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martedì 8 aprile 2014

Agosta - Capitolo VI



VI –  Terì e i Pirati Turcheschi


Gioacchino avanzava lentamente sul tratturo che, in leggera salita, lo avrebbe portato alla stalla ed alla sua biada. La giornata di travaglio era stata pesante come d'altronde le altre… ma lui era forte e robusto e ben sopportava la fatica, non era come quei cavalli che si facevano ingroppare dagli umani!
Con la loro prosopopea e l’aria altezzosa li avrebbe volentieri guardati trainare il carro carico di sale lungo la ripida strada che conduce ai bastioni: sarebbero crollati dopo appena qualche canna! Lui invece, coi suoi robusti garretti, di quei viaggi in una sola giornata ne arrivava a fare pure quattro!
Il disprezzo per i suoi simili più nobili, buoni solo a farsi cavalcare, gli provocò un fastidioso rimescolio nel ventre e per liberarsene alzò la coda lasciando dietro a sé una scia di sterco.
Non aveva neanche terminato quella produzione che il suo padrone tirò le redini ed egli s'arrestò. Girando appena la testa vide Teresa scendere dal carro e raccogliere i suoi escrementi come se si trattasse di una cosa preziosa.
- Tutta roba che serve alla vigna e agli alberi! – sentì dire da Diego dietro di lui.
Esseri strani gli umani… Non era facile comprenderli ma una cosa gli era chiara: lo sfruttavano fino in fondo, anche quando cacava!
Però Gioacchino era affezionato ai suoi padroni. Certo, faticava parecchio, ma era anche il più forte! Non era scontento della sua vita. Aveva i suoi amici e fra essi c’era Sozzo che come cane era proprio matto… solo una cosa gli mancava: una bella puledra!
Quando talvolta, oltre la pesante tenda, sentiva l'umano copulare con la sua compagna, lo assaliva una tale voglia! … Gioacchino aveva inteso però che gli stavano cercando una bella cavalla da monta, anzi, l'avevano già trovata. Il padrone di quest'ultima aveva però richiesto che quell'incontro fosse prezzolato. Tutto quel trainare era dunque finalizzato a una monta?
A essere sincero gli sembrava eccessivo. In effetti, se avesse potuto, poiché era di bocca buona, una bella, sana e prosperosa asina gli sarebbe bastata.
Ve n'era una, nel podere vicino, che aveva intravisto pascolare in un giorno di riposo. Come dimenava quella coda! Quando s'era accorta che la stava osservando s'era girata mostrandogli con consumata malizia il prosperoso tergo. Tentatrice! Se il suo padrone avesse chiesto di farli incontrare, il contadino che l'aveva in custodia avrebbe preteso solo qualche grano, e con poco tutti quanti sarebbero stati contenti e soddisfatti. Invece di un cavallo sarebbe nato un bardotto, che il lavoro di tirare un carro l'avrebbe saputo fare benissimo ugualmente. Che bisogno c'era di un altro cavallo? In più Gioacchino era, in maniera più assoluta, indifferente alla purezza cavallina della sua prole. Lui a tutte quelle questioni legate alla nobiltà od alla genìa proprio non ci credeva. L'importante nella vita era essere sani e forti, avere a disposizione della buona biada ed ogni tanto…
Oltre a Gioacchino anche Diego e Teresa, appollaiati sopra il carro che li riconduceva a casa, erano immersi nei loro pensieri. L’uomo rifletteva sull'accordo che aveva stretto con mastro Carmelo: quel lavorare di nascosto non gli piaceva. Prima d'intraprendere la strada del ritorno dopo la giornata di lavoro aveva incontrato ancora il fondacaio, mentre Gioacchino s'abbeverava.
- Quanto prima vi comunicherò quando iniziare a fare i viaggi - gli aveva detto quasi sottovoce - Ricordatevi però che dovremo fare carichi anche da Leontini a Melilli, e senza far sapere niente a nessuno… perché altrimenti dovremo pagare la gabella. -
- Ma così è più rischioso! - obiettò Diego.
- Minciula! Mai contento siete! E io vi pagherò di più. Vedrete che bel gruzzoletto vi farete! -
- Ma se non si paga la gabella si viene rinchiusi dentro il castello. Le segrete non sono molto accoglienti e nessuno ci è sopravvissuto più di quattro mesi perché si muore di stenti! -
- Diego, volete del guadagno facile o volete continuare a racimolare qualche tarì spaccandovi la schiena a caricare e scaricare sale e zucchero? - Il carrettiere aveva annuito, ma dentro gli era rimasto un gravame che non riusciva a levarsi.
Aveva speso tutta la propria vita travagliando senza concedersi nulla, serbandosi ogni tarì sudato per rendere più sicura la vita della futura prole. Lui la famiglia non l'aveva mai avuta o se ne aveva posseduta una non la ricordava più. Ancora bambinello s'era ritrovato a faticare alle saline; come ci fosse arrivato, né Diego né altri lo sapevano. Il suo primo onere fu quello di portare ai manovali l'acqua fresca attinta presso la sorgente della Fontana, la stessa alla quale ogni mattina abbeverava Gioacchino. Crescendo fu anch'egli elevato a manovale e sotto il sole o la pioggia aveva trascorso anni a raccogliere e ammucchiare sale in montagnole, che come bianche piramidi s’ergevano ai bordi delle saline. Ad evitare che l'acqua pluviale sciogliesse il risultato di tanta fatica quegli alti mucchi venivano coperti da ciaramire: era un lavoro che necessitava una certa perizia, ed egli la possedeva.
Uomini e donne si consumavano fianco a fianco decimati dalla malaria che, con febbri terzane e quartane, logorava anche i fisici più possenti di quel esercito di disperati.
Alle febbri s’aggiungevano gli stenti che, soprattutto in estate, mettevano a dura prova la vita dei più deboli. In quella stagione, infatti, s’allagavano gli stagni e s’attendeva che asciugassero. I raggi del sole evaporavano non solo il mare, che morendo negli stagni emanava un acre odore putrefatto, ma anche i cristiani.
Diego, pur avendo vissuto in quei luoghi malsani per svariati anni, era rimasto indenne per una sorta di destino favorevole e il flagello non lo sfiorò mai. I suoi occhi però avevano visto amici morire di consunzione e famiglie intere implorare d'entrare a far parte di quella manodopera pur di guadagnare un tozzo di pane. Il travaglio era durissimo, ma si poteva ricevere un misero compenso che, in periodi di carestia, era meglio che niente. Il sale infatti era sempre richiesto, sia quando la gente viveva tranquilla che quando moriva di fame.
La paga era infima, ma egli riuscì comunque a serbare sufficiente denaro per comprarsi un carro ed un ronzino che poi sostituì con un cavallo più gagliardo.
Risparmiando arrivò a prendere in affitto un terreno su cui s'era costruito una casa e che, se il Signore e tutti i Santi continuavano ad assisterlo, gli avrebbe dato una piccola vigna. Adesso con Teresa aveva messo su anche una famiglia ma lui si sentiva vecchio e Domine Iddio non gli avrebbe certamente concesso di vivere in eterno! Se prima di chiudere gli occhi voleva lasciare una sicura possibilità di sopravvivere alla sua famiglia doveva dunque consolidare ciò che aveva fatto. Ma quanto tempo gli restava? Tutto ciò che possedeva era stato ottenuto con la fatica e aveva sempre rifiutato i facili guadagni che lo avrebbero portato sulla mala strada.
La proposta di mastro Carmelo lo lasciava perplesso. Era certo che avrebbe lucrato in breve tempo molto denaro, ma quel mistero, quella segretezza! Di sicuro don Francesco Amodei, se fosse stato messo a parte del progetto, avrebbe disapprovato! L'avrebbe fatto mettere prigioniero nei sotterranei del castello e gli avrebbe tolto casa e terreno… eppure doveva rischiare se voleva far avverare il sogno che si portava dentro da quando era bambino: avere una famiglia… ma quale famiglia, se non riusciva a generare figli?
Si ridestò dai suoi pensieri.
- Allora, cosa ti consigliò questa volta tua nonna per ingravidarti? - chiese a Teresa, non nascondendo una leggera vena d'ironia nel tono della sua voce.
- Devo andare a vivere con lei per almeno sette giorni. -
- Tu in casa tua stai, visto che ne hai una! – replicò adirato Diego.
- Mi chiese invece di andare da lei perché insieme con Iana l'orbicella vogliono farmi delle pratiche speciali. – quasi piagnucolò Teresa.
- Iana l'orbicella! Buona quella! Una vecchia baldracca che adesso si fa passare per maiara! -
- Io non so altro se non che lei risolse molti problemi a tante persone. Mia nonna ha fiducia in lei e io in mia nonna! -
- Quali sarebbero queste pratiche speciali? -
- Non lo so con esattezza. L'unica cosa che mi disse è che devo restare chiusa in una stanza senza vedere nessuno o recarmi in un luogo solitario! -
- Quando dovresti chiuderti in clausura? -
- Me lo diranno loro. -
- Uhm, avremo tempo per pensarci! E chissà che non ti riesca a ingravidare senza strane magie che, se giungono alle orecchie dei padri dominicani, ci faranno rinchiudere nelle segrete del castello in mezzo a tante sofferenze! Eppoi bisogna stare accorti agli spioni che ci sono in Agosta. Soprattutto a 'Gnazio il pecoraio. In paese si sa che conta ogni cosa a don Amodei. Se viene a sapere che tu frequenti le majare è capace di riprendersi la casa e il terreno che ci affidò. E saremmo belli e sistemati: né fighii né roba! Ottimo affare! -
Teresa sentì un brivido freddo correrle giù per la schiena.
Si ricordò che, mentre Iana l'orbicella eseguiva su di lei certi strani riti, aveva intravisto per qualche istante un'ombra stagliarsi nel riquadro della finestra. Stimolando la memoria le parve proprio di aver riconosciuto il profilo di quell'intrigante pecoraio.
Cancellò quel pensiero e disse:
- Ma tu non lo sai, allora! Iana l'orbicella tolse il malocchio pure a una monaca di Santa Caterina. Perché le magie non le fa col diavolo ma con i santi che a lei vogliono tanto bene! -
- Lo spero proprio, perché quando nascerà mio fighio non voglio che veda la luce per opera del demonio! - e così dicendo l'uomo si segnò con la croce. - Già nella tua famiglia qualche traccia di Lucifero ce l'avete, e mi pare sufficiente! -
- Non era Lucifero, ma un nobile cavaliere! -
- Uccisore di cristiani! -
- No, non lo fu più! - asserì con tono fiero Teresa che, ogni qual volta era evocata la storia della sua ava, di cui portava il nome, gonfiava il petto pronta a difenderne la memoria.[1]

Nel 1594 la natura che circondava Agosta era rigogliosa e l’amenità del luogo avrebbe attirato molti abitanti se altri uomini non avessero compiuto opera di dissuasione. Infatti, le bande turchesche che depredavano l'Italia tutta usavano erano solite usare le sue baie naturali per far sosta e rifornirsi di cibo, che sottraevano con la forza alla già indigente popolazione. Ciò non avvenne spessissimo, ma nella seconda metà del secolo sedicesimo quelle sei o sette spiacevoli visite lasciarono sufficienti ricordi da spingere addirittura diverse famiglie ad abbandonare quei siti.
Rimase ad abitare Agosta e i suoi dintorni la guarnigione di spagnoli, la cui difesa nei fatti si dimostrò sempre povera cosa, le poche famiglie gentilizie locali, proprietarie d'esigui possedimenti rurali e una scarsa popolazione tenace che s'ostinava a vivere attingendo il necessario da quella dura terra.
Il sale era una delle fonti di maggior ricchezza del borgo e nelle saline operava lo strato più povero della popolazione. Ad esso apparteneva una fanciulla dai tratti aggraziati e dal corpo eretto e fiero, allenato com'era a reggere sul capo le ceste piene di sale bianco. Era sorda e muta, poiché una febbre maligna le aveva carpito da picciridda la possibilità di recepire i suoni. Il suo nome era Teresa, ma tutti la chiamavano Terì.
In un giorno d'estate, quando la calura rende più faticoso qualsiasi lavoro, sfinita s'era adagiata all'imbrunire ai piedi d'un carrubo, in attesa che la frescura serale prendesse definitivamente il sopravvento.
Reduci da razzie e stragi commesse nelle terre calabresi, delle galere turchesche s'erano ormeggiate dietro capo Santa Croce, nascoste agli occhi della cittadina. Da esse furono calate alcune scialuppe, su cui presero posto i marinai che non avevano potuto partecipare ai sacchi precedenti. Prima di lasciare quelle terre e prendere il largo alla volta delle loro, il califfo aveva acconsentito che essi s'abbandonassero a quell'ultima razzia. Silenziose le imbarcazioni, scivolando sulle acque della marina di levante, s'avvicinarono all'abitato. Il loro leggero sciabordio si confondeva col suono della risacca marina.
Un cane magro, tanto ch’era possibile contargli le coste del torace, s'aggirava su quegli scogli alla ricerca di qualcosa che chetasse l’insaziabile fame. All'improvviso scorse quelle ombre galleggiare sul mare, e scambiandole per imbarcazioni di pescatori al ritorno dalla pesca cominciò ad abbaiare festoso, poiché sperava che gli avrebbero lanciato almeno un po' di pesce. Da una torretta da poco edificata una sentinella s'affacciò curiosa per comprendere la ragione di quel chiasso. Avvistò le imbarcazioni e, spaventato all'inverosimile, cominciò a gridare:
- Alle armi! Alle armi! Pirati Turcheschi! Alle armi! -
Quel grido, ripetuto da altre sentinelle, scosse la piccola piazzaforte.
L'ultima venuta di quei satanassi s'era compiuta appena nove anni prima, e il ricordo e i segni di ciò che era avvenuto in quell'occasione erano ancor vivi nella popolazione. Stimolata da quelle tristi rimembranze, più per terrore che per effettivo coraggio, gli agostani reagirono in modo inusitato rispetto alla loro consueta rassegnazione.
Dalle chiese s'iniziarono a suonare con frenesia le campane e tutti, anche i vecchi, si procurarono un oggetto adatto a offendere o a contundere. Le guardie accesero le micce dei loro archibugi ed esplosero proietti contro le bande turchesche.
Gl'invasori rimasero sorpresi ma ciò nonostante risposero al fuoco degli assediati e si rassegnarono a dover combattere più di quanto erano soliti fare in occasione di quelle imprese.
Infatti solitamente era sufficiente la loro visione per mettere in fuga i cristiani, atterriti dalla fama di crudeltà che li accompagnava.
Ma ciò che sconvolse la solita rappresentazione di codardia dei locali fu la comparsa della turba inferocita degli Agostani che, esaltata da un inatteso spirito guerriero, andò incontro ai Saracini appena approdati. Il clamore di quella gente, armata fino ai denti e accompagnata da fiaccole e torce, era ingigantito e reso più terrificante dalle bestie domestiche che erano state aggregate all'agguerrito corteo, tanto da farlo apparire molto più numeroso. Così cavalli, asini, capre e cani s'unirono agli abitanti di Agosta per cacciare i Saracini. Vi fu appena qualche scaramuccia che servì a mostrare agli invasori la determinazione dei siciliani. Dopo di che, ormai privata dell'effetto sorpresa, l’orda turchesca indietreggiò e – imbarcandosi sulle proprie scialuppe – riguadagnò il largo.
Terì, che avevamo poc'anzi lasciata prostrata ai piedi d’un carrubo, impedita dalla sua menomazione non s'avvide di tutto quel pandemonio poiché, mentre Agosta cacciava i predoni, era immersa nel più profondo dei sonni.
Mentre dormiva sognava d'essere in Paradiso: non da morta, ma viva e invitata in mezzo ai santi per intercessione della Madonna Addolorata di cui sapeva essere protetta. Tali sogni gratificavano Terì poiché in essi poteva parlare come gli altri esseri umani. In effetti aveva un'idea confusa di cosa potesse voler dire dialogare fra uomini, in quanto il ricordo dell'ultimo suono udito era troppo remoto. Riteneva quindi che un insonoro muovere di labbra fosse sufficiente a trasferire emozioni e sentimenti.
Nei suoi sogni s'era allora inventata un linguaggio pieno di smorfie e di gesti che era comprensibile tanto a lei quanto agli altri protagonisti dei suoi viaggi morfici.
Mentre i suoi concittadini stavano cacciando fieramente i Saracini invasori, Terì si intratteneva in piacevole conversazione con San Domenico, e quel sonno era così profondo da non essere scosso neanche quando la povera dormiente fu circondata da un gruppo di sanguinari predoni, che anziché Agosta avevano preferito razziare il territorio circostante e con la loro scialuppa erano sbarcati nei pressi della salina.
Per quei feroci uomini fu sufficiente uno sguardo per decidere quale dovesse essere la sorte di quell'infelice. Le sollevarono le vesti ed eccitati da quelle gambe nude e dal grembo offrentesi senza alcuna difesa, a turno cominciarono a violarla. La disgraziata, immersa com'era in quel suo sogno, lo confuse con la realtà e pensò che i Santi volessero godere delle sue grazie. Anche se l'azione le parve blasfema li lasciò fare, fin quando la malagrazia di uno dei suoi violentatori non la riscosse del tutto e si destò. Atterrita comprese in qual frangente dove si trovasse e pensò che non sarebbe rimasta in vita per molto.
Forse fu proprio l'intercessione dei Santi da poco visitati da Terì o soltanto la buona sorte che spinse un gruppo di contadini, desiderosi di mostrare lo stesso coraggio degli agostani, a salvare da una triste fine la povera sordomuta.
Avendo infatti avvistato una scialuppa turchesca approdare nei pressi delle saline andarono in perlustrazione e colsero quei bravacci nel pieno del loro misfatto. Con urla disumane corsero incontro a quegli uomini feroci che, colti alla sprovvista, fuggirono guadagnando velocemente la lancia che li aveva portati fin là. I contadini riuscirono a catturare due saracini, uno mentre ancora s'agitava fra le gambe della terrorizzata Terì, l'altro fra gli scogli.
Quei pirati risultarono essere la sola preda di guerra e furono portati in trionfo incatenati su un carretto per tutte le vie del borgo e, per diversi giorni, abbandonati al pubblico ludibrio davanti al sagrato della chiesa di san Domenico. In breve in tutte le contrade si sparse la notizia e quei trofei viventi furono oggetto di peregrinazione tanto che ci fu chi arrivò addirittura da Mililli. Ben presto la popolazione s’affezionò a quei poveracci tanto che, in cambio della vita, gli fu proposto d’abiurare la fede islamica e abbracciare quella cristiana.
La risposta fu immediata ed essi accettarono di buon grado l’alternativa. Furono graziati e la loro fede risultò essere tanto grande e subitanea che si fecero frati dominicani. Uno di loro s’attribuì il nome di fra Domenico e l'altro di fra Sebastiano.
La storia di quella fallita aggressione rimase impressa in maniera indelebile nella storia di Agosta, tanto che fu arricchita dalla presenza di San Domenico il quale si disse che, per amore della sua città, condusse l'assalto della folla contro i Saracini sulla groppa d’un cavallo bianco. La sua celestiale apparizione provocò non solo la fuga del feroce nemico ma anche la conversione dei capi della fallita razzia, due noti principi turcheschi.
La povera Terì di quella terribile serata serbò duraturo ricordo, giacché dopo nove mesi partorì una creatura con gli occhi scuri scuri, simili a quelli dei due novizi frati dominicani.
Il convento riconobbe però alla povera sordomuta e alla sua bambinella il diritto di rifocillarsi almeno una volta al giorno nel suo refettorio. Ciò consentì loro di sopravvivere, poiché per delle donne senza dote né famiglia era oltremodo difficile sostentarsi in quei tempi.
I concittadini attribuirono poi a Terì e a tutti i suoi discendenti una 'ngiuria a mo' di vero e proprio blasone, che avrebbe ricordato la presenza nel loro sangue di una genìa levantina.
Per questo la moglie di Diego Lamennola, pronipote di Terì, veniva da tutti chiamata Teresa 'a Saracina.





[1] A questo punto chiesi allo Spirito di rivelarmi l’origine del soprannome che accompagnava Teresa. Me lo domandavo fin dal terzo capitolo, e non si fece pregare.
Quando parlava d’ella gli occhi prendevano una luce diversa. Lo Spirito non mi fornì mai una vera descrizione della contadina, ma ogni volta che la vicenda la coinvolgeva percepivo particolari vibrazioni. Penso che la donna dovesse essere davvero bella. Ritenni che ne fosse stato innamorato e che ancora doveva esserlo, ma lo Spirito dissimulava abilmente i suoi sentimenti.