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lunedì 14 aprile 2014

Agosta - Capitolo XII



XII – L’ex galeotto


La linea azzurra dell'orizzonte s'alzava e s'abbassava oscillando leggermente. Le onde, passando sotto la chiglia della colorata scialuppa, accarezzavano dondolando quel guscio di legno come se si trattasse d’un neonato d'addormentare. Il cielo era terso e così sarebbe rimasto fino al calare della sera, quando i cannoni e le colubrine avrebbero sparato a salve per festeggiare il giorno dell'Annunziata.
Dalla Torre di levante del castello quella piccola imbarcazione, non molto lontana da Capo della Grotta Longa, appariva come una piccola formica.
- Zu Peppe, vorrei riposarmi. -
- Zitto e rema. -
Il figlio cadetto e il fratello adottivo del Regio Secreto erano l'equipaggio della lancia.
- Alla tua età ero capace di remare tutto un giorno ed arrivare alla sera fresco come una rosa. Silenzio! Sento qualcosa! -
Dalle mani dello zio di don Cesare si dipanava un filo di crine di cavallo intrecciato che si tuffava nel mare e scompariva nell'acqua confondendosi nel blu delle profondità.
- Sta abboccando. Mangia, mangia... fra poco sarai sulla barca. Cesare, azzittisciti e non far rumore. -
Le mani esperte diedero uno strappo e il filo si tese.
- È grosso, è grosso! ... questo mi rompe la lenza! Devo farlo stancare! -
- È un dentice, zu Peppe? -
- Sì, dev'essere un vastaso dentice. Devo far piano sennò si porta via il filo. Per intrecciare questo scelsi io stesso i cavalli! -
Il pesce era grosso e combattivo e ci volle quasi mezz’ora prima che il pescatore potesse tirare a sé il dentice sull'imbarcazione.
- Guarda che bello! Solo io riesco a pescare con la lenza pesci simili! -
- Peserà almeno sei rotoli! - esclamò stupefatto il giovane nipote.
- Aiutami, che lo tiriamo su. Non vorrei rompere la lenza proprio adesso! -
Una volta issato sulla barca lo zio di Cesare gli levò l'amo dalle fauci e il pesce boccheggiante cominciò ad agitarsi disperato sbattendo e saltando sul tavolato.
Sperava d'avere ancora sufficienti energie per tuffarsi nel suo mare. I due uomini, in silenzio, guardarono quella danza d'agonia come ipnotizzati da una visione demoniaca. Un piacere crudele li rapì finché il grosso dentice giacque a terra ansante, ormai privo di forze.
Attendendo la morte, il suo occhio rotondo guardava la luce accecante del sole. Non l'aveva mai visto così luminoso.
- Dai, mettiamolo nel catino insieme agli altri. - esortò Zu Peppe interrompendo l'ipnosi. – Poi remiamo per tornare a casa, che è tardi. -
Cesare guardò con orgoglio il volto di quel negro ormai contornato da capelli e barba, ricci e grigi.
- Zu Peppe, quando mi farete usare la vostra lenza? -
- Quando mostrerai di essere un uomo paziente. Se non avessi atteso tanto con il dentice avrei spezzato il filo senza ottenere un bel niente. Questa è pesca di pazienza e spertizia. Voi Rincon d'Astorga siete troppo irruenti e impazienti per poter pescare... adesso prendi un remo e mettiti a prua. -
Cesare, ubbidiente, si spostò e assicurò il remo al mozzo di prua di dritta mentre suo zio occupò la panca poppiera sul lato opposto.
Con tutto quel movimento la barca prese a dondolare come un carretto su una trazzera sconnessa. Poche canne più in là un gruppo di pesciolini saltò più volte sulla superficie del mare, spaventato da un predatore che nuotava in quei paraggi.
Il giovane Cesare puntò i piedi contro il tavolato e strinse il giglione. Lo zio diede l'ordine:
- Voga! -
I remi sollevati dall'acqua eseguirono un breve semicerchio e poi vi ricaddero sollevando piccoli spruzzi. Le pale leggermente ricurve s'immersero nel blu e la lancia incominciò a solcare il mare mosso da svogliate ondine. Quando prese velocità, la vogata divenne più leggera.
- Ma zu Peppe, anche voi siete un Rincon d'Astorga! -
- Io sono un negro figlio di negri maomettani che tuo nonno battezzò e adottò per rispettare un voto a San Giuseppe. Grazie a lui e al Santo sono vivo e vegeto e trascorro il mio tempo a pescare in barca con la lenza, altrimenti a quest'ora sarei in fondo al mare mangiato dai pesci dopo aver trascorso una vita a remare nelle galere. -
E, ricordandosi del suo vecchio mestiere, prese ad aumentare il ritmo delle vogate fino a renderlo quasi rabbioso.
Con orgoglio, il nipote volle imitarlo e all'inizio si sentì quasi inebriato per la velocità che riusciva a imprimere all'imbarcazione.
Dopo qualche decina di colpi di remo però le braccia cominciarono a dolergli e il giglione a pesargli. Strinse i denti e sul suo viso si tratteggiò in maniera sempre più marcata una smorfia di dolore. Disperato ed esausto lasciò allora andare il remo che, senz’altro controllo, rimbalzò indietro e lo colpì con violenza al petto. L'urto provocò la caduta del giovane che per poco non rovinò in acqua.
Lo zio rise:
- Nipote mio, sei un mollusco. Ti avrebbero subito gettato ai pesci se avessi remato in una galera! Poi, con gesto affettuoso, s’avvicinò a lui, lo aiutò a drizzarsi e con una mano gli scompigliò i capelli.
Tutto si risolse in un'occhiata d'intesa e l'orgoglio ferito del giovane fu guarito da un abbraccio.
La barca riprese il suo viaggio di ritorno e il procedere questa volta fu dolce. Per un po' i due rematori rimasero in silenzio, intenti ad ascoltare il lieve fruscio della brezza e lo sciabordio dell'acqua solcata dalla chiglia.
- Alcuni giorni orsono con mio padre ho fatto da guida nei feudi agostani ad un uffiziale della Ricetta. È discendente di una nobile famiglia normanna. -
- Cosa gliene importa a un uffiziale dell'ordine di Malta delle nostre contrade? - domandò con sospetto Giuseppe Rincon d'Astorga, che la gente del popolo chiamava don Peppe 'u niuru.
- Non lo so. Lo chiese anche il barone Amodei. Gli pose la domanda direttamente. -
- Ed egli cosa rispose? -
- Che ama la nostra natura e i paesaggi. -
- Sono uguali a quelli che si trovano a Malta. Io la conosco quell'isola, ci sono stato quand'ero schiavo. Come si chiama questo signore? -
- Marcel de Boisset. Mio padre dice che è un suo amico e che bisogna dargli il nostro rispetto. Inizieremo a entrare in relazione d'affari con lui. -
- Che genere d'affari? -
- Non lo so. Non ne ha ancora parlato. Mentre mangiavamo, ieri, dopo l'Angelus, mi disse che ci sono buone possibilità che io entri nell'ordine dei Cavalieri di San Giovanni Gerosolomitano. Ci pensate zio? Non è meraviglioso? -
Don Peppe 'u niuru sputò alla cresta di un'ondina che ebbe l'ardire d'incrociare la rotta del guscio di legno. Ormai era giunto il momento! Gli avrebbero portato via il nipote… a ventun'anni era più che logico che ciò accadesse. Provò un'improvvisa mestizia.
- Quando dovresti partire? - domandò l'uomo, che mostrando la schiena al nipote riusciva a nascondere il velo di malinconia che gli appannava il volto.
- Di ciò ancora non si è parlato. Dipenderà dagli affari che mio padre riuscirà a concludere con il cavaliere de Boisset. Così mi ha detto mio fratello Cesco ieri. -
Una nuvola bianca navigava solitaria nel cielo, come un vascello nell' immensità dell'oceano.
- È da diversi giorni che non vedo tuo fratello, come sta?-
- Di salute bene. Ma è in perenne litigio con sua moglie: sembrano cane e gatto. Mia madre dice che è necessaria la nascita di un erede per trovare la serenità. Io penso che invece le loro nature siano proprio opposte. -
- Hai ragione. Cesco è esuberante proprio come dev'essere un Rincon d'Astorga. Tua cognata Giovanna invece è parsimoniosa e tranquilla proprio come il mare in bonaccia. In quelle acque tuo fratello non riesce a veleggiare... dovrebbe essere più prudente, però! Tutte quelle voci che circolano sulla tresca fra lui e la moglie del castellano! Quell’è un uomo vile, capace di vendicarsi in maniera infida, non da uomo d'onore! E tu quando cerchi una sposa? -
Il giovane Cesare rise:
- Di tempo ne deve trascorrere, ancora! Eppoi se devo diventare Cavaliere di Malta ho altro da meditare. Sono libero! Non devo sottostare a nessun contratto matrimoniale imposto da mio padre com'è capitato a mio fratello. Sono cadetto io, non ho obblighi di casato. -
I due proseguivano a dar di remi con ritmo blando, quasi che volessero ritardare l'approdo per il piacere di rimanere soli su quel legno e dialogare senza reticenze.
Cesare era un giovane che ancora si faceva lusingare dai sogni; era cresciuto nutrendosi del culto del capostipite del casato e bevendo i racconti di suo zio Peppe. Nei confronti dell'ex galeotto provava profondo rispetto e ammirazione.
Giuseppe Rincon d'Astorga era da tutti considerato come uno scomodo intruso il cui influsso era inesistente sulla gerarchia familiare. Agli occhi del cadetto quell'uomo così massiccio, così nero, rappresentava invece un essere sovrumano, eccezionale, le cui vicende giovanili erano piene di sofferenze e di patimento. Aveva visto luoghi lontani e assistito a battaglie da cui sempre era uscito illeso per miracolo.
Il carattere del giovane era docile e al contempo infiammabile a qualsiasi impulso che facesse riferimento al senso d'amicizia, alla lealtà e all’onore: facendo leva su questi sentimenti era possibile fargli raggiungere le mete più eccelse o fargli toccare gli abissi più bui.
Cesare Rincon d'Astorga aspirava a divenire un eroe capace di compiere imprese mirabolanti, raccogliendo l'amore e l'approvazione di chi lo attorniava. Era un essere che richiedeva ed offriva affetto in quantità superiori alla norma.
Questo bisogno così estremo, motore di ogni sua azione, era stato accentuato dall'essere secondogenito e dall'aver ricevuto minori attenzioni dai consanguinei nel corso della crescita.
Un individuo di tal fatta è facile preda di chi invece ha una natura più concreta, meno esposta agli ideali ispirati dai buoni sentimenti.
Spesso è necessario l’arco d’un intera vita perché tali frutti del genere umano giungano a maturazione. Alcune volte marciscono anzitempo, soprattutto quando non vi è niente che li aiuti nel processo d’una evoluzione graduale. I tentativi di disacerbarli in anticipo possono guastarli. Altre volte appassiscono senza che nessuno possa coglierli. Sono però possessori di un'energia vitale non comparabile a nessun’altra, e quando questa s’esaurisce chi la deteneva si sente infelice poiché è pervaso da una costante insoddisfazione.
Tutto ciò zu Peppe lo sapeva.
Di uomini lui se n'intendeva poiché ne aveva conosciuti parecchi, vedendoli agire in estreme situazioni. La sua dura esperienza giovanile l'aveva reso fine conoscitore della vita, consentendogli d’identificare, al di là delle apparenze, la vera natura dei suoi simili.
Fin da quando il nipote era un picciriddu che giocava nei cortili, aveva raccolto gli indizi che gli consentirono di riconoscere in lui l'indole tipica degli uomini capaci di eroismi o delle peggiori nefandezze. Per questo se ne intenerì e si proclamò suo tutore.
Nella famiglia Rincon d'Astorga l'ex schiavo era sempre stato tollerato e anche allora, dopo la morte del vecchio Diego e per merito della sua memoria, gli era attribuito un dignitoso rispetto. D'altro canto lui si guardava bene dal mischiarsi negli affari di famiglia: aveva la barca che gli consentiva di dedicarsi al suo passatempo preferito, e tanto gli bastava per per trascorrere il resto della sua esistenza.
Era un ex-voto con braccia e gambe, e lui lo sapeva. Troppo aveva sofferto nel passato perché avesse voglia di chiedere di più alla vita. Quando l'anziano negro s'accorse che gli lasciavano la cura di quel pisciasotto gli sembrò di ricevere la grazia da Domine Iddio. Su entrambi non si accentravano le attenzioni della famiglia e così, quasi naturalmente, si cercarono.
Don Peppe 'u niuru sapeva che Cesare, col suo carattere così generoso, poteva soccombere al mondo e, malgrado l'età, ancora non era pronto ad affrontarlo.
Capì anche che il padre del ragazzo stava interessandosi al cadetto per rafforzare le sue alleanze commerciali, e alla fine un'evenienza di questo genere doveva pur accadere.
Dei gabbiani veleggiavano sopra le loro teste sostenuti dalla brezza marina. Uno di essi emise un acuto stridio e ripiegando le ali si lasciò cadere in un rapido tuffo: col becco afferrò un pesciolino incauto che, nuotando a pelo d'acqua, voleva forse vedere con maggiore nitidezza il sole. Con la sua preda ben serrata tra le fauci l'uccello volò via sotto lo sguardo invidioso dei suoi colleghi.
Zu Peppe si voltò verso il nipote e questi gli rivolse un caldo sorriso.
- Siamo vicino al ponte nuovo, vediamo se ce la fai a tenere la mia cadenza fin là? Io penso di no! -
- Io penso di sì! - rispose il nipote.
- E allora preparati! ... pronti... vogaa... vogaa... vogaa... -
Le pale s'immersero di nuovo nell'acqua, facendo scivolare in fretta l'affilata lancia.
Da sopra una torretta d'avvistamento una guardia osservò il legno procedere spedita e indicandolo a un suo compagno d'armi disse:
- Quel vecchio pazzo d'un negro! Non gli sono bastati tutti quegli anni passati sulle galere? -
- Vogaa... vogaa... vogaa... vogaa... -
Il giovane Cesare si rese conto che riusciva a sostenere la cadenza di suo zio e ogni volta che tirava il remo a sé avrebbe voluto gridare per l'emozione.
- Vogaa... vogaa... vogaa... vogaa... -
Il volto di Giuseppe Rincon d'Astorga era solcato dalle lacrime. Lo schiavo affrancato pregò Domine Iddio di tenergli ancora accanto quel giovane e pensò anche ch'era solo un vecchio rimbambito.