesare con tono di superiorità.
- Teresa 'a Saracina - rispose la giovane sostenendo lo sguardo di quel rampollo di nobiltà.
- Che fai lì? -
- C'è caldo. -
- Come sei arrivata qui? -
- Dal monte. - mentendo Teresa indicò con la testa il poggio degradante.
- Non hai paura? -
- Di chi? -
Cesare non rispose. Da una donna sorpresa in quel luogo si sarebbe atteso maggiore timore nei suoi riguardi. La domanda provocatoria era stata rintuzzata con un'altra non priva di dileggio. Si risentì e provò del disappunto.
Dopo aver lanciato un ultimo sguardo alla donna s'allontanò e s'accucciò sopra uno scoglio a guardare l'orizzonte con la stessa attenzione di un nocchiero sopra un vascello.
Teresa occupò la verde conca in cui era immersa riflettendo sul da farsi. Ormai la deliziosa sensazione che l'aveva spinta a farsi accogliere dal mare era scemata e la presenza di quel giovane l'imbarazzava. Decise che era meglio abbandonare quel luogo e simulare una risalita del poggio.
Aggrappandosi alle rocce emerse dall'acqua e con cauto avanzare lasciò la battigia. Ma l'ultimo passo fu galeotto perché il piede si appoggiò sugli aculei di un nero riccio.
Cesare non seppe resistere dall'osservare l'attraente figura che, timorosa, cercava di guadagnare le rocce asciutte. Con lo sguardo si soffermò su quel corpo ricoperto solo dal bianco indumento, e ormai diafano e aderente alla pelle. Rimase rapito dalla visione di quegli attributi presentati a lui in modo così manifesto e al contempo misterioso. Si fissò sulla corolla turgida e maculata dei capezzoli, poi fu attirato dalla nera ombra fra le trasparenze del bianco velo.
Quando la donna, ferita dallo spinoso organismo, s'accasciò muta su se stessa scomparendo fra gli scogli, il giovane non scostò lo sguardo dal punto in cui quel corpo fino a un attimo prima si muoveva eretto. La visione gli rimase negli occhi e come per magia si dileguò lentamente.
Più per cercare quell'ombra svanita che per portare soccorso a Teresa il giovane cadetto abbandonò la sua postazione. Trovò 'a Saracina sconsolata osservarsi la pianta del piede, offeso da una decina di neri aculei nell'incavo, dove la pelle è più morbida.
Quando scoprì d'essere osservata la donna alzò lo sguardo su Cesare. I suoi occhi sembravano appartenere a un animale ferito.
- Se vuoi posso aiutarti. So come levarle senza spezzarle. - disse il giovane con tono gentile. Teresa, muta, gli offrì l'arto offeso con un gesto fiero che avrebbe fatto invidia a una regina.
Il giovane s'inginocchiò davanti alla donna e impugnò la caviglia con la stessa cura di un orafo nei confronti di una gemma preziosa.
Evitò d'alzare gli occhi, concentrandosi solo su quelle piccole dieci spine. Provava soggezione e al contempo turbamento: pensò infatti di trovarsi di fronte a un essere non umano, a una sirena.
La donna, nel mentre, covava un indefinito risentimento nei confronti del figlio del Regio Secreto. Nessun senso d'inferiorità popolana sembrò lenire quel pensiero. Quando le fu offerto soccorso il suo istinto l'aiutò a comprendere i pensieri del giovane e lo sentì aggiogato a lei. La scoperta le procurò la soddisfazione orgogliosa di chi, considerandosi offeso, riesce a ottenere un’inaspettata rivalsa.
Ma quel livore non durò a lungo. I capelli del nobile erano castani con riflessi color ruggine mossi da lunghe onde che si disperdevano in cento ricci sulla fronte e attorno alle orecchie. La fronte era liscia e terminava sugli archi di due nere sopracciglia. In mezzo si dipartiva un naso diritto. Gli occhi erano di colore cangiante: verdi se colpiti dalla luce del sole, castani all'ombra. La bocca era carnosa e propensa alla risata. La donna osservò le spalle, che erano larghe e rigonfie di muscoli asciutti. Un corpo giovane era prostrato ai suoi piedi. Guardò il mare, il cielo, gli scogli. Quello era il suo regno, aveva un suddito e lei era dunque regina.
- Questa è l'ultima. - disse Cesare mostrando orgoglioso l'ultimo aculeo.
Un pensiero scaltro e infingardo germogliò nella sua mente e come l'otre di una zampogna si dilatò tanto da cacciare fuori qualsiasi altra riflessione.
Come aveva potuto Teresa non comprenderlo prima? Era tutta opera di San Domenico! Quel bel giovane era stato condotto lì dal santo per sicura intercessione di fra Angelo. Le sue preghiere, anche le più recondite, erano state esaudite per volere del Paradiso!
Fu lei ad attrarlo a sé poggiandogli la mano dietro la nuca. Gli accarezzò le spalle levigate e gli offrì il corpo che odorava di salsedine marina. Le mani del giovane riuscirono così a toccare gli scuri capezzoli e a sfiorare ciò che v’è di più segreto in una donna.
Cesare peccò d'inesperienza ed ella lo aiutò. L'atto fu dolce e permise al giovane di varcare per la prima volta i confini del mondo.
Lo Spirito di Capo Grotta Longa si compiacque di quell'incontro: fu ripetuto per sei giorni, e in essi Teresa tradì Diego, sua nonna, Iana l'orbicella e, malgrado la sua profonda devozione, tutti i Santi del Paradiso.
Quella settimana di convegni continuati non stemperò l'attrazione dei due amanti, anzi provocò l'effetto opposto poiché in essi l'amore fisico si rafforzò con la scoperta d'affinità sentimentali.
Cesare dimenticò lo zio Peppe e l'ordine Gerosolimitano. Teresa dal canto suo ripose in un angolo della coscienza la fedeltà verso Diego, poiché agiva con l'approvazione dei Santi.
Sembrò che una nuova vita fosse cominciata per loro, seppellendo la precedente. Quell'esperienza segreta li trasformò anche agli occhi degli altri.
La giovane donna parve più bella e radiosa, tanto che sua nonna e Iana l'orbicella vedendola si scambiavano occhiate complici.
Il marito Diego, pur mantenendo un umor cupo, si sorprese a osservare la beltà della moglie e si disse che una volta ricco l'avrebbe abbigliata e adornata convenientemente.
Il cadetto sembrò più energico e più allegro ai suoi congiunti, tanto che il Regio Secreto, associando quel cambiamento all'assenza del suo nero fratellastro, si compiacque dell'idea del suo allontanamento.
Trascorsero l'ultimo giorno di quella settimana a guardare il cielo attraversato da sporadiche nuvole a forma di grandi e ovattati bovini, stesi sull'alcova di scogli bruniti.
- Sai pescare con la lenza di crine equino? – domandò Cesare.
- E tu sai far pascolare le capre? –





[1] Forse è il caso che faccia una precisazione: ogni Spirito ha il proprio territorio.
Non molto lontano da Agosta ne esiste un altro, ed è lo Spirito di Capo Grotta Longa. Anche lui è molto vecchio ma il suo territorio è stato solo sporadicamente abitato e di cose da raccontare non ne ha tante. E’ più solitario dello Spirito di Agosta e vive rintanato nella grotta che gli da il nome, proprio di fronte ad Agosta, sullo sperone di costa frastagliata che delimita il golfo Xifonio. Per non deludere le persone che entrano in contatto con lui racconta che secoli addietro la ninfa Galatea avesse vissuto in quel luogo un languido amore. A Giuseppe Tommasi di Lampedusa raccontò la storia della sirena Lighea, e lui vi credette.
Io invece non ci credo e penso che sia solo il vaneggiamento d’un vecchio annoiato che ha dovuto costretto che si è visto costretto dalla noia a scambiare un delfino per una sirena. Ma non lo confesserò mai allo Spirito di Agosta: i due Spiriti sono molto amici.