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mercoledì 9 aprile 2014

Agosta - Capitolo VII




VII - La casa di spirti


L’uomo sembrava bighellonasse ma in realtà aveva in mente una meta precisa: infatti, stava percorrendo la via dei Cordai e s’avviava a superare l’entrata della ricetta dei Cavalieri di San Giovanni Gerosolimitano. L’aria era fresca e ben presto Agosta sarebbe stata immersa nell’oscurità: solo qualche lanterna avrebbe rischiarato le vie. Ci si poteva muovere senza essere notati e Antonio Prixia era ben contento che presto avrebbe potuto celarsi nella notte.
Aveva appuntamento con una delle ragazze della gargotta di Mariuzza, una criata che la sera, quando i suoi padroni le davano la libertà, dava una mano alla padrona della locanda. I tarì che guadagnava in più col secondo travaglio le consentivano, rientrando a notte fonda nella sua misera stanza, di sentirsi più soddisfatta della giornata. Era di Leontini e si chiamava Filomena.
Signore del Carmine, che cosce che doveva tenere!
Davanti agli occhi aveva ancora l’immagine della giovinetta che, china sopra un tavolo, lo mondava dagli avanzi dei commensali. Come agitava il suo panarello mentre strofinava con energia!
Ah, cavalla svergognata! Doveva ben immaginarsi che Antonio l’osservava, perché notò il suo sguardo di sottecchi. Lo faceva apposta a dondolargli sotto il naso il tergo!
Non era stato difficile combinare l’appuntamento: alla vecchia casa du spirtu[1], non lontano dalla torre d’avvistamento della marina di levante.
Dalla ricetta dei cavalieri di san Giovanni s’udivano gl’ingranaggi che muovevano le macine di pietra che gemevano come vittime d’un prolungato supplizio. Dei muli davano il movimento a quelle macchine. Povere bestie, pure durante la notte le facevano lavorare! Quei Cavalieri nero vestiti che sembravano tutti simili a degli spaventapasseri producevano tanta farina e biscotto da sfamare l’intera Sicilia. Che se ne facevano?
Antonio s’inoltrò lungo un tratturo che s’inoltrava parallelo al lungomare ed era chiamato Paradiso. Quel camminamento ben presto l’avrebbe portato al luogo dell’appuntamento, la casa du spirtu
Così veniva chiamata la vecchia casa del pescatore che s’era ammazzato strozzandosi con una corda sugli scogli: era stato trovato trovato fra le rocce di fronte alla baracca che gli fungeva da casa. Giaceva quasi immerso nell’acqua colla corda attorno al collo, la cui estremità era attaccata ad un palo che era uso utilizzare per assicurare la barca. Nessuno comprese la ragione del suo gesto e di quella morte così atroce. Da giovane era stato vigoroso e ancora ad Agosta sopravviveva la memoria di quando, allorché partecipò a una disfida con i suoi colleghi, effettuò una pesca miracolosa che quasi fece affondare la sua barca. Si chiamava Domenico e in parecchi ipotizzarono che, a causa del suo nome, fosse stato assistito nella pesca dal patrono di Agosta. Sempre le stesse voci sostenevano che a causa del suo atto inconsulto, di certo dovuto alla demenza senile, san Domenico l’avesse condannato a non entrare neanche attraverso le porte del purgatorio e ad errare attorno alla sua capanna dannandosi per l’azione sconsiderata.
Quel luogo era quindi reputato maledetto, ed il popolo d’Agosta preferiva circuire la vecchia casa; neanche le pecore che spesso venivano condotte a pascolare in quella parte della penisola battuta dal vento osavano troppo avvicinarsi. Così il vecchio rudere era circondato da alte canne che lo celavano come se la natura volesse nascondere quel luogo pregno d’un tale vergognoso ricordo.
Per Antonio si trattava, al contrario, d’un posto ideale per organizzare un incontro clandestino. Lui era una persona nota ad Agosta, e non poteva permettersi di farsi vedere in compagnia d’una ragazza della gargotta di Mariuzza. Certo che non aveva dovuto troppo affaticarsi per organizzare l’incontro! Si meravigliò anzi che, quando aveva proposto il luogo dell’appuntamento, la criata (ah, cavalla!) non avesse mostrato alcun timore. In genere le donne sono più scantoline degli uomini e quel luogo faceva paura a tanti. Evidentemente le femmine di Leonforte erano più coraggiose di quelle di Agosta!
Antonio Prixia paura non aveva. E come poteva, lui che era uffiziale veterano della Santa Barbara del castello, che faceva un mestiere così periglioso? Bisogna essere dei veri arditi per maneggiare la polvere nera… quanti artificeri aveva conosciuto che, benché bene gli fosse andato, avevano perso gli arti! Senza contare coloro che ci avevano rimesso la pellaccia! Si sa, nella vita bisogna essere prudenti e valutare i rischi prima di prenderli. Per questo nel suo mestiere eccelleva. Quante lodi aveva ricevuto e quanta riconoscenza gli avevano mostrato il castellano e la sua bella moglie la notte che riuscì a illuminare la notte di Agosta con i suoi fuochi d’artificio! Don Pedro Gomez de Arce sarà anche stato chiamato “El cornudo”, ma a lui aveva dato la bellezza di due onze! Se ogni volta che gli preparava dei fuochi quello era il compenso, sarebbe stato pronto a farne tutte le volte che la sua bella moglie lo forniva d’un corno… Rise dentro di sé, pensando che, se così fosse stato, ben presto avrebbe consumato tutta la polvere nera della Santa Barbara.
Nella debole luce dell’imbrunire distinse il canneto che celava la casa du spirto. In poco tempo lo raggiunse e vi s’inoltrò attraverso un varco abbastanza ampio. Pensò che quel luogo doveva essere un punto d’incontro per altri clandestini e si rammaricò d’averlo scelto. Sperò che altri agostani non avessero avuto la sua stessa idea.
Un brivido gli attraversò la schiena quando davanti a lui si parò la vecchia catapecchia. Gli scuri della finestra erano stati divelti come anche l’anta della porta. La facciata dell’edificio, con quelle due nere cavità, appariva veramente sinistra. Le volse le spalle e si sedette sugli scogli che distavano qualche metro. Guardò il mare e pensò a sua moglie Rosaria. Quando l’aveva conosciuta, non molti anni addietro in verità, era una bellezza, una femmina come piacevano a lui. Muscolosa, scattante e citrigna come un frutto appena maturo! S’erano sposati. Che cavalla che era! Aveva sgravato in rapida successione tre figli e accumulato la floridezza delle tre gravidanze tanto da perdere ogni attiranza per gli appetiti d’Antonio che, come diceva lui, era affascinato dalle femmine cavalline.
Si girò di scatto verso la casa du spirtu poiché gli sembrò intendere un fruscio.
- Che scanto! Che stupido sono, è di sicuro il fruscio prodotto dal vento fra le canne! – pensò rassicurandosi.
Già pregustava i momenti che avrebbe trascorso con Filomena, quell’odore di selvatico e quella carne dai muscoli guizzanti sotto le sue mani. La prospettiva di quelle sensazioni già gli procurava la giusta tensione che sarebbe esplosa durante la passione amorosa. La femmina cavallina non doveva tardare…
Un altro fruscio.
- Chi fu? Fosti tu, Filomena? – chiese, volgendosi verso la casa dalle scure orbite – Ti pare che una femminella possa farmi ascantare? –
Silenzio.
Si volse ancora verso il mare.
I suoi pensieri non ebbero il tempo per principiare.
- Io fui! –
- Signore del Carmine, che ascanto! Chi sei? – il cuore del povero artificere prese a battere tanto da scoppiare. Si voltò.
Una gigantesca figura, avvolta in quello che sembrava un saio, apparve sul vano della porta della piccola casa fatiscente. La testa di quell’apparizione era coperta da un largo cappuccio e sembrava non avesse volto poiché all’interno non appariva altro che una nera orbita.
Antonio, attanagliato dal panico, si levò in piedi e con precipitazione cercò d’abbandonare gli scogli, ma incespicò e l’apparizione dal saio vestita in qualche balzo fu su di lui.
- Non temere, babbaleo, cristiano sono! –
Ma quell’ombra, che da qui in avanti chiameremo l’Assassino, l’agguantò, afferrandolo per il retro della giubba. L’artificere cercò di svincolarsi, ancor più spaventato poiché temeva per la vita. Pensò d’essere alla mercede d’un malavita e i suoi timori si confermarono quando vide che il volto dello sconosciuto sotto il cappuccio era nascosto da una banda nera che lasciava trasparire solo il luccichio degli occhi.
- Fermo, non scappare, niente ti faccio. Solo parlare ti devo... eh chetati! – disse l’uomo col saio, strattonandolo.
- Se niente mi devi fare perché ammucci il tuo viso? –
- Perché di cose secrete di tevo parlare. –
Antonio temperò le sue resistenze.
- Sediamoci. – l’invitò l’Assassino.
Lentamente, ma quasi al contempo studiando ogni reciproca mossa, i due uomini si sedettero l’uno di fronte all’altro.
Ormai l’oscurità della notte impediva di distinguere i contorni dei cristiani e delle cose e i due astanti erano diventati solo delle ombre.
- Siete dunque voi Antonio Prixia, l’artificere del Castello? – l’uso più formale del “voi” rassicurò il pover’uomo.
- Sì certo, e Vossia? –
- Io non ho nome né casato, e sono al servigio di persone che vogliono essere nascoste e lontane dai clamori. –
Antonio non capì. Doveva incontrarsi con una femmina cavallina ed ecco davanti a lui questo figuro, vicario di gente sconosciuta!
- No, la vostra femmina non verrà! –
Ma che, legge nel pensiero?
- E voi come lo sapete? –
- Io so tutto... ! –
Nell’artificere la folle paura era svanita ma i suoi sensi rimanevano attenti e in allerta. Cominciava a riprendere padronanza di sé. Fece scivolare la mano al suo fianco e con la punta delle dita toccò l’impugnatura del coltello che portava dentro la tasca delle larghe braghe.
- Bene, che volete da me? –
Lo sconosciuto prese tempo, come se stesse cercando prima il modo e poi le parole più adatte per dire ciò che doveva annunciare. Alla fine scelse il percorso più spiccio.
- Dovete far saltare la Santa Barbara del Castello. –
Ma da dove veniva quello?
- Ma che state dicendo? Far saltare la Santa Barbara. Folle siete? Ma chi siete? –
- Uno che vi offre cento onze. –
Mai viste cento onze tutte insieme. Antonio rimase attonito e trascorse quasi un buon minuto prima che potesse reagire.
- Ma state babbiando? –
- Li sentite questi? – contenuti in un sacchetto, l’uomo fece tintinnare delle monete – Qua ce ne sono cinquanta. Gli altri, a cose fatte! Belli piccioli... no? –
Certo, erano tanti soldi.
- Quando? –
Una certa soddisfazione, mal celata, si distinse nella voce dell’Assassino.
- Quando ve lo dirò io. Riceverete le istruzioni quando il momento sarà venuto. –
Con tutti quei soldi si sarebbe pagato tutte le Filomene che voleva. Anzi, avrebbe parlato a quella malafemmina. Certo che gli avrebbe parlato. Nessuna poteva prendersi gioco così d’Antonio Prixia!
Ma perché far saltare la Santa Barbara? No, dentro di sé sapeva che non avrebbe mai compiuto un gesto del genere, non per fede agli Spagnoli ma per non distrugggere e tradire un luogo che per lui era più sacro della Matrice. Toccò la punta del manico del suo coltello e valutò l’ombra che gli stava davanti. Era troppo grosso, eppoi era convinto che stesse anche all’erta: ogni mossa falsa gliel’avrebbe fatta pagare. Meglio apparire conciliante…
- Certo, me lo direte voi. – l’artificiere porse la mano, e per timore che quel suo gesto fosse mal intepretato aggiunse – I piccioli, datemi i piccioli. –
La mano cha afferrò saldamente il suo braccio era inanellata. Lo sconosciuto non doveva appartenere al popolo minuto.
- Badate bene, ogni tradimento a questo patto secreto avrà tristi conseguenze per voi e per i vostri figli! –
La minaccia non spaventò Antonio, che ebbe invece un moto di rabbia poiché si sentiva umiliato da quel figuro che lo spaventava. Dentro di sé pensò: sì, il patto secreto te lo faccio vedere io... vastaso, figlio di malafemmina!
- Che non sia mai! Antonio Prixia mai tradì! –
Nell’udire quelle parole l’Assassino lasciò cadere sul palmo della mano dell’artificere il sacchetto colmo di monete. Il buio e la benda nera impedivano di scorgere l’espressione perplessa del suo viso. L’istinto ferino gli diceva che non c’era da fidarsi. Vi era infatti una tonalità falsa e stonata nell’ultima frase pronunciata dall’artificere.
Antonio s’alzò e domandò, mostrando una strana creanza:
- Posso ire? –
- Andate, ma ricordate... –
- Certo, certo... –
Fatto qualche passo si voltò, e con impudenza espresse i suoi pensieri.
- Ma gli Spagnoli... – e finalmente gli arrivò l’intuizione, germogliata da certe voci che circolavano da tempo ad Agosta, raccolte nelle gargotte. – Francese siete voi? –
Per tutta risposta lo sconosciuto s’avvicinò d’un balzo ad Antonio.
- Troppe domande fai, vastaso! -
Lo colpì con un calcio sotto il plesso solare prima ancora che l’artificere potesse sorprendersi di quella reazione.
Qualche cosa nel tono e nelle parole di Antonio aveva allarmato il suo aggressore, che continuò a menare colpi al viso del pover’uomo.
L’artificere cadde fra gli scogli tramortito. Lo sconosciuto lo trascinò verso il mare: sembrava che Antonio non avesse peso. Senza indugio l’energumeno immerse la testa del malcapitato. Il contatto col freddo del mare risvegliò i sensi dell’aggredito che cercò di reagire, ma l’uomo col saio, che doveva essere esperto nell’eseguire quelle manovre scellerate, lo colpì al fianco mentre con una mano all’altezza della nuca gli spingeva la testa dentro l’acqua. Antonio dibatteva i piedi e cercava d’afferrare la mano che dietro il collo gl’immobilizzava la testa come una morsa. Più s’aggitava e più il bisogno d’aria diveniva disperato. L’Assassino, impietoso, con un ginocchio salì sul quel corpo preso dagli spasmi e per fiaccarlo ancora di più lo colpì, lo colpì e lo colpì fino a quando sentì che le reazioni della sua vittima s’affievolivano.
Alla fine Antonio non reagì più, solo un fremito scosse il suo corpo mentre la vita lo abbandonava. Tutto avvenne in fretta, tanto da rendere ancora più spaventosa quell’azione delittuosa. Mentre l’assassinio si compiva il vento, indifferente, aveva continuato a frusciare fra le canne.
L’uomo col saio si sollevò e guardò il corpo ormai inanime di Antonio Prixia riverso a metà fra gli scogli e il mare.
- Vastaso, traditore! Eri pronto a parlare! –
Tastò nelle tasche del cadavere finché trovò il sacchetto col denaro. Lo recuperò.
Cosa fare, adesso?
Doveva nascondere quel morto la cui scoperta poteva attirare la curiosità del Capitano di Giustizia.
L’Assassino si guardò attorno scartando subito l’idea di gettare il cadavere nelle acque che l’avrebbero restituito dopo non molto. Osservò la vetusta casetta e gli venne un’idea di cui si compiacque. Abbandonò la scena dell’omicidio; sarebbe tornato di lì a poco con ciò che gli serviva.

Antonio Prixia fu trovato il giorno dopo da un gruppo di monelli, che timorosi s’erano avvicinati alla casa du spirtu per mettere alla prova il loro coraggio.
Giaceva fra il mare e i levigati scogli strozzato da una lunga corda la cui estremità era assicurata a un palo.
Evidentemente, preso da insana follia, s’era ucciso come Domenico ‘u piscaturi e il suo spirito era andato a far compagnia a quello del vecchio che s’aggirava nei pressi della spelonca.
Ci fu chi azzardò l’ipotesi che fosse stato proprio il pescatore a spingere il povero artificere a togliersi la vita.
Da quel giorno quella fatiscente costruzione in contrada Terravecchia, non lontano dalla torre d’avvistamento di marina di levante, fu chiamata la casa di spirti poiché le anime inquiete che s’aggiravano intorno a essa ormai erano due.





[1] spirtu : spirito, fantasma. Plurale: spirti