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lunedì 7 aprile 2014

Agosta - Capitolo V




V – Agosta e la Serenissima


Il sole, assoluto dominatore, campeggiava ormai nel cielo tanto che alzando gli occhi si rimaneva quasi accecati.
Osservando dai colli di Mililli  si poteva scorgere Agosta fra i vapori del mare, e pareva quasi che la calura la dissolvesse facendola salire in cielo.
Patasso, un gatto maculato dal muso aguzzo, osservava con occhi assassini uno spensierato pettirosso che becchettava le briciole sparse sul davanzale. Mentre il felino si rannicchiava su se stesso la punta della coda si muoveva lentamente e le zampe posteriori, preparate allo scatto, poggiavano ben salde sul ripiano del mobile. Gli artigli erano già pronti a ghermire il volatile.
- Dov'è la mia giubba nuova? - domandò una voce stizzita.
L'uccello volò via spaventato e Patasso, con espressione un po' stupida, lo guardò librarsi nel cielo. Solo per un attimo fu possibile scorgere un’ombra di delusione nei suoi occhi, che subito assunsero di nuovo l'espressione enigmatica dei felini.
- Dove diamine la nascosi ieri sera? - chiese ancora l’elegante giovane dai tratti delicati ma tristi. Si chinò per guardare sotto il letto e una ciocca di capelli neri gli scivolò dalla fronte coprendogli un occhio. Con gesto aggraziato, quasi femmineo, l'allontanò, accompagnandolo dietro l'orecchio.
- Eccola, maledetta! - e da sotto il largo giaciglio estrasse una bella giubba color rubino che indossò.
Si rimirò allo specchio con aria soddisfatta.
Un senso del dovere recondito l'aveva obbligato ad abbandonare il suo letto, poiché il rimanere coricato in completo ozio materializzava nella sua mente l’immagine del padre dall'aria severa.
Per don Alessandro l'appartenenza alla casata dei Bellomo era un pesante fardello che non gli consentiva di vivere compiutamente la sua natura contemplativa, poco portata per gli affari. In quanto rampollo d'una delle famiglie più ricche di Siracusa e non volendo deludere il padre era tenuto a interessarsi all'attività che tanto lucro procurava alla sua gente.
Si avvicinò a Patasso e con la punta del dito gli solleticò il naso. Il felino socchiuse gli occhi e si passò la zampa sul muso per cancellare la sensazione di leggero prurito provocata dal suo padrone.
Don Alessandro s'avvicinò quindi al tavolo dove giaceva ancora aperto il registro su cui dovevano essere riportati i carichi effettuati il giorno prima sulla feluga amalfitana. Come gli era stato insegnato, durante lo svolgimento di queste operazioni sovraintendeva di persona prendendo nota delle le quantità di pani di zucchero movimentate. Il giorno dopo o la sera stessa riportava invece tutto su un registro perché "l'ordine e la costanza aiutano l'uomo a riempirsi la panza", come recitava di sovente suo padre.
La sera prima aveva preferito leggere e i suoi occhi, avidi come un frate goloso dopo la Quaresima, s’erano nutriti a lungo delle pagine di Ovidio.
Già da un anno aveva chiesto e ottenuto da suo padre di trasferirsi ad Agosta per seguire meglio la conduzione degli zuccherifici, ma in verità per allontanarsi da lui e dal suo ossessionante indottrinamento. Ciò l'aveva reso felice, in un primo periodo, poiché nei suoi momenti di ozio si sentiva libero di dedicarsi almeno alle letture a lui più confacenti senza l'incubo di doverle celare a chicchessia. Del resto, la rigida educazione che il suo aio gesuita gli aveva impartito lo aveva reso abile nel nascondere il suo pensiero e la sua indole. E in quegli anni la sua capacità si era sviluppata a tal punto che tutti lo consideravano un avveduto commerciante tanto quanto suo padre!
Il giovane lasciò cadere dalla mano la penna e richiuse il calamaio. Ma quale libertà, quello era un esilio… che sciocco ch'era stato!
Imprigionarsi per propria volontà rischiando di morire affogato nell'uggia!
Agosta era una piazzaforte piena di frati e monache dove il tempo trascorreva lento e la sola attività che vivacizzasse quel luogo soporifero era rappresentata dal il caricatore della baia di ponente, che con la sua movimentazione di merci rendeva più varia l'umanità che vi brulicava: e la sera, non lontano dal caricatoio, le uniche due taverne, quasi dirimpettaie, s'affollavano di marinai amalfitani o veneziani e della rissosa e cosmopolita soldataglia spagnola.
Il commercio si era sviluppato da poco e le famiglie gentilizie che vivevano nella piazzaforte erano assai modeste. Per questo il rimpianto della mondanità siracusana ogni tanto si faceva sentire, ma si trattava in realtà di una falsa nostalgia giacché la vita di società non l'aveva mai conosciuta, ma solo osservata attraverso le coltri che gli frapponeva il padre.
In ogni caso, della nomea di rispettabile e irreprensibile commerciante ch'egli si era guadagnato andava oltremodo fiero, soprattutto per la fatica che gli era costata.
Per chi, però, avesse voluto scandagliarne l'animo vi erano degl'indizi che potevano indurre a meditare sul personaggio; la raffinata eleganza e la cura del corpo tradivano un animo sensibile celato dalla costante serietà del volto che ben s'addiceva all’immagine d’oculato commerciante. Tali due aspetti della sua personalità del resto coesistevano fra loro e nessuno prevaleva sull'altro.
A un tratto si ricordò della feluga veneziana che già dalla sera prima era giunta nei pressi del caricatore. Quel giorno avrebbe dovuto imbarcare ben mille pani di zucchero per Lorenzo Sgargon, commerciante di Chioggia. Giù al molo avrebbe di sicuro trovato ad attenderlo l'anziano capitano Moro che, fin da quando imperversavano ancora le orde turchesche, faceva la spola fra la Repubblica Serenissima e Agosta.
Don Alessandro aprì il grosso armadio che incombeva nella stanza. Ne tirò fuori un largo cappello adorno di un bellissimo nastro rosso. Se lo calzò sulla testa e si rimirò allo specchio. Con le dita si lisciò quindi i baffetti e il pizzo che, simile a un appuntito cespuglietto, gli adornava il mento.
Discese le scale e si ritrovò all'ingresso del palazzetto. Su di esso s'affacciavano la porta della cucina, l'abitazione dei servi e l'entrata dei magazzini.
- Meluccia, dove sei? - chiamò don Alessandro.
Dalla cucina uscì una donna grassa e panzuta.
- Desiderate, don Alessandro? -
- Diego 'u carritteri già arrivò? -
La criata scosse la testa in senso di diniego.
- Uhm, io vado lo stesso al caricatoio per salutare il capitano Moro e per dirgli di preparare la feluga. Quando viene Diego, digli di raggiungermi per cominciare a caricare. -
Uscì nella via polverosa. Certo qualche goccia d’acqua prima dell’estate avrebbe rinfrescato la piazzaforte! Alzò lo sguardo al cielo e scorgendolo limpido e terso si disse che la prima pioggia sarebbe arrivata solo alla fine di agosto… la siccità non era d'aiuto alla crescita delle canne da zucchero!
Camminando, i pensieri della sua natura occulta presero a germogliargli nella mente, quasi favoriti da quel sole caldo che pareva già estivo. Uno fra essi, il più recondito e più volte reciso, ramificò in quel mentre con portentosa virulenza. Don Alessandro non lo ignorò e dentro di sé si materializzarono le fattezze di Malachia. Non il suo migliore amico, ma l'Amico.
Lasciando Siracusa s'era voluto allontanare non solo dal padre ma anche da lui e da quel corpo che tanto l'attraeva, forte d'una insana malia. Un giorno quasi era arrivato al punto di confessarsi all’Amico e di rivelargli ciò che provava. Ma il desiderio di celarsi a chicchessia era stato più forte. Sicuramente Agosta non era nelle Americhe poiché distava solo mezza giornata di cavallo da Siracusa, ma ciò nonostante riteneva fosse inutile trasferirsi più lontano.
Infatti Malachia non si sarebbe mai recato ad Agosta alla ricerca del suo amico poiché era di sicuro rimasto offeso da quell'improvviso trasferimento, avvenuto senza ch’egli avesse ricevuto il benché minimo commiato. Don Alessandro, conoscendo bene il suo orgoglio, sapeva che sarebbe stato oltremodo improbabile per Malachia affrontare anche un breve viaggio per riconciliarsi!
Quando fu al caricatore si scosse dai suoi pensieri. Vide don Francesco d'Astorga detto Cesco, figlio primogenito del Regio Secreto, sovrintendere le operazioni di scarico di farina da una feluga. Quel giovane non gli era simpatico poiché lo riteneva volgare e sgradevole, sempre pronto ad aggredire il prossimo come se fosse stato morso da una tarantola. Del resto la sua famiglia, facente parte della piccola nobiltà locale, s'era messa a commerciare ed era senza alcun dubbio la più ricca della piazzaforte.
Era noto a tutti, inoltre, che fra il figlio del Regio Secreto e la moglie del castellano, don Pedro Gomez de Arce, esistesse una tresca. Il tradito s'ostinava a ignorare la vicenda e il popolino lo chiamava don Pedro El cornudo.
Il primogenito del barone, contravvenendo alla sua naturale malagrazia, da lontano gli fece un cenno di saluto a cui don Alessandro rispose poco volentieri.
Vide, ormeggiata non lontano, la feluga che riconobbe essere quella del vecchio marinaio. Si avvicinò al natante che pareva deserto.
- Ohè, c'è nessuno a bordo? Capitan Moro! - gridò.
Per qualche attimo nessuno rispose, poi da sottocoperta emerse un giovane vestito di una bianca camicia aperta sul petto.
- Chi siete? -
- Sono don Alessandro Bellomo e cerco il capitano Moro. -
L'uomo sorrise, mostrando una bianca dentatura.
- Prego salite, sono il nipote. Mio nonno non è potuto venire, si è ferito e ha un brutto ascesso sulla gamba. Sono io che comando la feluga, adesso. Mi chiamo Marco Moro. -
Don Alessandro poggiò i piedi sull'asse che fungeva da passerella e percorrendola la sentì malferma. Salì sul ponte del legno.
Di fronte si trovò un giovane dalle membra forti e dal volto abbronzato, con capelli nerissimi e occhi che parevano di smeraldo tanto erano verdi.
- Ho fatto scendere gli uomini per consentire loro di farsi un gocceto alla taverna. Ho visto che la merce deve ancora arrivare. - osservò il giovane marinaio.
- Bene faceste perché penso che il primo carico non arriverà prima che le campane suonino l'Angelus. La stiva è già pronta? -
- Certo, è pronta ad accogliere milleduecento pani di zucchero! - disse Marco il marinaio sollevando una botola che menava dentro un'ampia stiva.
Don Alessandro s'inginocchiò per meglio guardare all’interno e per poco il cappello non gli cadde nel vasto locale. Il giovane veneto afferrò il copricapo e con un sorriso divertito lo porse al commerciante. Fra i due vi fu uno scambio di sguardi che lasciò disorientato il giovane Bellomo, poiché quegli occhi così allegri e al tempo stesso profondi lo perforarono e, come misteriose sonde, sembrarono scendergli nell'animo per scrutarne i più reconditi segreti.
Quasi in malo modo gli strappò dalle mani il cappello e con mossa repentina se lo ripose sul capo. Gli occhi del marinaio continuavano a sorridere.
- Gli accordi erano che vi avrei dovuto consegnare solo mille pani di zucchero contro quattrocento onze. - osservò il commerciante e la sua voce risuonò nella stiva.
- Nella lettera di ventura v'è scritto milleduecento pani contro quattrocentonovanta onze. Vado a prenderla! - asserì il capitano della feluga e sparì dietro a una bassa porta che menava nella sua cabina. Mentalmente don Alessandro calcolò qual'era il prezzo di ciascun pane in base al nuovo ordinativo e gli sembrò ancor più conveniente.
Il giovane capitano tornò con un rotolo di carta che mostrò a don Alessandro.
- Va bene, va bene così. Per fortuna in magazzino ho zucchero a sufficienza. - disse il commerciante con tono accondiscendente. Poi si mise a passeggiare con fare dinoccolato sul ponte di legno.
- Sembra un'imbarcazione solida... non ho mai navigato. Quanti giorni impiegate per arrivare a Chioggia? - chiese il Bellomo con sincero interesse.
- Dipende dal mare e dai venti. Con questo stesso legno mio nonno impiegò tredici giorni facendo fonda a Brindisi e ad Ancona! -
Don Alessandro si sentì ancora addosso quegli occhi inquisitori che gli penetravano dentro, scavando nel suo intimo. Non reagì lasciando che essi indagassero.
- È un mestiere pericoloso, il vostro. - asserì quasi distratto.
- No, se si conosce il mare e lo si rispetta. Ma più di tutti bisogna temere gli altri uomini. Adesso che i legni turcheschi non si vedono più bisogna fare attenzione ai pirati greci e tunisini. Per approdare qui ho dovuto evitare dei vascelli francisi. -
- Francisi? -
- Sì, il mar di Sicilia ne è pieno, soprattutto adesso che hanno occupato Messina! -
Don Alessandro assentì con l'aria di chi si scusa per aver detto un'ovvietà.
Osservò ammirato le fattezze di quel giovane. Il suo impaccio aumentò e abbassò gli occhi. Si sentiva annientato da quel muto duello di cui non riusciva a definire l'origine né la posta in gioco.
- Mancherà quasi un'ora all'Angelus... vi faccio gustare un vino dolcissimo che compro sempre quando faccio scalo a Brindisi! - disse Marco Moro con fare gioviale, entrando nella sua cabina.
Don Alessandro lo seguì pur non avendo ricevuto alcun invito.
L'ambiente era angusto e lo spazio era appena sufficiente per accogliere due persone. Da uno stipetto il veneto estrasse una bottiglia contenente un liquido ambrato e due bicchieri di vetro la cui opacità tradiva una scarsa pulizia.
Il giovane commerciante si tolse l'ingombrante cappello e guardò fuori dal boccaporto aperto che dava sul caricatore affollato da facchini e marinai. Dietro le sue spalle sentì il gorgogliare del vino versato nei bicchieri.
Poi, inaspettata ma desiderata, una mano ruvida gli accarezzò la guancia e quindi il collo. Lui la lasciò fare.
Nessuno poté dirlo con certezza ma quella mattina un pecoraio con una gerla sulle spalle fu visto aggirarsi nei dintorni del caricatore e del molo cittadino.