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venerdì 11 aprile 2014

Agosta - Capitolo IX



IX – San Domenico


Il sole, rosso come un cardinale, lentamente scivolò dietro i colli di Mililli.
L'arancione del cielo all'orizzonte si stemperò in un pallido celeste. 
Il giorno moriva ed una sensazione di triste languore germogliò nell'animo di Alessandro Bellomo. Sulle sue gambe giaceva la testa adorna di riccioli neri di Marco Moro, il suo amante.
Che strana giornata! Nella mattinata niente avrebbe fatto presagire un simile incontro, e tantomeno un così insperato epilogo!
Quel giovane marinaio aveva reso reali tutte le fantasie da anni soffocate.
L'improvviso abbraccio galeotto nella stiva della feluga aveva fatto svanire nella mente di Alessandro le fattezze dell'amico Malachia e l'aveva proiettato in una dimensione nuova, ritenuta irraggiungibile ma sempre agognata.
Tutto, poi, era sembrato un sogno, quel giorno.
Nell'imbarcazione avevano ben presto dovuto interrompere le loro goffe effusioni poiché la ciurma e il primo carico di pani di zucchero giunsero dopo non molto. Diedero quindi rapide disposizioni agli uomini di fatica e si recarono al palazzetto di don Alessandro con il pretesto di discutere d’affari.
Chiusi nella stanza del Bellomo e prigionieri della passione proseguirono ciò che avevano interrotto; dopo, s'addormentarono abbracciati e ignudi. Al risveglio, il desiderio s'impossessò di nuovo della mente e dei loro corpi. Alternarono più volte profondi sonni rigeneratori a focosi amplessi, finché il morire del giorno non li colse ormai esausti.
Alessandro, così poco esperto nell'arte dell’amore, fu aiutato e guidato da Marco, ricco di fantasiosa perizia. Il chioggiano, non conoscendo alcuna remora, si lasciava infatti facilmente andare alla natura che l'accomunava con il nobiluomo siracusano.
Patasso, il gatto del padrone di casa, assistette come curioso e muto testimone a tutta quell'attività, che rese così importante quella giornata nella memoria di don Alessandro.
Nel resto della casa i domestici non sospettarono nulla, anzi Meluccia, la serva più anziana e con più autorità, così commentò:
- Don Alessandro è come suo padre! Sempre a regolare affari! -
La povera donna s'impressionò così tanto dell'impegno del suo padrone che, quando il sole sparì agli occhi dei cristiani per quel giorno, bussò premurosa alla porta serrata della stanza del giovane:
- Don Alessandro, sono Meluccia. Vi porto la cena a voi e all'altro cavaliere. Se vi trova troppo deperito vostro padre con me se la piglia! Mi raccomandò tanto di tenervi sotto mia cura. -
Il Bellomo era intento a rimirare se stesso e il bel marinaio nell'immagine che un artistico specchio appeso alla parete gli rimandava. Era molto assorto in quella contemplazione: gli sembrava d'essere uno spettatore che di soppiatto assistesse a una scena tratta dai suoi sogni più arditi e reconditi.
Sobbalzò quindi udendo la voce della fantesca e, ritornato all'improvviso alla realtà, allontanò la testa del marinaio dalle sue gambe:
- Sì, Meluccia, portala fra poco quando ti chiamo io, ancora non abbiamo finito di far di conto. -
L'immagine del padre gli si materializzò di fronte come un fantasma e bastò questo a spingerlo a levarsi in piedi e senza indugio ad abbigliarsi.
Marco Moro lo guardò, sorpreso di quel repentino mutamento d'umore, ma don Alessandro, senza proferire parola, gli lanciò gli abiti.
-Vestiti… -
Solo quando seduti a un tavolo presero a cenare, il marinaio vide svanire dagli occhi del nobiluomo la tensione e da essi riprese a fluire uno sguardo carico di virile affetto.
Patasso con un agile salto salì sulla loro mensa e i due uomini divertiti gli lanciarono pezzetti di cibo: il felino giocò con essi e poi li divorò.
Marco ritardò di qualche giorno il suo ritorno a Chioggia. Il nuovo compagno aveva bisogno d’apprendere la vera ars amandi, lui era un buon precettore e Alessandro si mostrò un allievo ricettivo e voglioso di colmare i tanti anni d’ignavia.

Intanto, sul lato della piazzaforte che s'affaccia alla marina di levante, un diverso avvenimento rendeva memorabili quei giorni.
Per tutto il giorno Fra Angelo si era sentito gravare addosso un'insana stanchezza. Pensò che forse qualche lavoro troppo pesante l'avesse infiacchito, ma riflettendo sulle incombenze espletate non trovò niente che giustificasse quella profonda sensazione di prostrazione.
Neanche in tempo di Quaresima arrivava a sentirsi così debole!
Così si disse che tutto era da imputare all'ormai inoltrata vecchiaia ed al giorno della sua morte, forse vicina.
Si rinchiuse quindi nella sua cella preavvertendo il priore che non avrebbe partecipato alla preghiera serale; alla vetustà erano concesse simili deroghe.
L'indomani si sarebbero snodate le processioni per le strette vie della piazzaforte: cadeva infatti la festa del Santo Patrono, San Domenico.
Con lento agire s'adagiò sul suo giaciglio poiché qualsiasi gesto brusco gli procurava dolori alle membra. Sentì il suo corpo scosso da brividi e pensò che una febbre lo possedesse: il dolore sempre più intenso e persistente, proveniente dalla spalla sinistra, gli procurava il maggior fastidio.
La stearica ormai non era alta più di due dita ma non si dette pena di spegnerla perché, anche se tenue, la luce della fiammella lo confortava.
Guardò la volta grezza della sua cella imbiancata con la a calce. Le ombre delle irregolarità del muro risaltavano e danzavano alla luce tremolante proiettata dal piccolo cero acceso.
Pensò che la morte si stesse avvicinando: voleva dunque attendere il sonno eterno con la massima tranquillità. Richiamò alla mente la sua vita… Niente di particolare l'aveva attraversata e solo due personaggi l'avevano ravvivata, sua madre e San Domenico.
La prima giaceva sepolta nelle campagne e ormai da tempo la terra s'era riappropriata delle sue membra. Fra Angelo si rammentava ancora del suo abbraccio tenero e del suo odore.
Il secondo l'aveva affascinato fin da quando gli furono narrate le sue gesta, e pur essendo un carmelitano aveva sempre particolarmente venerato quel santo. Con San Domenico non aveva mai parlato, anche se in verità l’avrebbe desiderato tanto.
Quella storia, per tanto tempo fonte di preoccupazione, era stata diffusa da un novizio pettegolo. Una notte, sentendolo parlare nel sonno, interpretò quella confusa fabulazione per un colloquio divino.
Di quella leggenda avrebbe potuto approfittare, com'era costume per molti suoi coevi, ma la sua innata onestà e purezza d'animo lo costrinsero a rigettare qualsiasi allusione sull'invenzione. Quando la Santa Inquisizione l’obbligò a dividere la stessa cella con un dominicano per tenerlo sotto controllo, il povero Fra Angelo per tutto un anno dormì sonni inquieti poiché temeva che i suoi vaniloqui notturni fossero mistificati. Ma il suo sorvegliante si mostrò saggio e comprensivo.
Sospirò ricordandosi di quel periodo. Poi meditò sui suoi peccati e chiese perdono a Domine Iddio. A un tratto, in un angolo dell'angusta cella, gli parve di scorgere qualcosa muoversi e prendere forma pian piano ai suoi occhi. Dapprima gli sembrò un topolino bianco, poi un cavallo in miniatura che a poco a poco s'ingrandì. Lo cavalcava un uomo dall'aspetto altero ricoperto da un saio, che riconobbe essere quello dei domenicani. Ma era il Santo in persona!
Il bianco destriero ed il beato cavaliere avevano ormai del tutto occupato la stretta stanza.
Quindi dalle pieghe della veste San Domenico estrasse una spada fiammeggiante e la puntò sul petto del vecchio. Fra Angelo sentì un gran calore pervaderlo e una fitta lancinante gli scosse le membra in corrispondenza del cuore.
Ma tutto ciò durò poco. Il Santo accennò a un leggero sorriso e con la mano invitò il vecchio a salire sulla sua cavalcatura. Il frate si stupì nel provare un’insolita vigoria giovanile, e con destrezza lasciò il suo giaciglio per poi salire in groppa al cavallo…
I due spiriti e il destriero volarono via dalla misera stanzetta.

I resti terreni di fra Angelo furono trovati il giorno dopo al primo canto del gallo. Era la festa del Santo Patrono, il suo volto serbava un'espressione stupefatta e al tempo stesso sorridente.
Senza clamore ma con rapidità fulminea la notizia della morte del religioso si diffuse dapprima all'interno della piazzaforte, poi nelle contrade e nei feudi adiacenti.
Il volgo, già pronto a confluire ad Agosta per partecipare alla festa di San Domenico, si diede convegno di fronte al convento del Carmine dando vita a un silenzioso pellegrinaggio.
Tutti, prima della tumulazione, volevano vedere i resti dell'uomo che in gran segreto aveva intrattenuto una relazione con il Santo Patrono. Fin dalle prime ore del mattino, quando normalmente l'aere era pervaso dalle grida di richiamo dei venditori e dei mercanti, una una piccola folla si era quindi assiepata nella piazzetta antistante il convento; l'assembramento si fece più fitto e numeroso ai tocchi dell'Angelus, tanto da divenire una moltitudine impaziente e rumoreggiante.
Il padre Priore, impressionato da quella ressa, fece spalancare le porte del cenobio e con lento procedere la folla dei fedeli fluì attorno al feretro del monaco. Un mormorio continuo di preghiere pronunciate a fior di labbra accompagnò quel lento corteo composto per lo più da gente del volgo. Le donne, con le lacrime agli occhi, mormoravano querule preghiere, gli uomini, col copricapo in mano, strascicavano i piedi e sembravano ipnotizzati. Il corpo, adagiato in una rozza bara, parve loro più minuto di quando era vivo, come se l'anima abbandonandolo l'avesse in parte rinsecchito. ll viso invece aveva mantenuto l'espressione sorridente che si era manifestata al momento del distacco dalla vita.
Per un fenomeno che priva di maestà e solennità qualsiasi corpo umano divenuto ormai proprietà della morte, le viscere del religioso produssero suoni e gorgoglii stranamente simili al lamento di una voce umana.
La moltitudine che circondava la salma del religioso s'azzittì come investita da un subitaneo mutismo. Una beghina dal vecchio volto rugoso gridò:
- Anche da morto parla con il beato San Domenico! -
Quell'affermazione fu l'inizio di un vero e proprio pandemonio.
I fedeli caddero tutti in ginocchio e la parola "miracolo" fu ripetuta più volte. La folla scalpitante che al di fuori del convento non aveva potuto assistere all'evento cominciò ad accalcarsi all'entrata nella speranza d'esser spettatrice del ripetersi del fatto straordinario. La pressione di quella massa fu così considerevole che i fedeli che attorniavano il feretro non riuscirono più a contenerla e furono quindi scaraventati contro la bara con veemenza, tanto da travolgerla. Il corpo inanimato del vecchio frate rovinò a terra.
La macabra caduta non arrestò l'isteria collettiva, che anzi fu quasi esasperata da quella scena; mille mani si protesero da quella folla vociante e cominciarono a toccare il cadavere.
Fra quegli arti ve ne fu uno che strappò un lembo del saio misero e consunto che avvolgeva il cadavere. Il turpe gesto fu subito emulato e ogni componente di quella folla impazzita cercò quindi di accaparrarsi il suo pezzetto di reliquia. Ci fu anche chi arrivò a disputarsi, col furore dei cani randagi, l'ambito pezzo di tessuto.
La salma avvizzita e ormai fredda rimase ben presto ignuda e lo scempio di cui era oggetto sarebbe trasceso in manifestazioni ancor più barbare se dei colpi di archibugio non fossero stati esplosi in aria.
Capeggiato da don Francesco Amodei in sella alla sua cavalcatura un drappello di guardie armate, per quanto terrorizzate nel vedere quel tumulto d'assatanati, irruppe nello spiazzo antistante al convento.
- Indietro, pazzi! - gridava trasfigurato dall'ira il capitano di giustizia. - Indietro, se non volete finire appesi nel piazzale del castello! -
L'orrida moltitudine si disperse in men che non si dica e sul terreno rimasero tre povere vecchie travolte dalla folla e un villano ferito al costato da un'arma da taglio. Aveva opposto resistenza senza consegnare la reliquia a un altro contendente.
Il capitano di giustizia scese dalla sua cavalcatura, entrò nel convento e nella camera mortuaria scorse i confratelli del morto ancora atterriti per lo spettacolo a cui avevano appena assistito.
Il cadavere di fra Angelo giaceva per terra supino e del tutto ignudo.
Don Francesco Amodei, mosso a pietà, si slacciò il mantello e l’usò come sudario per coprirlo. Mentre era chino in quell'operazione notò con profondo raccapriccio che qualcuno aveva avuto il tempo e il fanatismo di privare il povero frate del mignolo destro.
Gli eventi di quella giornata e lo scempio di quell'assurda amputazione rimasero ben scolpiti impressi nella memoria del volgo agostano e da alcuni furono interpretati come di cattivo auspicio.