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giovedì 13 febbraio 2014

The refugee camp, far away from Aleppo - 7


Era seduto su un blocco di cemento ed aspettava il suo turno. 
La testa china, lo sguardo fisso per terra e l'espressione imbronciata scoraggiavano chiunque a rivolgergli la parola.
Aveva camminato per cinque notti e dopo sei giorni di solitudine il campo profughi di Reyhanli gli sembrò una metropoli.
... ... ...
Era stato un viaggio pieno di tensioni.
Aveva seguito le strade e s'era aiutato seguendo le indicazioni. I rumori anche i più lievi lo facevano sussultare ed ogni qual volta che vedeva dei fari si gettava a terra.
Temeva d'incontrare qualche fanatico dell'ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant; nota dell'autore). Controllavano alcune zone della striscia di terra che da Aleppo porta al posto di frontiera Bab al-Hawa.
Lungo il viaggio incontrò dei poveri contadini nessuno si rifiutò di dargli da mangiare, più per paura che per pietà.
Quando arrivò  vicino al posto di frontiera pensò che fosse più prudente aggirarlo.
Le famiglie transitavano senza subire dei veri controlli. Gli uomini solitari come lui venivano reclutati a forza.
S'infilò  in un boschetto ed aspettò la notte.
All'alba salì su un albero ed osservò  il mondo sotto di lui.
Il confine era malamente tracciato ed una rete mal ridotta segnava la separazione fra i due paesi. La si poteva chiaramente distinguere perché il terreno attorno al confine era stato disboscato.
Lasciò il suo punto d'osservazione avanzò un po' e salì  su un alto albero che spiccava sugli altri. Notò delle pick-up giapponesi che percorrevano su e giù lo spazio erboso.
Certamente erano gli uomini dell'IF (Islamic Front, organizzazione meno radicale della ISIL ma d'ispirazione religiosa; nota dell'autore). Ne distinse la bandiera. Vide anche sporgere dei lanciarazzi RPG dalle camionette.
Sì, forse avrebbe potuto allontanarsi ancora più dal posto di frontiera e tentare d'arrivare in Turchia passando da un luogo più tranquillo ma era stanco. Era terribilmente stanco.
Aveva sonno ed aveva paura d'addormentarsi rischiando di cadere giù. Avrebbe dovuto trovare un angolo dove nascondersi e mimetizzarsi in qualche maniera. Senza dubbio i guerrieri ribelli islamici pattugliavano il bosco durante il giorno.
Decise di scendere dicendosi che comunque gli uomini dell'IF non erano dei fanatici e non gli avrebbero fatto del male gratuitamente.
Stava per farlo quando sentì il suono ritmato di un'arma automatica.
Una pick-up stava facendo marcia indietro. Vide l'uomo in procinto d'arrampicarsi sulla rete. Evidentemente pensava di scavalcarla dopo il passaggio dell'auto ma qualcosa non aveva funzionato e doveva esser stato notato.
Il fuggitivo fu raggiunto dai colpi e s'accasciò sulla rete. I ribelli lo raggiunsero e continuarono a sparargli sulla schiena.
No, era meglio restare sull'albero.
Si mise a cavalcioni su due rami che si divaricavano sotto di lui. Si tolse la cintura la passò intorno al tronco e la tenne stretta con le mani. Appoggiò la testa contro la ruvida corteccia e pregò Allah che non gli facesse lasciare la presa durante il sonno.
Sonnecchiò, in realtà, poiché la sensazione di pericolo gl'impedì di trovare il vero riposo ristoratore.
Per qualche breve istante riuscì anche a sognare.
Vide Abdel che, riverso sul ventre e bagnato dalla pioggia di Aleppo, gli sorrideva facendogli con la mano il gesto di fuggire.
- Scappa,vai via ... vai da Angelina Jolie e dimentica la guerra. - gli diceva il suo amico morente.
La notte arrivò.
Lui scese dall'albero e cauto si diresse verso la rete.
Le camionette passavano, ma molto più raramente.
Attese ancora qualche ora al bordo del boschetto. Arrivò  la notte fonda illuminata dalla luna crescente. Quelle ore d'attesa gli permisero d'individuare il punto più adatto per passare il confine.
Finalmente ne trovò uno dove gli parve che la rete non fosse assicurata al suolo. Sarebbe scivolato sotto.
E così fece.
Tutto sembrò così facile che quasi non credette d'essere in Turchia. Cominciò a correre nel buio fino a quando arrivò  nei pressi d'una strada.
Sotto la fioca luce lunare gli sembrò di distinguere un'indicazione. S'avvicinò e lesse Reyhanli in alfabeto occidentale. Sì, era in Turchia.
Rise, rise a crepapelle.
... ... ...
- Come ti chiami? Io, Jaffar. - il suo vicino di fila gli tendeva la mano la mano.
- Ahmad. - rispose senza distogliere lo sguardo da terra.
- Anche tu a tagliarti i capelli? Da quanto sei nel campo profughi? -
- Da ieri. -
- Da dove vieni? -
- Da là. - e gl'indicò il cancello d'entrata del campo.
- Sei siriano? -
- E tu sei una spia? - domandò Ahmad girandosi verso Jaffar. Era magro, aveva l'aria patita ed una età indefinita. La pelle era chiara, quasi lattea.
- Ne ho l'aria? -
- Cosa vuoi che ne sappia? Io non mi fido di nessuno. -
- Fai bene ... ma tu sei giordano. Il tuo accento non mente!- disse Jaffar con l'aria soddisfatta - Io sono algerino d'origine, anzi berbero e vivo in Francia. Sono professore d'arabo. -
Ahmad gli porse la mano.
Sì, forse la sua avventura era finita ... forse sarebbe tornato a casa.