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domenica 13 aprile 2014

Agosta - Capitolo XI





XI – L’Assassino


Che abbaiassero pure, quei cani maledetti!
L’Assassino aveva lasciato il suo destriero assicurato al ramo d’un carrubo tanto vecchio che doveva aver conosciuto gli angioini. La briglia era abbastanza lunga da consentire al cavallo la libertà di scalciare nel caso che branchi di cani randagi s'avvicinassero troppo.
Quindi prese a discendere lungo il tratturo che portava alle piatte rocce della costa. La notte era buia e poco rischiarata dalla luce degli astri. Una piccola lanterna l’aiutò a seguire quell’incerto camminamento dissimulato fra i rovi della macchia.
- Quando questa storia sarà finita mi ritirerò nella mia campagna per trarre un po’ di godimento da ciò che avrò ricavato da questa vicenda. – pensò mentre avanzava con cautela lungo lo stretto sentiero. Ma sapeva che mentiva a se stesso.
- Chiederò d’essere nominato nobile... perché no? Marchisi! ... sì, certo ... un bel titolo nobiliare ... finalmente anch’io! ... i francisi avranno bisogno di nuovi nobili. – questo pensiero gli piacque di più e sorrise alla notte.
In certi punti il tratturo si faceva ripido e più di una volta rischiò d’incespicare. Alzò la piccola lanterna per trovare un riferimento in quella discesa verso il buio. Riconobbe il profilo d’un albero scheletrico che sapeva fiancheggiare il percorso su cui procedeva: non era molto lontano dalla meta. Ancora qualche canna e sarebbe arrivato e avrebbe raggiunto gli scogli.
Ben presto vi fu sopra. Doveva effettuare l’ultimo passaggio difficile, ovvero scendere per almeno due canne camminando sulle rocce lisce e rese viscide dall’umidità della notte e dalla vicinanza al mare. La lanterna gli era più d’impiccio che d’aiuto, ma sapeva che non poteva disfarsene. Pian piano scivolò giù, ben attento a non procurarsi infortuni inciampando sulla fedele spada che l’accompagnava. Era uso portare quella corta, da cavallo, più maneggevole ed efficace in caso di rapide esecuzioni. Se gli fosse occorso di farsi del male sarebbe rimasto su quegli scogli chissà per quanto e la sua assenza sarebbe stata notata.
Arrivò ben presto alle rocce piatte contro cui si frangevano le mareggiate. Quella notte il mare era quieto e le sue onde accarezzavano la costa con cadenza ritmata, leggera. La sonorità della risacca sembrava fatta apposta per dar pace all’anima, sensazione quasi sconosciuta per uno che dall'indole inquieta.
In un anfratto ben dissimulato fra le rocce già da qualche tempo aveva nascosto una piccola barca, quasi un guscio, che era uso utilizzare per recarsi ai suoi appuntamenti clandestini.
Senza troppo sforzo la trasse in acqua e vi scivolò dentro. Cominciò a remare.
Nascose la lanterna sotto la panca della barca. Malgrado la profonda oscurità era possibile distinguere il chiarore delle bianche falesie che nascevano dal mare e ciò era bastevole per seguire mentalmente la rotta che doveva portarlo nel luogo dell’incontro.
In quell’oscurita la flebile luce della lanterna nascosta sarebbe stata sufficiente per renderlo reperibile a chi l’attendeva.
Remò fino a che, a una cinquantina di canne, una tenue luce s’accese e poi si spense all’improvviso sulla sua destra... una... due... tre volte.
L’Assassino recuperò la lanterna, la sollevò e ne coprì il bagliore per tre volte usando il pesante mantello. La risposta non tardò ad arrivare e il barbaglio in mezzo al mare si manifestò ancora due volte.
Indirizzò quindi il suo guscio verso quei segnali, e per andare più spedito si mise a remare volgendo le spalle alla meta. Dopo qualche voga, voltandosi, non tardò a distinguere un’ombra galleggiante che dopo poco prese la forma d’una nera feluga. Quando fu quasi sotto al bordo dell’imbarcazione arrestò il suo vogare e lo riprese solo dopo che s’ebbe coperto il volto con un fazzoletto nero annodato dietro la nuca; poi sollevò il cappuccio sul capo.
Delle mani sporgevano dal parapetto della feluga. Assicurò il suo guscio a una corda che gli fu porta e, aiutato da mani premurose, s’issò sul parapetto e guadagnò il ponte dell’imbarcazione.
Nella semioscurità distinse quattro personaggi di fronte a lui. Tre poggiavano la mano alla cintola: era segno che fossero in allerta poiché sicuramente toccavano l’impugnatura del loro coltellaccio. Il quarto uomo sembrava disarmato. Era il più alto dei quattro. A lui s’indirizzò l’Assassino, rompendo quel silenzio pieno di tensione.
- Voi siete il capitano Marco Moro? –
- E voi? –
- Colui che non ha nome né casato, ma che vi pagherà se gli renderete il servigio richiesto. –
Dopo un attimo d’esitazione il giovane Marco adagio gli s’avvicinò con l’intenzione di rassicurare il nuovo venuto.
- Orsù, serriamoci almeno la mano se a un negozio dobbiamo addivenire. – quella frase amichevole in un attimo distese gli animi.
Quasi nello stesso istante i tre marinai allontanarono le mani dalla cintola.
Per quanto ciò lo sottoponesse a uno sforzo non indifferente, cercò d’addolcire il tono della voce e di renderlo il più amichevole possibile.
- Chiedo venia per il mio mascheramento ma purtroppo, non conoscendovi, sono costretto a celarmi. –
- Comprendo, comprendo... viviamo tempi perigliosi! –
L’Assassino, adesso che il giovane gli era più d’appresso, non poté che constatarne la bellezza.
- E se ce ne andassimo sotto coperta a parlare? – propose il capitano – Potremo avere più luce senza essere visti. Uno dei marinai rimarrà sul ponte a fare la guardia. -
L’incappucciato avrebbe voluto domandare di quanti uomini era composto l’equipaggio, ma si trattenne poiché la richiesta d’informazione avrebbe ricreato le tensioni prodotte dalla diffidenza e dal sospetto.
Seguì il capitano ed entrambi entrarono in un’angusta cabina seguiti da due marinai. In quello stretto spazio non era possibile usare la spada. Certe riflessioni si formavano nella sua mente spontaneamente poiché il suo pensiero era governato dall'istinto dell’uomo d’arme avvezzo al pericolo.
- Loro si chiamano Stefano e Berto. – disse il giovane Marco indicando i marinai che li accompagnavano. – Berto fai seder il sior... Foresto... l’aggrada se lo chiamo Foresto? –
Lo sconosciuto fece un cenno d’assenso e sembrò quasi divertito per la facezia del capitano che inoltre soggiunse:
- È stato Berto che ha ricevuto l’offerta dalla putea che fa la troja da... come se ciama, Berto? Ah sì, Mariuzza... trattasi de un afare di sessanta onze... per consegnare una lettera... Santissima Vergine... sessanta onze! ... Come facio a rifiutare? –
- Cosa trasportate? –
- Pani di zucchero. –
- Ah, capisco... comprati ad Agosta? –
- Sì, dai Bellomo ... Alessandro Bellomo, conosce? –
Il sior Foresto non accennò alcuna risposta ma si protese verso il giovane.
- Voi non siete curioso capitan Moro? –
- Perché dovrei esserlo? ... sessanta onze tolgono qualsiasi curiosità... non sono mica un mona, sior Foresto, se vole che la lettera sia recapitata attraverso noi vol dire che è zelegata e quindi a che serve essere curioso? –
- … Zelegata? –
- Sì, come dite voialtri... secreta... zelegata, secreta, è lo stesso! –
L’incappucciato si ritrasse e infilò una mano dentro la giuba.
- Ecco la lettera! – e mise sul tavolaccio che occupava il centro della cabina un foglio più volte ripiegato su se stesso e sigillato con della ceralacca.
- Bene, questa è da consegnare al comandante de Moisset appena arrivate al porto. –
- de Muasé... è forse francese? –
- E certo che è francisi... Missina piena di francisi è! –
- Missina... Messina... forse Berto non vi ha detto che noi andiamo a Chioggia... Berto, ostrega, ma non gli hai detto che noi andiamo a Chioggia? ... che ostregheta ci facciamo noi a Messina? ... altri giorni di navigazione persi... siamo già in ritardo... che gli racconto a mio nono? ... me despiase, ma non possiamo propio! –
- Sessanta onze non sono sufficienti? –
Il capitan Moro sembrava sul serio a disagio e l’Assassino provava simpatia per quel giovane appena conosciuto.
- Sarebbero sufficienti... ostregheta se lo sarebbero... ma vede, mio nono... –
Il misterioso incappucciato guardava quel bel volto incorniciato dai capelli neri, quegli occhi vivi e allegri. Pensò che di fronte a sé aveva una bella creatura, di quelle che di rado riescono così bene.
Rinunciare a sessanta onze ... così?!
- Perché non mente dicendomi che va a Missina, facendo rotta invece per casa sua? Deve essere un bravo cristiano! – pensò l’Assassino.
- ... e poi i francesi non mi piacciono miga, sono ancora più smerdon degli spagnoli... che ci faccio fra quei sgrandezon? Appena arrivo a Messina mi sequestrano la feluga e il carico. Appena sanno che sono veneto, poi... che gli dirò a mio nonno quando tornerò a Chioggia... se tornerò... che ho sbagliato rota? –
- Ma paron, come fanno a sapere che siamo de Venessia? ... cambiamo bandiera, nella stiva ce ne ho una nuova nuova del vicereame. -
Berto s’intromise nella discussione: evidentemente una parte di quelle sessanta onze potevano interessargli.
- Testone, hai anche le lettere di ventura del vicereame? –
- Diremo che le abbiamo perse! –
- Sì, perse, perse... e credono a te con quella faccia di mona! ... Il bello è che mio nono prima di partire mi disse “fatti consigliare dal Berto”... bei consigli mi dà il Berto! –
Aveva appena finito la frase che i suoi occhi s’aprirono a dismisura. Percepì una fitta acuta al petto e, prima di morire, fece appena in tempo a distinguere l’impugnatura della misericordia[1] fuoriuscire dalla sua giubba.
L’Assassino gli aveva appena spaccato il cuore trafiggendolo col suo corto ferro. Il giovane Marco non s’era accorto della manovra dello sconosciuto preso com’era dalla discussione con Berto.
Solo un rantolo, poi la bella testa ricadde su se stessa come se volesse osservare da più dappresso la sua mortale ferita. L’espressione stupita non aveva fatto in tempo a svanire dal volto.
I due marinai, anch’essi basiti per la fulmineità dell’azione, ristettero muti e immobili come statue.
Solo l’Assassino si mosse e, disgustato per l’atto compiuto, si volse a guardare i due marinai sicuro di non dover temere alcuna reazione.
- Ma non dovevate fare voi questo travaglio? –
Berto e Stefano continuavano a fissare il loro capitano.
Con un sospiro l’incappucciato, tenendo ferma con una mano la sua vittima, sfilò lo stiletto dal povero corpo.
Allora Berto si risolse a parlare.
- Sperevamo che voi lo convinceste... non volevamo che finisse così! –
- E come volevate che finisse? Che il vostro padrone rischiasse di perdere il carico e la sua nave per sessanta onze? Dovevate farvi trovare all’appuntamento già pronti a salpare per Missina e invece siete ancora qui a farvi degli scrupoli! –
La voce dell’Assassino non tradiva nessuna emozione e per questo sembrava ancora più terribile. Puntò la misericordia con la lama ancora lorda del sangue del giovane chioggiano verso i due marinai terrorizzati.
- Adesso ascoltatemi bene: voi portate questa lettera a Missina e chiederete del comandante de Moisset, ricordate: de Moisset. Adesso ripetete... –
- ... de mua-sé... – fecero eco i due.
- Bravi, de Moisset! ... adesso andiamo fuori, che voglio farmi ascoltare anche dal vostro compare. –
L’Assassino uscì sul ponte e fulminò con uno sguardo il marinaio rimasto di guardia che intimorito guardò i suoi due compagni in attesa d’un segnale.
- Il capitano Moro è morto... ho fatto io il travaglio che vi competeva. Tutti e tre… ascoltatemi bene: ciò che temo di più nella vita sono i codardi...  e voi siete dei codardi. Andrete a Missina e consegnerete la lettera che è il vostro solo salvacondotto. Se provate a prendere un’altra rotta sarete fermati dai navigli francesi che infestano queste acque e sarete dati in pasto ai pesci... quindi non vi conviene comportarvi da infami! Controllerò dal promontorio che voi facciate rotta verso la buona direzione… e se doveste ingannarmi saprei come perseguirvi! – disse ciò usando un tono di voce grave per rendere più credibile il suo inganno.
I tre si scambiarono uno sguardo d’intesa e fecero col capo un segno d’assenso.
L’Assassino indietreggiò verso il parapetto della feluga intenzionato a lasciare quella compagnia.
- Sior... me pardon... sior... e le sessanta onze? – disse Berto facendosi coraggio e interpretando il pensiero dei suoi compari.
- Già ve le diedi! –
- Non indendiamo... sior! –
- Ho ucciso il vostro capitano... già poco mi feci pagare, solo sessanta onze! ... mi sembra che da questo affare voi ne traete assai di giovamento... tutti questi pani di zucchero e una feluga... altro che sessanta onze! ... babbiate o seriamente parlate? –
La mano dell’Assassino si posò sull’elsa della spada. Quel gesto fu sufficiente a far comprendere l’umore dell’uomo incappucciato più di quanto potessero le sue parole.
- Ci pardoni, sior... ingnoranti siamo... dicevamo così per dire! –
- Sì... così per dire... – fecero eco gli altri due codardi.
L’incappucciato già s’apprestava a lasciare la feluga per guadagnare il suo guscio quando a un tratto s’arrestò:
- Ah... un consiglio vi do: tagliate la testa al vostro capitano e gettate in mare in due punti ben distinti il corpo nudo e il suo capo. Meglio essere prudenti! – che facessero un po’ di sporco lavoro, quegli infami!
- Sì, lo faremo, lo faremo, sior... ciavi vostri[2], sior... – disse Berto, ben contento che quel figuro lasciasse la feluga.
- Ciavi vostri… sior... ma come parlate?! Nenti si capisce! –
Una volta dentro la piccola barca l’Assassino cominciò a remare con vigoria .
- Conte, mi devono fare quei vastasi di francisi, altro che marchisi! ... mica un nobile come tanti! Bel travaglio gli sto facendo a quei fitusi! –


  


[1] Misericordia: stiletto in uso tra il ‘400 ed il ‘600 per finire i nemici feriti sui campi di battaglia. Aveva la lama triangolare a due fili.
[2] ciavi vostri : ciavo vostro (schiavo vostro) era un’espressione di saluto e di cortesia in uso a Venezia. Col tempo s’è perso il vostro e la consonante v di ciavo. La parola superstite è il saluto d’uso comune “ciao”, espressione adottata anche da altre lingue come il francese e l’inglese parlato negli Stati Uniti sulla costa ovest.