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giovedì 3 aprile 2014

Agosta - Capitolo I



I - Una giornata come le altre


I raggi del sole cominciarono a sbiadire il buio della notte senza luna. Il crinale delle colline che delimitano la marina di levante si stagliò contro lo sfondo arancione cupo di quell’alba del milleseicentosettantacinque.
La lingua di terra su cui giaceva la piazzaforte cominciò a delinearsi in mezzo alle due baie e la luce della torre Avalo, che aveva brillato tutta la notte, si fece più fioca. Una lieve brezza risalì verso l’entroterra e, come una mano leggera, levò la coltre di sonno che aveva coperto Agosta durante la notte.
Il sole sembrava svogliato e avrebbe impiegato più di un'ora prima di affacciarsi sopra il poggio. Solo allora i suoi raggi avrebbero colpito l’imponente e secolare ulivo che da tempo era stato colonizzato da uno stormo di passeri chiassosi.
Teresa aprì gli occhi.
Il marito ancora le dormiva a fianco mostrandole il tergo, e il suo respiro pesante era sovrastato dal ciangottare degli uccelli che all'improvviso vivacizzarono i loro dialoghi. Il leggero affanno del dormiente s'arrestò e rimase sospeso nel silenzio della miserabile stanza. Poi, trascorso qualche attimo, aprendo e chiudendo diverse volte la bocca a guisa di chi assaggia qualcosa, l'uomo riprese a respirare.
Attraverso le nere ciglia Teresa osservò la sua barba ispida, il naso camuso, la pelle del viso seccata al sole e i capelli arruffati che, rossigni, campeggiavano sulla testa tonda. No, non dormiva accanto a chi aveva immaginato di sposare, quando era ragazzetta! Ma sua nonna, che sapeva come andavano le cose del mondo, l'aveva data in sposa a Diego 'u carritteri perché aveva un travaglio e se la sarebbe presa anche senza dote.
Era una grazia di Domine Iddio!
Fra le bambine che erano sue compagne di gioco durante l’infanzia solo Rosaria viveva dignitosamente ad Agosta. Due erano morte perché la febbre malarica se l'era portate via, alcune facevano la malavita dai Bellomo, altre facevano la vita di malaffare sotto le mura di qualche guarnigione spagnola ed altre ancora erano sparite senza lasciare traccia. Si girò supina e guardò il soffitto di canne che si distingueva appena in quella luce tenue tenue.
Almeno lei un tetto sopra la testa l'aveva. E anche quattro capre, cinque conigli, due mandorli, un carrubo e un robusto cavallo da tiro di nome Gioacchino. Dietro la spessa tenda che in quell’angusta dimora separava i cristiani dalle bestie sentì un battere di zoccoli pesanti sul pavimento e poi lo scroscio inconfondibile d’un urinare copioso.
Fra meno di un'ora sarebbe cominciata una nuova giornata di lavoro e Diego avrebbe condotto il cavallo, scendendo dal poggio giù per la trazzera, fino ad Agosta. Da lì, secondo le necessità, avrebbero fatto la spola fra il caricatoio, lo zuccherificio o le saline.
Insomma, Teresa si riteneva una donna agiata grazie all'oculatezza di sua nonna. Certo il suo Diego era brutticello e forse un po' troppo vecchio. Gli osservò ancora il viso segnato dal tempo e percorso da un fitto intreccio di rughe. Sembrava coetaneo di sua nonna, ma il corpo era ancora forte e vigoroso come quello d’un giovane.
La donna, facendo la massima attenzione, si levò dal suo giaciglio tentando di non far scricchiolare la paglia. Una volta alzata stirò il giovane corpo alzando le braccia con le mani chiuse a pugno. Poi fece scivolare sul lungo camicione la veste, che anche se un po' consunta faceva risaltare la sua vita stretta. Infine indossò il corpetto.
Una volta fuori inspirò la fresca aria del mattino di quel primo giorno di maggio. Subito le venne incontro scodinzolando Sozzo, il cane da guardia, che per salutarla le leccò la mano.
All'incerta luce del primo albore raggiunse quindi il carrubo che si ergeva spandendo i suoi rami su un rialzo del terreno. Alzò con mossa vigorosa le sue sottane e s’accosciò sotto l’albero a minger acqua. Guardò di fronte a sé.
Il panorama che si offriva ai suoi occhi le procurò un senso di pienezza. La campagna ai suoi piedi si estendeva selvatica e al tempo stesso rigogliosa, colma com'era d’olivi, mandorli e carrubi. Più in là si scorgeva Agosta ancora poco illuminata dai raggi solari, ma si potevano distinguere la mole rossiccia del castello e il sovrastare delle chiese sulle basse costruzioni. In fondo, lontanissima, la lanterna di Torre Avalo, che segnalava l’ingresso al porto, emetteva ormai solo una fioca luce e ben presto sarebbe stata spenta. Nella rada alcune imbarcazioni scivolavano sull’acqua come piccoli insetti.
Teresa sospirò e ringraziò Domine Iddio perché era contenta di tutto ciò che aveva: salute, cibo a sufficienza, un comodo giaciglio per dormire e una casa, per quanto modesta, per riscaldarsi.
Si drizzò e ridiscese verso la dimora per andare a trovare le sue caprette: Turchina, Cometa, Stella e Lunetta. Le trovò in un angolo della stalla. Non appena la vide Lunetta la salutò con un tremolante belato: la donna le si avvicinò, prese un basso sgabello e sedendosi dietro a essa cominciò a mungerla. Subito il latte cominciò a riempire il secchio di legno posto sotto il ventre dell'animale.
Mentre eseguiva quel lavoro Teresa si voltò a osservare il cavallo, che divideva la stalla con le caprette. Gioacchino era alto e forte, il migliore che si potesse trovare in Agosta e dintorni. Riusciva a trainare carichi di centinaia di rotoli senza fatica apparente, e costituiva la loro principale fonte di guadagno. Diego aveva già trovato in contrada Milano una cavalla che era adatta per essere coperta da Gioacchino, ed era già stato stabilito il prezzo dell'eventuale puledro: dodici onze. Il solo accoppiamento costava due onze. Tanto denaro!
Fino ad allora lei e suo marito erano riusciti a risparmiare appena duecento tarì. C'era solo da sperare che il cavallo fosse più prolifero del suo padronoe. La donna sentì il marito, oltre la tenda, rigirarsi sul nel suo giaciglio, entro poco si sarebbe destato.
Finito ch'ebbe la mungitura accarezzò Lunetta e riprese a eseguire la stessa operazione con Cometa, Stella e Turchina. Quando il secchio fu pieno, prendendolo a due mani lo portò fuori della stalla e lo pose di fronte all’uscio. Si diresse poi verso il pozzo. L'acqua che vi si poteva raccogliere era salmastra, ma era una ricchezza lo stesso perché andava bene per innaffiare l’orticello dietro casa, per lavare e per pulire la stalla.
Lasciò cadere la secchia in fondo al pozzo e la sentì raggiungere l’acqua con un tonfo. Quindi Attese che affondasse e cominciò a tirare con ampi strappi delle braccia. Gocciolante, il bugliolo risalì strusciando sulla parete della stretta cisterna. Cadendo, le gocce provocavano suoni argentini amplificati dall’eco del pozzo.
All'improvviso due mani l’afferrarono per i fianchi, stringendola.
Sorpresa, Teresa lasciò scivolare la corda fra le dita e la secchia ricadde sull'acqua. Due ferree morse l'attrassero contro un corpo virile. Da dietro le furono sollevate le vesti. Sul collo sentì il fiato greve dell’assalitore. Non si ribellò, non oppose resistenza, ma rimase rigida, prona, colla corda ancora fra le dita mentre divaricava leggermente le gambe.
Sozzo cominciò ad abbaiare furiosamente, eccitato nel vedere i suoi padroni copulare. Una mano era ora sul petto della donna e serrava la mammella che con malagrazia era stata liberata dal corpetto, l'altra la stringeva al fianco. Ma quell'affannoso assalto si stemperò ben prima che la meta fosse stata raggiunta. Teresa sentì, appena dietro la nuca, dei rauchi rantoli provenire dalla bocca dell'uomo e un liquido denso colarle sulle cosce e scenderle giù per le gambe. Nessun grido, nessuna parola, solo mugolii ed affanni. La mano lasciò libero il seno di Teresa e il corpo dell'uomo si staccò da lei. Le vesti le ricaddero ai piedi. Sozzo guaì dolente.
Con le lacrime agli occhi la donna si riassettò il corpetto dopo aver ricoperto col camicione la mammella arrossata, poi riprese a tirar su il bugliuolo dal pozzo e una volta recuperato lo posò sul muretto. Si asciugò le lacrime col dorso delle mani e si voltò.
Suo marito, col capo chino, aveva appena terminato di racconciarsi e s'osservava i piedi sulla nuda terra. A quegli atti bestiali Teresa era ormai abituata e ben li sopportava perché sapeva che costituivano la sola manifestazione un po’ rude di Diego. Suo marito desiderava un figlio più d’ogni altra cosa e per questo s’era ammogliato con una donna giovane che potesse partorire un robusto erede. Quegli assalti tradivano il disappunto di non riuscire a procreare delle creature a cui lasciare ciò che aveva ottenuto in una vita di lavoro: una casa, un carro, un pozzo, un orticello, delle capre, un cavallo e un terreno non troppo roccioso di quindici are dietro il casolare. Su di esso aveva anche piantato delle viti che, a Domine Iddio piacendo, già il prossimo anno avrebbero potuto produrre dell'uva buona da pigiare per farci il vino calabrese.
Sul volto di Teresa si dipinse un sorriso. Si avvicinò al marito e l'abbracciò. Infilò poi le dita fra i capelli rossigni e arruffati dell’uomo e disse:
- Diego, Diego non ti straziare. Avremo anche noi un bel picciriddu! -
- E come? Con il Santissimo Spirito Santo! - rispose lui scontroso con la voce ancora roca dal sonno.
- Non bestemmiare! Ti dovresti lavare la bocca con l'acqua santa! Oggi andrò da mia nonna, vedrai che ci può aiutare. Lei conosce delle magie saracene! -
- Magie, magie! Sei tu che bestemmi, adesso! Sono troppo vecchio e il mio seme non è più buono. Lo pensano tutti. Dove vado vado, al caricatoio, alle saline, al fondaco, allo zuccherificio… tutti lo dicono con gli occhi: Diego non è più buono per figli! -
- Non è vero, non ci credo! Hai un corpo forte che può confrontarsi con quello di un giovine. Forse non sono fertile! Ma vedrai che mia nonna Alfonsina ci aiuterà. -
Teresa guardò il volto dell’uomo e continuò a scompigliargli la massa di capelli fulvi. Diego quasi per schernirsi sorrise come un picciriddo e attraverso la fessura della bocca era possibile intravedere il vuoto lasciato dagli incisivi mancanti. Quel volto virile così sgraziato provocò nell’animo della giovane un traboccare di tenerezza. Suo marito – faticosamente, ma anche caparbiamente – aveva cercato di uscire dalla più profonda miseria in cui i suoi oscuri natali l'avevano posto. Stringendolo a sé e affondando il viso nel suo petto sospirò.
Si nutrirono con latte di capra, pane nero condito con olio fresco di trappeto e una manciata di fave raccolte nell’orto retrostante la casa.
Diego portò fuori della stalla Gioacchino mentre sua moglie raccolse gli escrementi prodotti dagli animali nel corso della notte, aggiungendoli a quelli già accumulati che formavano un monticello al riparo d’una tettoia di legno.
Fra poco ce ne sarebbe stata una quantità sufficiente da spargere nel piccolo vigneto e nell'orto.
Con qualche secchiata e alcuni colpi di foglie di palma nana, usata a mo’ di scopa, la stalla fu rapidamente nettata e del fieno fu aggiunto nella mangiatoia delle caprette.
Il carrettiere aveva già aggiogato il cavallo al carro che ormai aveva tutti i parapetti scoloriti, tanto che le figure dei variopinti paladini non risaltavano più come un anno prima, quando i colori erano stati ravvivati in occasione della visita del principe di Lignì. Mastro Carmelo doveva aver usato dei colori scadenti per eseguire quel lavoro! Diego si ripromise di farglielo notare.
Prima di salire sul carro Teresa prese il secchio col latte di capra. Diego invece controllò che i finimenti fossero tutti ben serrati poi, con le redini in mano, saltò sul carro e facendole schioccare a mo' di frusta fece muovere il cavallo che a testa bassa prese subito a trottare. Ma il cocchiere le tirò: poiché non c'era fretta, si poteva benissimo procedere al passo.
Teresa, seduta sul bordo posteriore del carro, dondolava le gambe come una bambina e osservava la trazzera scorrere sotto di sé. Guardò la sua amata dimora allontanarsi. A lei sembrava proprio un castello!
Il sole fece capolino dal poggio e un raggio colpì il viso della donna, che si schermì gli occhi con la mano e sorrise.
Il cane Sozzo seguì il carro per diverse decine di canne, ma quando Teresa imperiosamente gli disse - Basta, torna a fare la guardia - s'arrestò subito e, con un’espressione colma di mestizia, guardò i suoi padroni e l'amico Gioacchino andare via.