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domenica 6 aprile 2014

Agosta - Capitolo IV




IV – Lo Spadone di Toledo


Le dita poggiate sul tavolo sembravano prive di vita. Una venuzza azzurra affiorante fra le nocche del medio e dell'indice attraversava il dorso della mano e, dopo un percorso lievemente tortuoso, s'infilava dentro la manica sporca della camicia bianca. L'unghia del mignolo era lunga tanto da raggiungere quasi l'altezza dell'anulare e sotto di essa non regnava la pulizia. A un tratto il pollice s'animò e cominciò ad abbattersi sulla superficie del tavolo con un leggero suono sordo. A esso seguì l'indice, poi il medio e infine anche le altre dita, e tutt'insieme iniziarono a produrre un nervoso tamburellio che rivelava l’agitazione del proprietario di quella mano.
Don Emanuele Rincon d'Astorga non aveva ancora smaltito l'ansia che il sogno della notte precedente gli aveva procurato. Il suo sguardo si perdeva sul fondo della stanza come se innanzi a sé non vi fosse un muro ma l'infinito. Le immagini vissute nel sonno, ancora vivide, affollavano la sua mente: rivide se stesso in una landa paludosa avvolta da una fitta nebbia mentre, armato di tutto punto, marciava con un'alabarda puntata verso il nulla. Il suono di un tamburo, celato da quell'impenetrabile bruma, riecheggiava cadenzando i suoi passi sulla superficie acquitrinosa. Lui avanzava, avanzava contro chi? Non lo sapeva. Certamente contro un nemico indefinito. Come per incanto si ritrovò al fianco di suo padre Diego, anch'egli bardato da combattimento e proteso in avanti imbracciando l'alabarda. A loro si unì anche suo figlio Cesco. Tutti e tre in marcia, avvolti nella nebbia, incontro a un nemico nascosto.
In sogno il padre non era vecchio, bensì un uomo nel pieno delle sue forze. Era nato nella lontana Spagna settentrionale e, pur d’entrare nella casta gentilizia di piccolo cabotaggio, aveva accettato di rendere i suoi servigi a Filippo II in terra di Sicilia.
Avanzare, avanzare per inoltrarsi nella nebbia alla conquista dell'indefinito. Un pensiero ricorrente, quasi un'ossessione, una maledizione trasmessagli da suo padre che, ormai adulto, raccontava a lui ancora giovinetto le loro origini umili e il suo farsi strada a colpi di spada e d'archibugio nelle Fiandre, in Irlanda, a Tunisi, a Malta e infine in Sicilia. Ogni battaglia era stata un gradino salito per avvicinarsi alla casta nobiliare.
Don Emanuele aveva completato l'impresa, e da nobile povero era riuscito a divenire benestante. Certo, Agosta era solo una piccola piazzaforte della Sicilia, borgo troppo esiguo per le sue ambizioni, ma anche una buona base per riprendere l'ascesa cominciata da suo padre Diego. Suo figlio Francesco, da tutti chiamato Cesco, avrebbe proseguito l'opera…
Avanzare dunque, sempre avanzare... prima o poi la nebbia si sarebbe diradata e i Rincon d'Astorga non sarebbero più stati dei nobilotti di provincia! Intanto, bisognava riconoscerlo, ricoprire il ruolo di Regio Secreto non era poi tanto male!
La massiccia porta della sala da pranzo s'aprì con estrema lentezza come se pesasse quanto un macigno, e nel vano apparve la vecchia Iatina.
- Vostra eccillenza mangiò? - domandò l'anziana criata.
Don Emanuele annuì e spostò innanzi a sé il piatto in cui, sparse qua e là, giacevano le briciole delle focacce di farina di ceci e d'uva passita che ormai s’erano trasferite dentro il suo stomaco. Dal calice d'argento il Regio Secreto terminò di bere il poco latte rimasto.
- Sbarazza il tavolo, Iatina! - ordinò il barone. - Dov'è mio figlio Cesco? -
- Al caricatore andò. -
Don Emanuele ruttò soddisfatto. Suo figlio s'interessava agli affari ed era andato a controllare che i sacchi di farina fossero ben scaricati sul molo.
- Suo fratello Cesare è con lui? -
- No, andò al convento dei Paolotti. -
Un moto di stizza colse don Emanuele che, alzandosi, quasi fece ribaltare la sedia su cui era seduto. Il cadetto gli dava problemi. Avesse almeno voluto intraprendere la carriera ecclesiastica! Invece andava dai frati per imparare a cantare.
Perditempo! Uomo inutile! Ma l'avrebbe riportato sulla retta via! Per cominciare, doveva allontanarlo dall'influenza negativa di quel negro maledetto che gli faceva da zio. Che idea bislacca era mai venuta a suo padre Diego d'affiancargli un fratellastro negro!
S’avvicinò pensieroso alla finestra che dava sul cuttiglio interno. Doveva versare ancora il nuovo balzello all’erario. Aveva tentato di far valere la sua carica di regio Secreto ma il Regio Esattore (mangiapane a tradimento, che Dio lo stramaledica!) aveva reclamato anche la sua quota. Lui riceveva lo stesso trattamento degli altri nobili! La Spagna e la sua guerra nell’Europa del Nord… una vera camurria! Ma non si poteva andare avanti così, qualcosa doveva cambiare!
Guardò il servo Carmelo chino a tagliare dell'erbacce cresciute intorno alle palme.
- Carmelo allora me lo curi questo giardino, sì o no? – gridò con acredine all'indirizzo del giardiniere.
Avanzare, avanzare…
- C’è mastro Ciccio Morabito - annunziò Iatina.
- Fallo entrare. Fallo entrare. Aspetto quel vastaso da due giorni! - rispose greve il Regio Secreto.
Portò le mani dietro la schiena e con la sinistra si tenne ben stretto la destra, come se fosse prigioniera. Poi, ben piantato a terra con le gambe divaricate, attese il console della confraternita dei Custureri.
Un piccolo uomo incanutito e un po' curvo fece il suo ingresso nella stanza. Il nobile, che era di proporzioni normali, di fronte a quell'omino parve un gigante. Mastro Ciccio, conformemente alla diceria che in genere si riferisce più ai ciabattini che ai sarti, era sempre trasandato nel vestire e indossava delle braghe rigonfie e fuori moda che risalivano ancora a Filiberto di Savoia.
La mano prigioniera venne liberata e poté infine roteare nella stanza. Il Regio Secreto disse:
 - Entrate. Entrate mastro Ciccio. - il tono sembrò più appropriato per un imperio che per un invito.
Con passo quasi esitante l'omino avanzò, i suoi occhi erano infatti un po' miopi.
- Allora, vi è stata pagata la commessa per le divise delle guardie? – domandò don Emanuele che già conosceva la risposta.
- Sì, come certamente vossia saprà - la voce del sarto possedeva un tono che s’addiceva a un uomo di proporzioni quattro volte superiori alla sua.
- Chi le fece ottenere l'assegnazione della fornitura dopo che il principe di Lignì si lagnò dello stato del costume delle guardie? -
- Vostra eccillenza. -
- Bene, aspetto adesso la sua riconoscenza! -
- Certo, ma voi dovete sapere che... – mastro Ciccio tirò il fiato ma quell'intervallo gli fu fatale, perché don Emanuele l'interruppe:
- Il governatore don Vincente si lamentò della fattura degli abiti. Mi sollecitò di non pagare il vostro travaglio. Se lui insiste, dovrò requisirle ciò che v'è stato già versato! -
Il sarto si schiarì la gola e disse, con una voce che salì di diversi toni tanto da divenire stridula:
- Non c'è problema vostra eccillenza. Ebbi solo tante cose da fare in questi giorni e sempre rimandai. Ma ecco, ecco tutto ciò che pattuimmo: duecento tarì. Vedete... li avevo portati con me! -
Il sarto cavò da una sacca legata alla vita la moneta sonante e la posò sul tavolo con cautela, come se si trattasse di una reliquia di San Domenico.
Per nulla intenerito, don Emanuele infierì:
- Mi è giunto del bel tessuto di Francia da Venezia. Voglio un vestito per me e i miei due figli. - Era implicito che niente sarebbe stato dovuto per quella manifattura.
La voce stentorea del custureri sembrò incrinarsi quando disse rispose:
- Sarà fatto, vostra eccillenza. –
- Ecco, bravo, questo è il rispetto che mi si deve! –
S’avvicinò all’omino e gli regalò una pacca sulla spalla.
- Adesso andate. – disse il regio secreto.
- Bacio le mani. –
- Sì, bravo, bravo… ricordatevi il rispetto! –
Adesso l’arrubari si chiamava rispetto? Si chiese indispettito mastro Ciccio, abbandonando la stanza.
Congedato il console dei Custureri don Emanuele prese a camminare in tondo per la stanza, non riuscendo a liberarsi del malumore che quella mattina lo pervadeva. L'importo ricevuto non lo avrebbe certo arricchito ma quel miserabile voleva ingannarlo: e il barone Rincon d'Astorga non si faceva menare per il naso!
- Michele! – urlò poi, e la sua voce sembrò più simile a quella di un cane arraggiato che a quella di un cristiano.
Dalle scale di legno che dal piano inferiore menavano al primo s'udì un tramestio e subito dopo apparve sulla soglia la figura massiccia del cagnotto personale del Regio Secreto.
Era abbigliato in modo appariscente e i suoi indumenti avevano sempre colori sgargianti. Facendone ampio sfoggio, amava calzare degli attillati guanti neri e degli stivali dal gambale floscio che, quando erano nettati dalla polvere, risaltavano per il loro rosso vivo. Pareva un lanzichenecco.
- Portami cappello e spadone che andiamo alla casa del popolo. –
- Eccoli, vostra eccillenza. Sapevo che mi avreste chiamato per questo! - il viso di Michele era senza espressione ma il suo atteggiamento mostrava soddisfazione nell'aver indovinato i desideri del suo padrone.
Anche la giornata soleggiata si aggiunse alle altre non note ragioni che erano causa del radicato malumore di don Emanuele. Schermandosi gli occhi con le mani, feriti dalla luce intensa, esclamò a fior di labbra: - Maledetto sole! -
Con Michele davanti a sé si avviò quindi per la dritta via, alla cui estremità s'intravedevano le mura del castello. La gente che incontrava nel suo incedere gli rivolgeva saluti ossequiosi, e ciò lo rincuorò un po'.
Gli altri signorotti camminavano con a fianco un corto stocco ma don Emanuele, che dopo il governatore rappresentava la più alta autorità della piazzaforte, si sentiva più importante e per questo, volendosi distingure, si mostrava in pubblico con uno spadone che si era fatto mandare apposta da Toledo. Non era molto maneggevole, ma gli era costato ben duecento onze!
Avanzare, sempre avanzare.
Da lontano la guardia al portone della casa del popolo lo vide arrivare. Subito si rassettò la divisa e calzò l'elmo che aveva poggiato per terra a fianco a sé. Don Emanuele attraversando l'entrata lo guardò di sottecchi e grugnì in risposta al suo saluto. Salito che fu al piano superiore si diresse sicuro verso la sala della Regia Secrezia: nella stanza d'aspetto già erano presenti diversi personaggi che desideravano incontrarlo e in un angolo intravide un alto signore dalla cui spalla pendeva una pellegrina nera e polverosa con su ricamata la croce di Malta. Lo sgherro Michele gli spalancò la porta e prima che fosse avvicinato da chicchessia gliela richiuse dietro le spalle.
Don Emanuele poggiò lo spadone sul largo tavolo che fungeva da scrittoio e su di esso posò anche il cappello. Quindi si stravaccò sulla pesante sedia dal largo schienale che gli conferiva un’aria di persona altolocata. Si guardò attorno. Quella stanza era proprio dimessa, e ciò contribuì a ricordargli quanto la sua famiglia occupasse uno dei gradini più bassi della gerarchia gentilizia.
Quanta strada doveva ancora percorrere! Ormai era un uomo maturo che il caso aveva fatto nascere in un piccolo paese della Sicilia orientale dove ai cristiani non si offrivano tante opportunità d'incontrare la buona sorte… destino infame!
- Michele! - gridò a un tratto, sfogando così la tensione che aveva in corpo.
- Eccomi, vostra eccillenza. -
- Chi c'è dietro la porta? - domandò il barone con una faccia che tradiva disgusto.
- Mastro Tonino lo zoppo, console dei Curvisieri; Paolo Putrella detto 'u Cantarano; Nicolò Quintas di Leontini; capitano Marscel Deboscé... - Michele avrebbe continuato con tono cantilenante se non fosse stato arrestato con un cenno della mano.
- Chi dicesti? -
- Capitano Marscel Deboscé. Dev’essere straniero. Si dà un sacco d'arie! –
- Fallo entrare! - Nell'attesa le mani del Regio Secreto si congiunsero sul tavolo intrecciando le dita come se si accingessero a pregare; guardandole si compiacque di nuovo della sua unghia.
- Sono il capitano Marcel de Boisset, uffiziale dell'ordine dei cavalieri di San Giovanni Gerosolimitano. - annunciò un signore smilzo con le spalle coperte da una pellegrina, che si era materializzato nella stanza quasi per incanto.
Don Emanuele distolse lo sguardo dall'amato mignolo e rimirò il cavaliere. Da quando avevano aperto la ricetta che fungeva anche da deposito di vettovagliamento per le felughe dirette a Malta, di tanto in tanto si potevano incrociare quegli spaventapasseri aggirarsi per la piazzaforte. Ma nonostante l'aria austera quei cavalieri, al Regio Secreto, erano sempre parsi proprio dei furboni!
- In cosa posso servirvi, capitano? - domandò con tono sdilinquito don Emanuele. - L'assistenza e la protezione che vi fornisco non v'aggradano più? -
- Non possiamo certo lamentarci, anche se ciò ci costa alquanto! -
Il Regio Secreto alzò gli occhi al cielo ed emise un profondo respiro.
- È la vita, signor uffiziale! Cosa possiamo farci! -
Un lieve sorriso ironico stirò le labbra del capitano de Boisset, che soggiunse:
- Dei miei buoni conoscenti mi hanno chiesto di parlarvi. -
- Su quale argomento? -
- Qualche centinaio di onze. -
La lunga unghia del mignolo grattò l'orecchio destro di don Emanuele.
- Mercanti? -
- Sì, chiamiamoli così! -
Il Regio Secreto, poggiandosi con le mani sul ripiano della pesante scrivania, si levò in piedi spostando indietro con gran frastuono la mastodontica sedia su cui sedeva. Si diresse verso la finestra che dava sulla via sottostante, mentre accostava le imposte notò un pecoraio appoggiato a un carretto con una gerla parzialmente colma di forme di formaggio sulle spalle. Muto, guardava in su in direzione della finestra, ma appena incrociato lo sguardo del Regio Secreto si drizzò e cominciò a gridare a squarciagola:
- U bello fommaggio! U bello fommaggio chi duna a tutti fozza e curaggio! -