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giovedì 10 aprile 2014

Agosta - Capitolo VIII



VIII – La Spia e il Capitano di Giustizia


In quel primo mattino una lieve brezza scorrazzava per le terre tutt'intorno ad Agosta come un moccioso lasciato libero in una piazza. Nella sua leggera corsa si trascinava dietro gli odori di ciò che incontrava: la salsedine del mare, la fragranza delle margherite gialle, l’effluvio quasi nauseante dello zuccherificio, l'olezzo della tonnara e il profumo selvatico dei prati verdi ricolmi dell'energia primaverile. Si soffermò su una vasta distesa di nepetella ruzzolandovi sopra e si cosparse di quel ferino odore. Subito dopo riprese la sua corsa e s'imbatté in un cavaliere che montava un destriere nero. L'uomo e l’animale inspirarono con energia, gradendo quel carico d'essenza odorosa che, per la sua intensità, riusciva quasi a stordire.
Don Francesco Amodei socchiuse gli occhi assaporando quel sottile piacere. Quando il venticello li lasciò soli portandosi via la fragranza della nepetella, il cavaliere con un leggero tocco degli speroni incitò la cavalcatura a riprendere la passeggiata fra le balze rocciose ed essa, con andamento dinoccolato, mosse qualche passo. L'uomo pensò che forse era stato imprudente a spingersi fra le rocce piene d'asperità e si tranquillizzò solo quando raggiunse un vasto spiazzo erboso che, declinando verso il mare, s'estendeva fino a congiungersi con gli scogli.
Anche Saetta, così si chiamava la nera cavalla , parve più contenta tanto che, senza aver ricevuto alcun sollecito, diede avvio ad un blando trotto. Don Francesco, che voleva godersi quella passeggiata, tirò le redini e l'andatura tornò al passo. Raggiunto che ebbero un carrubo pluricentenario, il capitano di giustizia s'issò sulle staffe per osservare, oltre la baia dalle acque blu, il castello di Bruca e le poche case dei pescatori. Un lungo serpente di fumo s'innalzava dal camino della tonnara e si disperdeva svanendo nel cielo azzurro.
Quelle escursioni, che egli si concedeva quasi a giorni alterni, avevano il potere di riconciliarlo con se stesso e lo svuotavano di tutte le sue elucubrazioni.
Francesco Amodei sembrava portare dentro di sé un fardello di pensieri e suggestioni, ma non per questo si poteva dire che fosse solamente un uomo meditabondo! Quantunque il suo cipiglio apparisse quasi sempre severo, era amato dal popolo minuto che in lui vedeva una persona giusta e dabbene il cui incontro risultava gradevole malgrado svolgesse un incarico che molti consideravano ingrato. Era un essere dotato di uno spirito profondo e riflessivo, ma molto riservato e poco propenso ad aprirsi. Ciò gli conferiva una certa aria misteriosa, che ancor più contribuiva a procurargli la rispettabilità necessaria per svolgere la sua funzione.
Mentre Saetta avanzava con passo tranquillo e sicuro, il capitano di giustizia osservava i suoi zoccoli immergersi nell’erba alta.
Amava quel prato e tutto ciò che conteneva. Pensò anche che, mentre avanzava, la sua cavalla devastava qualche piccolo mondo, magari schiacciava degli insetti o qualche minuscola tana provocando immensi cataclismi a quegli esseri invisibili… ma lui non riusciva a vedere tutto ciò.
In mezzo a quella distesa verde i suoi occhi si beavano, anche se, quasi con certezza nello stesso frangente un piccolo insetto veniva divorato da uno più grosso, un nido di formiche veniva depredato da altre più aggressive. Lui non poteva farci niente.
Forse anche Dio doveva essere trovarsi nella stessa situazione. Era certo che Egli amasse tutto il suo creato e in particolar modo l'uomo. Perché allora le sofferenze, le guerre, la fame e gli ammorbamenti?
- Domine Iddio ama l'universo nella sua interezza come io questo prato. Ma non può vedere e correggere le catastrofi degli uomini perché sono cose troppo piccole per Lui, cose che neanche percepisce... - pensò fra sé e sé. Poi, quasi sorpreso dalle sue stesse parole, esclamò:
- Ho appena pensato un'eresia! Se lo sapesse padre Alberto! M'inquisirebbe accusandomi d'essere un seguace della bestemmia calvinista! -
All’improvviso l'aria tersa fu trafitta da un acuto fischio, che come un dardo la percorse e distolse il nobiluomo dalle proprie meditazioni.
In lontananza, sgranato lungo il leggero pendio, avanzava un gregge condotto da un pecoraio. Francesco Amodei non ebbe difficoltà a riconoscere 'Gnazio. Con un leggero tocco di speroni sfiorò i fianchi di Saetta e la cavalla indolentemente, senza che il suo padrone dovesse guidarla, si diresse verso il pastore. Furono raggiunti da Romolo, il cane di 'Gnazio, tanto magro che pareva malato. Quando i due uomini furono vicini, il pastore salutò con devozione e rispetto il cavaliere.
- Dov'è Itano? -
- A Mililli. Suo patri morì. Solo sono. -
- Come stanno le pecore? -
- Bene. Ne ho tre gravide. -
Dal pianoro su cui si trovavano era facile intravvedere l'Etna ergersi fra la bruma e mostrare un bianco pennacchio di fumo. Don Amodei guardò quel gigante sopito e anche 'Gnazio, Saetta e Romolo presero a osservarlo preoccupati.
- Speriamo che il diavolo ch’ha dentro la panza se ne stia calmo per un po'! - commentò il pastore, memore delle leggere scosse che si erano percepite tre mesi prima.
- Non c'è nessun demonio là dentro. - precisò il capitano di giustizia.
- E cu c'è, vostra eccillenza? -
- Solo del foco. -
A Saetta, che non sapeva chi fosse il demonio, la risposta del suo padrone sembrò logica.
- Certo, v'è il foco dell'Inferno! - insistette 'Gnazio.
Don Amodei sorrise dentro di sé pensando al trattato di Borelli[1] che aveva appena terminato di leggere.
- Cosa fa il popolo di Agosta? - chiese all'improvviso il capitano di giustizia.
- Disubbidisce a Dio ed al re di Spagna. Se non ritornerà sulla retta via, il foco dell'inferno che è dentro l'Etna ci brucerà tutti! -
- Cosa v'è di così grave? - domandò con poca convinzione don Francesco Amodei osservando con aria un po’ annoiata la faccia grifagna e olivastra del suo informatore.
- Tutto: majarìa col diavolo, rapporti contro natura, inganni e spettizie per evitare le gabelle, patti secreti. -
- Gabelle? Derubare il demanio? Patti secreti?! -
Alle prime delazioni don Amodei non era per nulla interessato poiché in quei tempi si sentiva molto più coinvolto in affari che riguardavano illeciti contro l'autorità costituita spagnola. 'Gnazio era una persona a lui sgradevole non solo per la natura delatrice, ma anche per quella veste di annunciatore di giudizi divini che ben s’addicevano a un uomo di chiesa ma non certo a un pecoraio che aveva l'abitudine di copulare contro natura con animali e pastorelli. Quell'uomo però gli era stato spesso utile poiché aveva permesso d'identificare e far giustiziare, nel piazzale di fronte al castello, due cospiratori appartenenti alla setta repubblicana messinese della Madonna della lettera.
- Ci sono dei malacristiani - disse 'Gnazio - che aspettano la guerra in Sicilia per allontanare da Messina li francisi. Vogliono farsi dei piccioli approfittando di questa malasituazione. Il loro piano è trasportare senza pagare dazio del nutrimento da nascondere nella contrada di Agosta in luoghi secreti, e da vendere nel momento in cui ce ne sarà mancanza per trarre grande profitto. –
Don Francesco sapeva che la nuova gabella e i balzelli imposti dal vicereame ai commercianti e alla classe gentilizia erano alla base d’un malcontento generale nella classe dirigente isolana. Quei gravami erano infatti destinati a rimpinguare le casse del regno spagnolo già dissanguato dalla guerra dei trent’anni.
- Quale sarebbe il momento migliore? -
- Quando dopo la guerra tutti i cristiani moriranno di fame, come quattro anni fa prima della visita del Viceré. -
- Chi sono i furboni? -
- Mastro Cianchetta, mastro Morabito, mastro Carmelo La Mare e Diego 'u carritteri -
- Diego?! ... e chi farebbe patti secreti? -
- Si murmurìa che ci sono tanti amici dei messinesi che hanno in odio il re di Spagna e vogliono attirare anche gli agostani dalla loro parte. I nomi non li so. L'ultima volta che andai alla piazzaforte cercai di scoprirli ma non ci riuscii! Quando Itano torna lo lascio colle bestie e faccio un giro dentro le mura. -
- Sì, bravo, questo è ciò che m'interessa più di ogni altra cosa, cerca di scoprire chi sta tramando.-
'Gnazio fece un cenno d'assenso e poi aggiunse:
- Posso solamente dirvi che il Regio Secreto si è messo a fare piccioli con gli uffiziali di Malta. -
- Questa non è poi una gran novella. Non è il primo né sarà l'ultimo! -
Il pecoraio lasciò trascorrere qualche attimo, poi con fare inquisitorio domandò:
- Vostra eccillenza mi domanda sempre dei peccati contro i cristiani e mai niente di quelli contro Dio. Pichì? -
Don Francesco sospirò e guardò l'Etna pensando che se dentro vi fosse stato in effetti l'inferno sapeva chi vi avrebbe gettato.
- Riferiscimi, dunque, i peccati contro Dio. -
- Iana l'orbicella fa majerìe per far nascere le creature col diavolo. -
Il capitano di giustizia pensò che questa non era notizia nuova e inoltre sapeva benissimo che la maiara del borgo svolgeva la propria attività anche per conto degli ecclesiastici. Scrollò le spalle.
- Don Francesco Rincon d'Astorga, figlio del Regio Secreto, s’accoppia colla moglie del castellano.-
- Mi raccontasti ciò almeno due dozzine di volte. Eppoi lo sanno tutti! Qual'è l'altra novella? -
- Don Alessandro Bellomo fa la femminella con un capitano di felluga veneziana! -
Dopo qualche attimo di sorpresa Francesco Amodei alzando il viso al cielo rise:
- Ma cosa diavolo mi vieni a raccontare? ... il rampollo dei Bellomo? ... e poi proprio tu mi denunci il fatto! -
- Certo che sì, vostra eccillenza. Perché non dovrei? -
- Quante volte il tuo cane Romolo fu testimone delle tue copule con Itano e le mie pecore? Se potesse parlare! Cosa credi, che abbia dimenticato quel giovinetto da te violato più di un lustro fa? Per tacitare la cosa dovetti pagare i genitori. E adesso, con aria sdegnata, mi denunci il Bellomo! -
- Ma io sono un pecuraru ingnorante che cerca di combattere il malefico con tutte le sue forze! Cosa posso fare se non riesco a vincerlo! Troppo debole sono. Inoltre Domine Iddio mi fece pastore, più vicino alle bestie che ai cristiani, quindi le mie colpe non sono tanto gravi. Per un nobiluomo invece tutto è diverso perché il rango l’aiuta a essere vicino a Dio molto più di un pecuraru mischinu che non conosce la sua origine. Certe cose non sono permesse alla gente nobile, ma solo ai mischinazzi che manco hanno i piccioli per pagarsi una malafimmina. - dicendo ciò, gli occhi di 'Gnazio non riuscirono a nascondere la propria malizia.
- Tutti gli uomini sono uguali e sottostanno alle stesse leggi di Dio. Non importa che siano poveri o ricchi, nobili o umili. Tu sei solo un gran furbone, mio caro 'Gnazio! ... Saputo hai che Antonio Prixia s’ammazzò? Che mi sai dire? –
- Niente so... fimminaro era, gli piacevano le fimmine. –
- L’ammazzò qualche marito tradito? –
- In paese dicono che pazzo diventò, come Domenico ‘u piscaturi. -
All'improvviso, come attirato da un potentissimo magnete, Romolo cominciò una corsa forsennata. Prima di partire, dalla sua gola fuoriuscì come un dardo un sordo brontolio.
Vedendolo correre, così magro com'era, don Amodei pensò che fra gli antenati di quel cane dovesse esserci un cirneco dell'Etna.
Romolo cominciò ad abbaiare come un ossesso e da dietro un piccolo dosso apparve un drappello di cavalieri. Poiché erano ancora distanti, don Amodei strabuzzò gli occhi per cercare di distinguerne le fattezze.
- È Emanuele Rincon d'Astorga. Insieme a lui c'è don Cesare. – disse poi, riconoscendo il Regio Secreto e suo figlio cadetto.
'Gnazio con un acuto fischio richiamò Romolo. Il suono fu così penetrante che ferì le orecchie di Saetta tanto da spaventarla, e per calmarla il capitano di giustizia dovette accarezzarla sul collo.
Il pastore s'accomiatò con un buffo gesto che avrebbe dovuto essere una riverenza e don Francesco Amodei indirizzò la cavalla verso i nuovi venuti. Saetta, che già per tutto il giorno non aveva mostrato alcuna solerzia nell'eseguire il suo mestiere di cavalcatura, di malavoglia s'avvicinò al drappello. Conosceva sia gli uomini che gli equini a cui andava incontro e per entrambi non nutriva molta simpatia.
- Onorato di vedervi. - disse il Regio Secreto.
- L'onore è tutto mio. - rispose don Francesco chinando leggermente il capo. Del seguito di Emanuele Rincon d'Astorga, oltre a suo figlio, facevano parte lo sgherro Michele, don Alfonso Remirez, capo della guarnigione di Torre Avalo, e un signore vestito con abiti di foggia esotica. La sua testa era poggiata su una gorgiera arricciata, certamente scomoda da indossare mentre si era a cavallo.
- Signor capitano di giustizia, vi presento Marcel de Boisset, uffiziale dell'ordine dei Cavalieri di San Giovanni Gerosolimitano. -
Francesco Amodei chinò il capo ed eseguì un sorriso di circostanza. Poi chiese, rivolgendosi al Regio Secreto:
- State facendo una passeggiata di diletto? -
- Sì, volevo mostrare al signor Cavaliere e a don Alfonso Remirez, da poco arrivato nella nostra contrada, un po' del nostro paesaggio così ameno e ricco tanto da soddisfare noi e la nostra gente. 'Gnazio lavora per voi? -
- Sì, è il pecoraro che fa pascolare il mio povero gregge. -
- Non intendo ciò. L'aiuta nelle sue funzioni di capitano di giustizia? -
- È solo un pastore. -
- In paese si dice che sia una sua spia. -
- Se ne dicono tante ad Agosta! Comunque non ho bisogno d'informatori, io! - poi per nascondere un po' la sua menzogna domandò: - Cavaliere de Boisset, cosa potete raccontarmi di nuovo? -
La testa dell'ospite, poggiata sulla bianca gorgiera, pareva quella di San Giovanni decollato.
- Di novelle ne ho poche e da tutti conosciute: li francisi hanno ormai consolidato il loro potere a Messina e la nobiltà è del tutto aggiogata al loro dominio. -
- I messinesi sono gente illuminata, ma non riusciranno mai a portare avanti alcun disegno politico. - sentenziò don Francesco Amodei.
- Perché affermate ciò? - chiese il giovane Cesare d'Astorga, accompagnando la domanda con tono ironico.
- Perché vogliono troppe cose: l'indipendenza, la città stato, la repubblica, la sottomissione al re di Francia. Ciò che riusciranno a ottenere è solo di passare da un padrone spagnolo a uno francese...! Io piuttosto sono preoccupato per Agosta. Non possiamo temere un attacco, don Alfonso? -
- No, per adesso non penso. In ogni caso siamo pronti, abbiamo potenziato le nostre difese! - rispose con cipiglio di uomo d'arme il comandante di Torre Avalo.
- Mah! Se lo dice lei...! Ieri sera parlavo con il castellano don Pedro e il governatore don Vincente: mi sono sembrati di diverso avviso, la loro preoccupazione era evidente. I lavori di rinforzo alle strutture di difesa non sono sufficienti a sostenere un serio attacco navale! -
- Il castellano don Pedro dovrebbe preoccuparsi di sua moglie, piuttosto! – sbottò lo sgherro Michele, che prese a ridere in modo sguaiato. Quel giorno aveva i suoi stivali rossi ben tirati a lucido. La sua grezza ilarità s’infranse contro il silenzioso muro d’imbarazzo degli altri membri della comitiva.
- Io invece sono preoccupato delle spie amiche de li francisi e dei messinesi. - disse gelido il capitano di giustizia. – Ne feci impiccare due giusto quattro mesi fa. -
- Spero che questa non sia un'allusione nei miei confronti - affermò deciso il cavaliere di Malta - Nacqui in terra di Normandia ma feci voto di servire solo il mio Ordine da più di cinque lustri. Ecco le mie credenziali. -
Cavò da una sacca che pendeva dalla sella delle carte ben ripiegate e le porse a don Francesco Amodei. Il capitano di giustizia le esaminò e con provocata lentezza le riconsegnò al normanno.
- Il signor uffiziale de Boisset è mio ospite, don Francesco! - disse il Regio Secreto.
- Non adiratevi cavalieri, il mio è un travaglio ingrato e questi sono tempi perigliosi. Se volete, signor Uffiziale, posso farvi visitare la tonnara di capo Santa Croce! –
Il cavaliere fece un leggero cenno d’assenso dondolando il capo sopra la rotonda gorgera.
Il drappello si mosse.
No, a Saetta quella compagnia non piaceva proprio.






[1] Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679), padre della Iatromeccanica (dottrina medica che interpreta l’organismo umano come un insieme di macchine diverse). Né lo Spirito né io sappiamo che relazione trovasse il capitano di giustizia fra il “foco” dell’Inferno e lo studioso.