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sabato 12 aprile 2014

Agosta - Capitolo X



X – Michele il Cagnotto


Ci sono giornate che sembrano non finire mai. A questo pensava Michele mentre scendeva verso il caricatoio. Il suo padrone, don Emanuele Rincon D’astorga, l’aveva fatto correre a destra e a manca dalle prime ore del mattino fino alla sera, quando finalmente aveva deciso di rinchiudersi nelle sue stanze. Lui era un cagnotto, mica il suo servo! Purtroppo quando si lavorava per un nobile di piccolo rango ci si doveva adattare a fare tutto. Era convinto che la vita avrebbe avuto un altro sapore se avesse potuto prestar servizio presso i Bellomo, ma lui il lavoro l’aveva ad Agosta e quindi doveva accontentarsi. Certo, si sentiva un po’ umiliato quando don Emanuele aveva bisogno di mingere e lui doveva porgergli il cantarano. Comunque fare il cagnotto per il Regio Secreto era già un lavoro d’un certo livello per quella piazzaforte popolata da contadini e da pescatori. Era un uomo temuto, e lui lo sapeva.
Per tale motivo quando aveva del tempo libero si recava volentieri al caricatoio a far valere in mezzo a malafemmine, marinai e poveracci il proprio rango di uomo d’arme.
Doveva risiedere ad Agosta ancora per un po’. Tanto valeva abituarsi a vivere in quel borgo, prenderla con una certa filosofia e godersela quando più possibile!
La luce del giorno non era ancora del tutto svanita ma già Iacumu ‘u ciunco incendiava gli stoppini delle lanterne lungo la discesa che portava al caricatoio.
- Le bacio le mani, vostra eccillenza. -
Durante la giornata il titolo “vostra eccillenza” era per i signorotti locali ma, nella zona portuale, a partire dalla sera c’era solo lui a essere chiamato chiamato così. Era il signore della notte dei poveracci e dei negletti. Forse non era vera nobiltà, ma che importava!
Già all’imbrunire, dalle misere abitazioni che circondavano la darsena e che di notte si trasformavano in lupanari e in taverne improvvisate, s’intendevano gli schiamazzi degli avventori. Com’è solito nelle località portuali, i frequentatori erano per la maggior parte marinai che volevano approfittare un po’ dei piaceri della vita prima del riposo notturno.
Anche Michele voleva spassarsela nella gargotta di Mariuzza, dove si trovava il vino calabrese meno annacquato e le criate della padrona erano le meno avvizzite di tutta Agosta.
Quando entrò nella bettola gli schiamazzi si chetarono per qualche secondo, ma ben presto gli avventori si disinteressarono a lui. Il cagnotto ben sapeva che dissimulavano l'apprensione, poiché conosceva il timore che incuteva al solo apparire. Già il suo abbigliamento, così colorato e sgargiante, era un avvertimento. I suoi stivali erano l’articolo di cui andava più fiero: rossi e alti fin sopra il ginocchio! Era raro anche fra i signorotti locali vederne di tal fatta. Ne era entrato in possesso due anni addietro a Missina, quando li aveva sfilati a un ufficiale dell'esercito spagnolo originario dalla lontana Germania. L’aveva provocato a bell’apposta. Lo stolto aveva accettato la tenzone e lui l’aveva infilzato da parte a parte come un tordo. Ricordava ancora lo sguardo sorpreso del tedesco: Michele, mentre gli sfilava la spada dal corpo, l’aveva guardato dritto negli occhi.
- Meglio avresti fatto a startene al tuo paese piuttosto che cercare la sciarra in Sicilia! –
Mariuzza gli venne incontro.
- Entrate... entrate, vostra eccillenza, che se restate sull’uscio m’ascantate tutti i clienti! -
Michele sorrise compiaciuto mentre Mariuzza faceva sloggiare due marinai croati che, già ubriachi, mal si reggevano sulle sedie. I due bofonchiarano qualcosa e tentarono di opporre resistenza, ma comprendendo che il tavolo era destinato a quel bellimbusto vestito come un lanzichenecco preferirono desistere; anche se bevutone in notevole quantità, il vino non procurò loro abbastanza coraggio per affrontare il nuovo venuto, che sembrava pratico nell’uso dei ferri.  
Le visite dello scagnozzo erano ben accette da Mariuzza poiché davano lustro alla sua bettola: per dimostrarglielo, aveva lasciato che Michele meglio l’esplorasse sotto le vesti. Ciò avvenne a più riprese nel retro della gargotta dove in una stanzaccia era possibile, per i clienti di riguardo, disporre di un angolo dove lasciarsi andare alla lussuria lontano da occhi indiscreti. Quasi tutto lo spazio era occupato da un giaciglio la cui paglia era talmente mal ridotta che sembrava non essere stata sostituita dai tempi di Emanuele Filiberto di Savoia. Il cagnotto pensò alla nobiltà locale che doveva mostrare una condotta severa e attendere i soggiorni siracusani o catanesi prima d’abbandonare ogni ritegno nei postribili. La sua libertà al contrario non era limitata da quelle complicazioni, e il miele l’aveva a portata di mano poiché aveva accesso non soltanto alle grazie della padrona ma anche a quelle delle criate che di tanto in tanto lavoravano presso lei.
Michele, col fare d’un nobile di gran lignaggio, prese posto al tavolo e più per abitudine che per reale interesse esplorò con lo sguardo l’intera sala. Riconobbe gli avventori abituali e si fissò quindi su quelli sconosciuti.
Mariuzza pulì alla bell’e meglio il tavolaccio con un cencio di cui facilmente si può immaginare lo stato di pulizia.
- Ma vostra eccillenza, i guanti mai li levate? -
L’abitudine di calzare i guanti in ogni momento dell’anno era un altro dei vezzi del cagnotto.
- Le dita mi vuoi vedere? -
Mariuzza, resa procace da madre natura, indicò il seno.
- Qui sopra non c’è bisogno di guanti, la mano non scivola – sorrise mostrando il buco lasciato da un incisivo saltato via alcuni anni addietro - ... adesso le porto i ciciri abbrustoliti e una quartara di vino calabrese, di quello buono. –
Mentre s’avviava alla mescita la donna attirò i sonori complimenti d’alcuni avventori.
A un tavolo non lontano alcuni soldati in licenza discutevano fra di loro:
- Secondo me l’ammazzò un cornuto! –
- Tu parli di Antonio Prixia, l’artificiere? –
- E di chi sennò? –
- E allora l’ammazzò quel cornuto del castellano! –
Tutti risero con tono smodato.
Michele prese a guardarsi attorno e il suo sguardo s’incrociò con quello d’un marinaio che intorno alla testa portava legata una truscia verde. Entrambi gli uomini principiarono a osservarsi, rammentandosi che s’erano conosciuti in un’occasione precedente.
- Posso sedermi, don Michele? -
Davanti a lui un omone reggeva un cappellaccio con due mani tanto massicce che parevano delle morse uscite da un’officina di carpentiere. Filadelfo, così si chiamava il nuovo venuto, faceva il carnizzeri e aveva la putìa proprio dietro la Chiesa Madre. Le sue vesti, cosparse da larghe macchie scure, emanavano ancora l’odore dolciastro del sangue. Seminascosta dal ventre strabordande una corda, a mo’ di cintura, gli cingeva i fianchi. Da essa pendeva un coltellaccio, strumento primario del suo lavoro e al contempo ammonimento per qualsiasi mal intenzionato. Lo scagnozzo l’osservò e si chiese cosa potesse volere da lui. Una protezione? Sapeva infatti che quando l’occasione s’offriva Filadelfo vendeva carne di contrabbando.
- Prego sedetevi. Mariuzza, porta un altro bicchiere. -
- La ringrazio don Michele per l’onore che mi fate. –
Lo sgherro di don Emanuele stirò le labbra in quello che sarebbe dovuto sembrare un sorriso. Poi si sporse in avanti e col dito fece cenno al carnizzeri di fare altrettanto.
- Vostra eccillenza, avete capito? Vostra eccillenza. -
No, Filadelfo non aveva proprio l’espressione di chi avesse capito. Michele sospirò.
- La sera, al caricatoio, io sono “vostra eccillenza”. Avete capito? Dovete chiamarmi come mi chiamano gli altri. La volete la mia benevolenza? -
Il carnizzeri con aria incredula e serrando ancor di più il suo cappellaccio assentì con la testa .
- Bene, allora portatemi rispetto. Me lo portate? -
- Certo, vostra eccillenza. -.
- Ditemi, ordunque, per quale ragione volete spartire con me il vino calabrese? -
- Ecco, don... vostra eccillenza, io vorrei diventare console. –
- E io cosa posso fare per voi? –
- Vostra eccillenza gode della benevolenza del Regio Secreto, mi sbaglio? –
Michele sorrise compiaciuto.
- Certo che no! … E allora? -
- Ecco, basterebbe che voi ci parlaste. –
Filadelfo il carnizzeri si grattò la testa ormai spoglia della maggior parte dei capelli.
- Per dirgli che cosa? – lo scagnozzo cominciava a divertirsi.
- D’aiutare la mia nomina. –
- Ma non sono gli altri carnizzeri che devono eleggerla? –
Le grosse dita del macellaio cominciarono a grattare il tavolo. Michele notò che nel frattempo il marinaio dalla truscia verde non smetteva di guardarlo.
- Vostra eccillenza, voi sapete molto bene che alla fine la parola del Regio Secreto conta più del voto di tutti i carnizzeri d’Agosta. -
Michele sorrise ancora, come se di fronte a lui avesse un bambino cui bisognasse raccontare i misteri della vita.
- E cosa ne facciamo dell’attuale console, don Gianni? Lo diamo in pasto ai porci? -
Filadelfo abbozzò un sorriso: non aveva pensato a quella soluzione per il suo odiato antagonista. Ad Agosta c’erano solo cinque macellai, ma erano stati sufficienti a creare una confraternita che dava diritto a essere rappresentata da un console. Il cagnotto assunse un tono bonario.
- Ma voi lo sapete che don Gianni sempre la carne fresca porta a don Emanuele? Voi ce l’avete mai portata? -
- Più di una volta, ma il Regio Secreto sempre la rifiutò! –
Michele riconobbe il comportamento del suo padrone, che ben approfittava dei vantaggi della sua posizione ma con parsimonia e senza mai mostrare ingordigia.
- E a me cosa portate? -
- Quello che vossia vorrà .-
Il marinaio che fissava d'uno sguardo scrutatore lo sgherro si levò. Mariuzza s’affrettò a raggiungerlo per farsi pagare. L’uomo s’aggiustò la truscia verde che stava per scivolargli sulla fronte, se la serrò meglio intorno alla testa e guadagnò la porta. Con un leggero gesto del capo fece un gesto d’intesa verso il cagnotto, che ben lo notò.
- Un’onza ogni mese. Ogni ultimo venerdì del mese. -
- Vostra eccillenza, state babbiando spero? Ma è assai, assai... –
- Ma voi lo volete diventare console? Cosa pensate che sia sufficente sedersi davanti a me e chiedere voglio... ma l’erba voglio non cresce da nessuna parte! Mi capisce? Adesso ci pensate un po’ e ne parliamo la prossima volta, d’accordo? Pagate voi Mariuzza che io devo andare. Grazie per il vino calabrese. –
Il cagnotto si levò con gran fragore e nella grande sala si fece silenzio. Filadelfo il carnizzeri l’osservò con aria inquieta. Non sapeva più cosa dire.
Michele era giunto quasi all’uscio quando, ritornando sui suoi passi, s’accostò nuovamente al macellaio. Vincendo il ribrezzo per l’odore che l’omone emanava gli suggerì a voce bassa:
- Ricordatevi che un console è una personalità che può anche sedersi nel senato di Agosta. Se non volete far morire tutti col vostro odore, lavatevi con l’argilla almeno una volta la settimana. Fitete troppo! -
Non indugiò più e con passo sicuro uscì dalla gargotta. Fuori, il marinaio dalla truscia verde l’aspettava. Degli sfaccendati, frequentatori notturni del caricatoio, li videro parlare a lungo non molto lontano dal locale di Mariuzza, ma ben distanti da orecchie indiscrete.
Il carnizzeri ristette seduto all’interno della bettola come inebetito. Si odorò la manica del camicione per trovare conferma alla frase irrisoria del cagnotto. Ciò che più l’infastidiva erano le sghignazzate mal dissimulate degli avventori ai tavoli vicini.
Quindi si levò e, dopo aver lasciato qualche grano sulla tavola, si diresse verso l’uscita. Tutti notarono la sua grossa mano appoggiata sull’impugnatura del coltellaccio.
Malgrado che lo sgherro di don Emanuele fosse noto per essere temibile sia con la spada che con lo stocco il suo orgoglio lo incitava a chiedergli soddisfazione. Come poteva accettare che l’onta subita di fronte a quegli avventori l’obbligasse a tenere lo sguardo abbassato davanti ai suoi concittadini? Filadelfo apparteneva alla famiglia Malacuia, da tutti nota per la forza e l’audacia dei suoi componenti!
Era noto infatti che suo nonno, anche lui di nome Filadelfo, aveva ucciso un cavallo daldogli un pugno ben assestato in mezzo agli occhi. Gliel’avrebbe fatta vedere lui a quel bellimbusto vestito da lanzichenecco che si faceva chiamare “vostra eccillenza”!
Lo vide nella semioscurità della via ma si arrestò quando s’accorse che il cagnotto era in compagnia d’un altro uomo. Certo, era sicuro che avrebbe avuto ragione dei due, ma nella zona del caricatoio era meglio essere prudenti e osservare che non fossero presenti altri personaggi prima di passare all'azione.
In effetti i due uomini parlavano con animazione e ad un certo punto si diressero verso una vanedda ancora più scura, perché non raggiunta dal chiarore della lanterna. Il vicolo serviva da pisciatoio per quasi tutti gl’avvenori della bettola, e in esso regnava un nauseante fetore.
Filadelfo li seguì e s’arrestò giusto all’angolo del ronco cercando di capire cosa si dicessero di così importante quei due. 
Discutevano con agitazione, ma quasi sottovoce. 
Il carnizzeri si fece più audace e si sporse un po’ di più per meglio osservare la scena. Dovette quasi strabuzzare gli occhi per vedere nella fitta oscurità.
Il secondo uomo, con la truscia attorno alla testa a mo’ dei marinai turcheschi, sembrava inveire contro il cagnotto. Riuscì a percepire giusto qualche frase smozzicata.
- Traditore... Malvizzi... Madonna della Lettera...  Nunzio, vastaso, lasciasti soli i tuoi compagni! -
Il cagnotto, forse piccato per le frasi che il marinaio gl’indirizzava, cominciò a spintonarlo. Il marinaio reagì e in breve ne nacque una colluttazione. Nessuno dei due avversari attaccava l’altro con vera cattiveria, come se entrambi non volessero farsi del male. Filadelfo attendeva che i ferri d’offesa fossero sguainati, ma ciò non accadde poiché sembrò evidente che fra i due non c’era vera inimicizia ma solo una forte divergenza d’opinioni. Durante quella zuffa il marinaio cadde in malo modo e il capo, non più protetto dalla truscia persa durante quel confronto muscolare, sbatté contro una pietra solitaria. Il carnizzeri percepì il secco suono dell’impatto.
Il marinaio restò immoto. Michele, che lo sovrastava, prese a osservarlo. Col piede cercò di provocare una reazione in quel corpo che sembrava inanimato.
- Ohé, che fai? Alzati, che non è niente. -
Filadelfo pensò a come trarre vantaggio da quell'evento. Capì che un’altra occasione difficilmente poteva offrirglisi.
Si vece dunque avanti ed entrò nel ronco.
Il cagnotto Michele, riconoscendolo, fece un passo indietro e portò la mano all’elsa.
- Si cheti, non sono qui per offenderla ma per aiutarla. -
Il carnizzeri s’avvicinò alla scena e, chinatosi, provò anche lui a scuotere il marinaio. Lo tastò e gli passò una mano sotto la nuca. La ritirò: era bagnata. Il buio impediva di distinguere i colori e quindi si annusò le grosse dita.
- Morto è. La testa si spaccò. -
- ... non era mia intenzione. Lo conoscevo, veniva dal mio stesso paese. –
- Be’, anche se l’intenzione voi non ce l’aveste, questo è un cristiano morto. –
Michele subodorò un ricatto, ma tanto valeva stare al gioco.
- Non voglio processi. Devono avermi visto che parlavo con lui quando eravamo fuori dalla gargotta. Vi sosterrò per divenire console, ma aiutatemi a celarlo. -
Filadelfo era grande e grosso, ma non scemo.
- Niente cadavere, niente processi... vostra eccillenza! -
Il tono era canzonatorio.
- Quanto mi avevate chiesto? Un’onza al mese? Bene, adesso mi aiutate a divenire console in cambio di niente e questo marinaio non esisterà più. Vi piace questo negozio? -
- Mi piace. Ma facciamo presto, prima che qualcuno venga qui a minger acqua! –
- Mettiamolo in fondo alla vanedda e copriamolo con del fasciame e delle pietre. Passerò più tardi a prenderlo col mio carretto. –
Mentre s’adoprava a nascondere il cadavere, Michele pensò che in quel ronco il fetore era tanto pestilenziale da sovrastare quello del carnizzeri.
Filadelfo, invece, si compiacque tra sé perché l’indomani i suoi maiali avrebbero avuto qualcosa d’appetitoso da mangiare.