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martedì 15 aprile 2014

Agosta - Capitolo XIII



XIII – Le tre Marie


Arrivò il giorno in cui la piazzaforte festeggiò l’incontro delle tre Madonne di fronte alla chiesa madre. Anche quell’anno tutta Agosta se ne compiacque.
Le tre sante invece non mostrarono un'emozione particolare, anche se la folla le attorniava con un clamore festoso ed al contempo reverenziale.
Da sopra il tetto della casa del popolo Ianuzzu, orfano da poco più di una settimana di fra Angelo, dimenticò la tristezza di quel lutto ed eseguì il travaglio che gli era affidato ogni anno per quell'occasione.
In precario equilibrio si drizzò sulle tegole e si sbracciò come un forsennato. Il segnale, a malapena intravisto da una sentinella sul bastione di San Giacomo all'imbrunire di quel giorno di maggio, fu ripetuto varie volte dagli uomini d'arme della fortezza finché giunse al capo artigliere. Fu dato fuoco alle micce e i sette cannoni spararono un colpo a salve. Passò qualche istante e anche Torre Avalo e i Forti Garzia e Vittoria accomunarono i loro fragori d'artiglieria a quelli del Castello. Un fumo bianco, quasi immacolato, uscì dalle bocche di fuoco, salendo al cielo lentamente e dissolvendosi in alto. Le batterie esplosero altre due volte le loro salve.
Quando infine quel clamore scemò una subitanea quiete cadde sulla piazzaforte.
I fedeli, strascicando i piedi, spinsero in avanti le tre statue della Madonna Assunta, dell'Addolorata e dell'Immacolata.
In quanto padrona di casa l’Addolorata fu la prima sorella a entrare nella Matrice, quindi la seguirono le altre due. I portatori dei baldacchini che reggevano le due statue dovettero prodigarsi in vere e proprie acrobazie erculee per evitare che una anticipasse l'altra nel loro ingresso al tempio. Alle due Madonne quelle manovre poco importavano, poiché si sarebbero sentite oltraggiate se avessero dovuto cedere il passo all'antagonista e le loro ire sarebbero ricadute sul popolo agostano. I santi come del resto i nobili erano molto attenti alle regole d'etichetta!
I due baldacchini varcarono entrambe la soglia della Matrice e la folla come un lento fiume li seguì, riempiendo lo spazio sotto le ampie navate.
Fra gli astanti si diffuse un benefico senso di sollievo: la processione delle Madonna s'era ben svolta e il volgo era certo che ciò avrebbe soddisfatto i santi del Paradiso.
Avrebbero così di sicuro ammansito l'ira di San Domenico, la cui festa era stata funestata dallo scempio fatto dei miseri resti di fra Angelo.
- Teresa, vieni, devo parlarti. -
Una mano ghermì il braccio della Saracina che, come la maggior parte degli abitanti di quelle contrade, era al seguito della processione. La donna si voltò e vide l'occhio morto e orrendamente bianco campeggiare sul viso di Iana l'orbicella. La giovane donna rimase per qualche istante indecisa se rimandare l'incontro, ma la mano della majara la serrò ancor più come l'artiglio di un rapace che non vuole lasciare andare la sua preda. Teresa seguì la vecchia e lottando contro la ressa guadagnò l'uscita della Matrice.
- Unn'é Diego? - domandò con apprensione la majara.
- È rimasto in campagna, la febbre ha. – rispose mentendo la Saracina, che aveva ricevuto precise istruzioni dal marito affinché così dicesse a tutti coloro che lo cercavano.
In verità l'uomo, con il suo carretto trainato da Gioacchino, era in viaggio per Mililli in compagnia di mastro Carmelo il fondacaio.
- Fra due giorni dovrai recarti da tua nonna che facciamo la pratica! -
- Parlai con il mio sposo e mi fece venire mille dubbi! E se poi partorisco il fighio del diavolo? Forse è meglio rimanere senza picciriddi! - sussurrò con apprensione Teresa, che mentre parlava s'osservava attorno per paura d'essere ascoltata da estranei.
- Babba! Ma quale fighio del diavolo! Ho un amuleto che rende il concepimento sicuro e senza alcuna presenza di Lucifero... ho un talismano che annulla qualsiasi maleficio del diavolo e favorisce l'incontro con i santi... vedrai che il padre di tuo fighio sarà un santo, altro che il demonio! - Facendo quella rivelazione l'occhio vivo della majara si spalancò mentre lanciava attorno lampi carichi di malizia.
Teresa rimase attonita e il suo corpo fu attraversato da un brivido freddo.
- Un talismano... concepire mio fighio con un santo! .. ma tu bestemmi! - si fece il segno della croce e baciò il piccolo crocifisso di legno che portava appesa al collo.
- Ma quale bestemmia! I santi bene ci vogliono e fanno di tutto per aiutarci se gli siamo devoti. -
- Non so... devo pensarci... devo parlarne con Diego. -
- Tuo marito è un vecchio scantulino. Parlai già con tua nonna. Dopodomani mattina fatti trovare presto da lei. -
- Mia nonna d'accordo è? -
- Certo che sì! Ha la massima fiducia in me. Lo sai no? -
- Sì, sì. Ma cosa dovrei fare? -
- Ogni mattina per sette giorni tuo zio t'accompagnerà in un luogo solitario della costa e prima che il sole tramonti ti verrà a prendere. Durante la notte dormirai da tua nonna e io e lei veglieremo su di te pregando. Dovrai portare sempre con te la reliquia dentro il sacchetto e non bisognerà mai aprirlo. Hai capito? -
La giovane fece cenno di sì col capo.
- Bene, domani ti spiegherò meglio ciò che dovrai fare. -
Da lontano, in un angolo della piazza, 'Gnazio il pecoraio osservava le due donne.

La notte regnava su Agosta dormiente. Gli echi della festa si erano ormai perduti nel buio del cielo e solo le stelle brillando allegramente proseguivano a far baldoria.
Due occhi sopra una terrazza osservavano gli astri.
- Zu Peppe cosa fate qua sopra? -
- Guardo le stelle. Sempre le amai fin da quando ero picciriddu. Imparai da mio nonno i loro nomi. Quando ero chiuso nella stiva delle galere il non poterle osservare di notte mi faceva soffrire più della sete, della fame e della fatica. -
Cesare s'avvicinò a don Peppe e gli chiese:
- È bello il deserto? Parlatemene ancora. -
L'ex schiavo sospirò:
- È esteso come il mare e il suo confine è l'orizzonte che si congiunge col cielo. Possiede onde gigantesche, immobili e al contempo solenni quanto gli alti marosi delle procelle marine. Ma quando il vento forte le agita possono sommergerti per parecchie canne. Mio padre mi raccontava che quand'era giovane, dopo una tempesta, una duna spostandosi restituì il corpo di un antico cavaliere: era coperto da vesti finissime e le sue armi erano d'oro. Sotto la sabbia la morte non l'aveva eccessivamente oltraggiato. Accanto a quell'uomo, che ritengo fosse di nobile genìa, giacevano anche i resti del suo destriero. L'animale ancora serrava fra i denti un morso fatto di nobil metallo. Gli oggetti, tanto preziosi e di provenienza così misteriosa, furono donati a mio padre poiché lui era il capo di quella gente nomade. Era bellissimo sul suo cavallo nero bardato con quei monili così rilucenti. Sognavo che un giorno li avrei indossati. Ammiravo estasiato la spada coll'elsa d'oro: non ne vidi mai una più bella! -
- Zu Peppe, pensate che quando inizierò a viaggiare come cavaliere dell'ordine gerosolimitano vedrò tutti i luoghi da voi conosciuti? -
- Sì, è probabile. -
- Ma allora perché non m'accompagnate? Torneremo nei luoghi da dove voi venite. Rivedrete la vostra gente, la vostra famiglia, i vostri fratelli. Partiremo assieme! – esclamò il giovane Astorga con entusiasmo.
Nel buio il vecchio negro sorrise commosso.
- No, caro Cesare. Sono passati tanti anni. Nessuno mi riconoscerebbe. Eppoi chissà dove sarà la mia gente? Non ha fissa dimora. Il suo regno è il deserto ed è libera di girovagarvi come e quando vuole. Farei in tempo a morire prima di rintracciarli. In ogni caso non sarei più accettato. Sono un cristiano ormai e per loro sarei solo un rinnegato. Meno che niente! Chissà quale dei miei fratelli avrà occupato il posto di mio padre? -
- L'unica maniera per scoprirlo è seguirmi nell'ordine e tornare nei tuoi luoghi. -
-No, non insistere, non è possibile... devo già partire... domani, per Palermo. Tuo padre vuole che sia latore di un messaggio al viceré. -
- Voi?! Non potrebbe mandare me o mio fratello Cesco? -
- No, siete entrambi impegnati. Tu devi farti conoscere dall'uffiziale de Boisset e Cesco deve curare gli affari della famiglia. -
- Neanche Palermo conosco. Voi ci siete mai stato? -
- No, mai. È la prima volta anche per me. -
Ma quel viaggio era un pretesto per allontanarlo da Cesare oppure una vera missione di fiducia che suo fratello gli affidava? Il Regio Secreto di Agosta glielo assicurò: la missiva conteneva messaggi che non potevano essere consegnati da nessun altro se non da membri fidati della famiglia.
Il rapporto privilegiato fra il cadetto e lo zio non era mai stato gradito dal capofamiglia. Ma perché quell'espediente proprio quando i contatti si sarebbero naturalmente troncati a causa dell’ingresso del nipote nell'ordine di Malta e della sua conseguente dipartita? Se il viaggio a Palermo era stato istruito per creare un’occasione d’allontanamento era di fatto inutile in quel frangente, poiché zio e nipote non si sarebbero visti chissà per quanto tempo!
No, forse la missione a Palermo era di certo importante!
Forse il Regio Secreto chiedeva aiuto al viceré: con quei francesi così vicini! E con tutte quelle spie che si diceva pullulassero in Agosta!
- Guarda come si vede bene Antares! -
L'indomani mattina sarebbe partito di buon'ora prima che l'aurora cominciasse a tingere il cielo.
Le fluorescenze notturne l'illuminavano d’un leggero chiarore e delineavano i contorni del suo profilo nel vano della finestra.

Frattanto Don Alessandro, seduto sull'ampio davanzale della finestra con le spalle appoggiate al muro accarezzava il soffice manto di Patasso e osservava la sua figura racchiusa nell'ampio specchio della sua camera. Da quella stessa superficie levigata aveva ricevuto l'immagine di sé abbandonato alla voluttà dell'abbraccio di Marco. Era accaduto una settimana prima.
La partenza del suo amante l'aveva lasciato annichilito e ormai da diversi giorni girovagava per le vie di Agosta come inebetito.
S'era recato di frequente al caricatoio a osservare il punto dov’era stata ormeggiata la feluga veneta. Il suo posto era ora occupato da altre imbarcazioni, ma quel quadrato di mare rimaneva sacro. Ai suoi occhi infatti pareva ancora che in esso si materializzasse il legno dell'amante, come se fosse approdato dritto dritto dai mari della sua fantasia. Tutto sembrava provenire dalla sua più recondita inventiva, eppure ogni cosa accaduta era reale e quello specchio ambrato lo comprovava.
Sospirò.
Se Marco fosse stato un parto della sua fantasia avrebbe potuto richiamarlo quando lo desiderava. Purtroppo invece doveva attendere il suo ritorno da Chioggia, previsto per la seconda metà di giugno. L'attesa sarebbe stata dolce o intrisa di mestizia? Doveva veramente attenderlo?
Aveva oltrepassato il Rubicone, che cosa gli serbava il futuro?
Il ronzare delle fusa di Patasso era l'unico suono che persistente sembrava a disperdersi in quella notte di quiete.
All'improvviso una voce, nascosta dalle tenebre della via sottostante, gridò:
- Bellomo, sei un vastaso fornicatore di uomini! -
Fece eco a quelle parole una sardonica risata.
Un rombo di tuono non avrebbe potuto essere più devastante. La frase rimbombò nella quiete di quella notte stellata. Il silenzio che seguì parve orrido quanto il più profondo e ripido dei precipizi. Patasso, impressionato, smise di far le fusa e il giovane trattenne il respiro come se qualcosa di terribile dovesse seguire a quell'infamia.
Ma niente accadde. La spaventosa quiete della piazzaforte dormiente non fu più offesa. Rimase all’erta ancora per un po’ con i sensi vigili, ma nessun altro rumore pervenne più alle sue orecchie.
L'abisso che quel silenzio evocava sembrò essere prossimo, proprio oltre il davanzale su cui ancora sedeva. Si riscosse spaventato e lentamente, temendo anche il fruscio provocato dalle sue vesti, abbandonò il vano della finestra. Attonito, con gli occhi sbarrati e il cuore in tumulto cercò nel buio il suo giaciglio per distendersi. Il letto emise un leggero cigolio e quel lieve rumore parve perforargli i timpani.
L’eco della frase accusatrice tornò a risuonare nella sua testa e premette contro le tempie con l'urto violento di un'esplosione di polvere nera. Gli occhi terrorizzati si fissarono a osservare la larga tela damascata del baldacchino, ma l'incubo atroce toccò l'apice quando sul ricco drappo si stagliò minacciosa l'ombra paterna.
Per sfuggire a quell'ossessione con gesto istintivo e disperato si coprì il viso con un cuscino.
Poi, un inatteso pensiero di rivolta s’impossessò di lui. Marco gli aveva confidato che nell’ambiente marinaresco certi amori erano facili da trovare e che lui stesso fin dalla giovane età aveva cominciato a percorrere un sentiero iniziato con l’aiuto di marinai croati al servizio di suo nonno.
- Al caricatoio più che putee si trovano bei tosi! –
Al diavolo suo padre e la sua ombra! Al diavolo i gravami del peccato che gl’impedivano d’essere sereno! Marco gli svelò che quei piaceri erano praticati più di quanto si potesse pensare. Che non si facessero illusioni ma nelle oscure celle dei conventi certi costumi erano ben conosciuti! Tutto veniva poi nettato nei confessionali. L’importante era non mostrare e celare. Facile, no?
S’era trasferito ad Agosta per essere libero… e che libero fosse!
- Vostra eccillenza, già scuro è... a quest’ora uscite? – chiese la criata Meluccia che non riusciva a rinunciare al suo istinto materno.
- Giusto quattro passi per sgranchire le gambe. – rispose don Alessandro mentre lasciava il suo palazzetto.
S’era abbigliato in modo d’apparire il meno possibile.