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sabato 5 aprile 2014

Agosta - Capitolo III





III – Tutti i Santi del Paradiso


La coda di Gioacchino arrivò quasi a fustigarsi la groppa e quattro mosche scapparono via in un volo impazzito per poi posarsi nuovamente sui poderosi fianchi dell’animale. La stessa scena si ripeté poco dopo, seguita da un'altra e poi da un’altra ancora, come se quei colpi di coda, in effetti, scandissero il tempo di quella mattinata. Il cavallo s’abbeverava alla fonte di una delle due sorgenti d'acqua dolce che rifornivano Agosta e gl'immediati dintorni. Gioacchino trangugiava con avidità perché sapeva che avrebbe potuto dissetarsi solo a mezzodì e al vespero, prima di rientrare in stalla.
Quando fu sazio di tutta quell'acqua, con un acuto fischio Diego gli comandò di riprendere la marcia e commentò:
- ... Eh basta! ... che tutta st’acqua finisce in pisciazza! –
Gioacchino mosse le orecchie mostrando disappunto: certo che presto sarebbe finita in pisciazza, mica era un cammello!
Dopo appena qualche centinaio di canne il barroccio s'arrestò e i due sposi si separarono. La donna sarebbe entrata in paese, l'uomo invece avrebbe proseguito col carro per effettuare il primo carico alla salina nuova. Attraverso la sterpaglia fiancheggiante la strada che menava al paese, Teresa intravide almeno cinque felughe veneziane ancorate nei pressi del caricatore della baia. Era buon segno perché se c'erano imbarcazioni da carico ci sarebbe stata necessità del servizio di Diego 'u carritteri e ciò avrebbe favorito l'arrivo di nuovi grani e tarì.
La giovane donna viveva un periodo felice quanto mai aveva potuto conoscere nella sua vita. Gli anni d'infanzia erano stati difficili ed i suoi occhi avevano visto la laidezza della sofferenza e tali immagini si erano impresse nella mente, così da rappresentare un costante monito a ciò che non doveva più essere vissuto.
Una farfalla dalle ali arancioni svolazzava su prati rigogliosi e ricolmi d’un verde intenso che, come ogni anno, si sarebbe stemperato e poi definitivamente ingiallito nelle prime settimane di giugno.
A Teresa le giornate estive piacevano parecchio, solo che oltre al cielo terso e al mare azzurro portavano anche la canicola, difficile da sopportare per chi fa lavori pesanti.
Pensò a chi era costretto a lavorare nelle saline per poter vivere e al suo Diego che quel lavoro l'aveva fatto per tanti anni, fin da quando era bambino, senza mai prendersi la malaria poiché San Domenico gli voleva bene.
Immersa com'era nei suoi pensieri, non s’accorse di essere quasi giunta all'imboccatura del ponte lungo, dove già ferveva l'attività dei muratori che ormai da diversi mesi vi lavoravano intorno. Due soldati armati di lunghe alabarde appuntite osservavano svogliatamente, immersi nel loro ozio, l'attività – per la verità non molto alacre – di quegli svogliati manovali.
Teresa, insieme a un gruppo di villici, superò il ponte e non passò inosservata, poiché un muratore originario della Bruca annunciò urlando:
- Cumpari, taliate chi sta passando: Teresa 'a Saracina! -
Gli operai diedero sfogo ai loro apprezzamenti. Uno di essi, che colla testa sollevata beveva dell’acqua fresca da una quartara, quasi soffocò per l'eccitazione e provocò un'ondata d'ilarità che investì tutti, anche i soldati, distratti per un attimo dalla monotonia del loro turno di guardia.
- Bella fimmina, t’ammuccassi cu nu buccuni, comu nu pezzu i pani ca’ racina passita! –
- Iu ma l’ammuccassi macari sanza racina! -
Acuti fischi d’approvazione accompagnarono quello scambio fra i due operai.
Teresa si divertì per quella scena, ma si trattenne dal mostrarlo. Quindi passò sotto la porta d'ingresso delle mura e cominciò la salita lungo la scalinata che fiancheggiava i bastioni Vigliena e poi quelli di San Giacomo.
La giornata ormai s'era scrollata di dosso l’indolenza mattutina e le attività fervevano all'interno della cinta. Il sole era alto nel cielo e già quasi scaldava, come se in anticipo fosse arrivato al solstizio d'estate. Un dolce vento di ponente aveva spazzato via le poche nuvole sparse che si aggiravano nel cielo dalla sera prima.
Teresa si sentiva proprio allegra e avanzava saltellando come una bambina irrequieta poiché non riusciva  a controllare la vivacità che s’era impadronita delle sue gambe. Superati i bastioni di San Giacomo si ritrovò fra le prime case del paese. S'inoltrò fra di esse, e passò accanto all'ospedale Sant'Antonio, dirigendosi verso la chiesa madre per salutare San Domenico. Sul sagrato si stese sul capo il fazzoletto bianco che portava annodato attorno al collo.
Dentro l'edificio, il cui interno era appena illuminato dai raggi solari, il tepore della giornata primaverile non era ancora entrato e l'aria era tanto fresca che Teresa quasi ebbe i brividi. Immerse la mano nell'acquasantiera di marmo a forma di largo catino e si segnò la croce. In fondo, dove risiedeva l'altare, il sagrestano stava smorzando le fiammelle dei ceri con lo spegnitoio, alla cui estremità era fissato un imbuto capovolto; quando dovette passare di fronte al tabernacolo s'inginocchiò, quasi crollando sulla pedana di legno, e provocò una sonora eco che risuonò su per le massicce volte della chiesa.
Teresa si diresse in un angolo ben preciso della canonica e si genuflesse sotto il quadro di San Domenico, raffigurato nell’atto di reggere sul palmo della mano destra una chiesa e sulla sinistra un giglio
Col capo chino e le mani giunte, impreziosite da una corona di rosario fatta con semi di carrubo, cominciò dunque a pronunciare a fior di labbra una serie di giaculatorie in parole a lei incomprensibili che aveva appreso da sua nonna:
- Fighia bedda, tu devi pregare il Pater Noster per dedicarlo al Santissimo Salvatore accussì ti dà il pane e la saluti. Subito dopo devi pregare l'Ave Maria per divenire cummari de la Santissima Addulurata chi ti dà la sirinità e la spittizia. Non ti devi scordare però che devi fare la stessa priiera magari alla Santissima Immacolata che, essendo soru de l’Addulurata, è imbiriusa. Capisti? -
Teresa conosceva anche l'Angelus Dei e il Requiem Aeternum, che mormorava al termine dei colloqui col Paradiso per congedarsi. In generale però le preghiere più utilizzate erano il Pater Noster e l'Ave Maria, che recitava alla bisogna e a seconda che si rivolgesse rispettivamente a un Santo o a una Santa.
Grazie all'insegnamento della nonna la giovane donna conosceva le competenze di molti altri beati[1]. L’ava di Teresa era un’esperta su come farsi benvolere dai santi. Infatti per riuscire a trovare un partito che potesse essere adatto a sua nipote aveva indirizzato per un anno intero un Pater Noster e un'Ave Maria a Sant'Antonio da Padova e a Santa Rita che, era noto a tutti, erano promessi sposi.
Quella mattina però 'a Saracina era inquieta poiché li aveva già passati in rassegna tutti ma non riusciva a ricordare quale fosse la Santa a cui rivolgere una supplica per cercare di rimanere gravida o il Santo che fornisse a Diego la capacità di concepire un cristianello con il suo seme. Provò così a rivolgere una preghiera a San Domenico, perché tanto male non faceva. Ci mise poca convinzione, però, anche se promise che se le fosse nato un figlio gli avrebbe imposto il nome del Santo.
Velocemente sussurrò le preghiere di commiato, eseguì il segno della croce, ripose la corona di rosario nella tasca dell’ampia gonna e abbandonò quel fresco luogo sacro. Giunta sul sagrato, l'accolse ancora il sole splendente.
Percorse quindi una delle vie trasversali che, attraversando il paese, collegavano le due sponde del penisolotto su cui la cittadella era sita e si ritrovò in un’angusta piazzetta dominata dal convento del Carmine.
Qui giunta,Teresa vide uscire fra Angelo accompagnato da Ianuzzu, l'uomo di fatica al servizio dei pii fratelli. Gli si accostò e, accennando una genuflessione, gli baciò la mano. Tutti in paese dicevano che era un santo: si mormorava che ogni notte venisse a trovarlo nella sua cella San Domenico e che insieme s'intrattenessero a parlare come buoni amici.
Fra Angelo più volte aveva smentito questa storia e aveva impedito che divenisse oggetto di venerazione. Una volta erano persino giunti ad Agosta degli alti prelati della Santa Inquisizione per interrogarlo. Lui negò sempre ogni cosa, sostenendo che quella storia era stata inventata dal volgo. Per maggiore sicurezza, a ogni buon conto, per più d’un anno nella cella del vecchio frate aveva dormito un domenicano col preciso scopo di controllare che non vi avvenissero incontri celestiali. Dopo quel lungo periodo di sorveglianza fu dichiarato che incontri con San Domenico non ve n'erano e che il tutto era stato partorito dalla fervida mente del popolo ignorante.
Tuttavia il volgo alla verità ufficiale non credette mai, e nutrì sempre il sospetto che tra Angelo e il Santo Protettore della piazzaforte ci fossero contatti.
- U Signori t’ abbenerica, fighia bedda! Dove vai? -
- Da mia nonna, padre. -
- Brava, brava... povera vicchiaredda, tuo zio la lascia sempre da sola! Diego come sta? Bene... bravi, bravi tutti e due... devi dire a tuo marito che mi promise d'andare, prima della festa dell'Immacolata, presso la massaria di Vincenzo Satora per portare al convento quattro quartare d'olio che il brav'uomo ci donò. Lo sai perché? - domandò il frate con fare cospiratorio. - Perché pregammo per un mese per intercedere presso la Madonna del Carmine e ottenere la guarigione di suo figlio sul cui piede era caduto un bel pezzo di pietra giuggiolena! Certo, adesso è un po' ciuncato ma il piede gli è rimasto! La Madonna del Carmine è grande e Vincenzo è un bravo cristiano... brava, brava vienimi a trovare! -
Regalò un buffetto alle guance della giovane e riprese a camminare, seguito dal fedele Ianuzzu che reggeva una gerla vuota sulle spalle; sarebbe stata colma delle offerte dei fedeli al loro rientro in convento.
Poiché la popolazione utile a cui fare la questua non era sufficiente per sostentare i conventi e i monasteri che affollavano la cittadina, già da tempo i religiosi si erano organizzati a per chiedere l'elemosina a turno: il mercoledì era giorno dei Carmelitani[2].
Teresa fece un cenno di saluto anche a Ianuzzu che, muto dalla nascita, rispose con un suono simile al il guaito d’un cucciolo di cane.
Chissà, forse quella notte fra Angelo, incontrandosi con San Domenico, gli avrebbe parlato di lei!
La giovane trovò la nonna seduta sull'uscio intenta a sbucciare, su un largo piatto di coccio posato sulle ginocchia, delle fave fresche.
S’abbracciarono come se non si vedessero da svariate settimane, anche se le visite che la nipote le faceva erano quasi giornaliere.
- Teresuccia bedda, piglia un piatto e una seggia che mi aiuti a sbucciare! - la invitò la vecchia nella cui bocca s'intravedeva reduce un solo incisivo.
Teresa si sedette a fianco della nonna e muta cominciò a mondare.
- Più cresci e più mi sembri simile a mia madre come se tu ne fossi la sorella! - esordì la vecchia che, interrotto il lavoro, osservava con i suoi occhi incavati i tratti della nipote. - Per fortuna non prendesti nenti da tuo padre. Io glielo dissi a ma fighia che non mi piaceva, ma lei me lo volle portare a casa e restò gravida ancora prima di maritarsi. Mentre tu nascevi tuo padre se ne andò con la goletta con cui arrivò per tornarsene da dove partì... lontano a settentrione dove piove, tira vento e il mare è sempre friddu. Lui si chiamava Micaele e diceva che veniva dall'Olanda, ma quando parlava io non capivo niente! Beddu, era beddu! Con tutta la divisa di guardia spagnola, gli occhi azzurri e i capelli del colore del grano maturo! Quando la sera veniva da tua madre era sempre ‘mbriaco. Nessuno sa più niente di lui... e io non so più niente di tua madre, che se ne scappò con te picciridda insieme a un altro marinaro che veniva da Amalfi... Madonna Santissima che fighia che ebbi!... aveva una testa pazza! ... Ricordo ancora quando un marinaro veneziano bussò a questa porta con te bambina, tanto secca che sembravi un asparagio! Tua madre a lui t’affidò per rimandarti a me, perché non riusciva a darti da mangiare... ti ho cresciuta io, Teresuccia mia, e allora non è come adesso che il Signore ci da’ abbondanza, c'era poco da mangiare... adesso si sta bene… tuo zio s'è accattato la barca e fa il pescatore e nel nostro mare pesce ce n'è assai. Tu ti maritasti a un brav'uomo lavoratore e io posso morire tranquilla! -
Ascoltando la nonna Teresa ripensò a sua madre, i cui tratti del viso erano sfumati e incerti. Gli anni trascorsi insieme a lei erano solo un vago amalgama d'immagini da cui era difficile estrarre una vicenda o un avvenimento ben definito. Quell'accozzaglia di ricordi le procurava una sensazione fastidiosa di sofferenza e di paure, tante paure, che la donna non riusciva, in verità neanche voleva, rammentare.
- Nonna, io non riesco a rimanere gravida con Diego. - annunziò con voce piena d'apprensione, mentre guardava le mani ossute e deformate dalla vecchiaia dell'anziana donna.
- Certo facile non è con un uomo della sua età! Ce l'hai ancora il sacchetto legato sopra la panza?-
- Sì, ormai lo porto dal giorno di San Giuseppe! Non vi ho chiesto, ma che c'è dentro? -
- Il cuore essiccato d’una cagna gravida. -
- Forse queste cose non servono a niente, nonna. Forse bisogna pregare un Santo che ci faccia l'intercessione. Sono andata in chiesa madre ma non sapevo a chi pregare. Recitai un Pater Noster a San Domenico. Feci bene? -
Una ciocca di grigi capelli scivolò sulla fronte rugosa della vecchia che con la mano, quasi con mossa civettuola, se la portò dietro l'orecchio.
- San Domenico bene ci vuole, lo sai. Ma non è a lui che bisogna rivolgersi. Solo alla Santissima Vergine si deve pregare. Lei è stata madre e capisce questo tipo di problemi. Ma con i Santi, non si sa mai quando esaudiscono le suppliche! Prima o poi la grazia te la fanno, ma quando? Diego è vecchio e per quanto forte, non si sa mai... bisogna annacarisi! Quando avremo finito di mondare le fave faremo visita a Iana l'orbicella e le chiederemo nu consighiu. -
- Ma nonna! Mi raccomandaste di portare il sacchetto sopra la panza fino adesso e non è servito a niente... la pagammo pure un tarì! - protestò Teresa scrollando la testa e smuovendo le onde dei suoi capelli corvini.
- Fidati, tua nonna ti consigliò sempre per il meglio! -
La vecchia riprese il suo lavoro e la nipote silenziosa e rassegnata l'imitò.
Dopo qualche minuto il piatto di legno si riempì di fave verde smeraldo. I baccelli, ormai vuoti, furono ammucchiati in un angolo.
Gioacchino avrebbe avuto una cena regale, pensò Teresa.





[1] Faceva parte della cultura religiosa dell’epoca la conoscenza del ruolo protettore dei  santi. Per esempio: Sant'Andrea lo era dei naviganti, la Madonna della Provvidenza dei carrettieri e dei mulattieri, Maria Santissima dell’Itria dei campagnoli, Santa Lucia degli occhi, Sant'Apollonia dei denti, Sant'Agata del seno. Fra tutti dominava San Domenico protettore d’Agosta. Alcuni santi giocavano un ruolo terapeutico come San Sebastiano che scongiurava l'ernia, mentre San Biagio i mal di gola. Tale perizia consentiva ai credenti d'indirizzare ai beati suppliche su argomenti specifici e inoltre, avendo dimestichezza delle loro relazioni interpersonali, delle loro amicizie e delle loro parentele, si sapeva anche come rivolgere le preghiere a più santi in modo da creare dei veri e propri"consensus" celestiali in favore delle varie richieste. Saper trattare con i beati a quei tempi era veramente considerata una cosa importante!

[2] Per fornire un’idea del numero dei conventi ospitati ad Agosta in quel periodo li citerò tutti: quello di san Biagio, di san Francesco d’Assisi, dei Padri Cappuccini, dei frati Minori Osservanti, dei Padri Minimi (Paolotti), dei Carmelitani, dei Padri Predicatori di San Domenico. C’era anche un monastero, quello di Santa Caterina, che era ricettacolo delle figlie dei nobili non accasate. Non male per un borgo che doveva contare poco più di ottomila anime!