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domenica 9 febbraio 2014

Le bottane ed il meno quattro

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Al liceo classico Giovanni Berchet di Milano avevo un soprannome: il Terrone.
Niente d'originale, bisogna ammetterlo.
Approdai in quel liceo nell'anno accademico 1970-1971 dopo aver lasciato il liceo classico Megara di Augusta. Dalla profonda Sicilia alla nebbiosa Lombardia.
- Beato te che vai al nord! ... lì le donne sono tutte bottane! - mi dissero i miei amici.
Può sembrare un luogo comune, parodiato da tanti film in cui Giancarlo Giannini ha fatto da mattatore, ma era la realtà! Nel sud, il nord era rappresentato come un luogo dove si praticava la libertà sessuale e tutte le vicende politiche che lo caratterizzavano e che contenevano i prodromi degli "anni di piombo" erano misconosciute.
Devo essere più preciso: a nessuno, in provincia di Siracusa, gliene fregava niente di tutti quei fatti. Infatti poco ci si interessò della bomba di piazza Fontana esplosa l'anno prima. Era una vicenda estranea e completamente slegata dalla realtà di tutti i giorni. Si sapeva che in quella strage erano coinvolti dei, non meglio definiti, anarchici.
Anarchici? No, non ce n'erano ad Augusta anche se qualcuno pensò che si trattasse di gente con una forte propensione all'omosessualità. Ma nessuno s'aspettava che qualche 'recchione potesse depositare una bomba nella locale Banca Popolare poiché, per definizione, ad Augusta di 'recchioni non ce n'erano!
Quindi si trattava di problemi lontani, remoti.
Quando arrivai a San Donato Milanese era un giorno d'inizio ottobre e durante la sera le strade si velarono d'una leggera foschia.
- E' la nebbia. - pensai.
Naturalmente mi sbagliavo perché quella vera la conobbi qualche giorno dopo, la mattina andando a scuola. Ricordo ancora il senso d'angoscia che mi prese uscendo da casa.
Non esisteva la metropolitana e raggiungevo Porta Romana prendendo dei lunghi e snodabili pullman blu che partendo dal piazzale della chiesa Santa Barbara di San Donato Milanese entravano a Milano da piazzale Corvetto e si dirigevano verso il centro città risalendo corso Lodi.
Sì, forse a Milano le ragazze erano più bottane che ad Augusta ma non ne ebbi molto tempo per occuparmene.
La mia cadenza e le mie "o" troppo aperte non mi davano scampo e l'etichetta di cui sopra non m'abbandonò per tutti gli anni del liceo. Essere terrone mi complessava e rendeva più difficile l'approccio con le ragazze. Ma non fu solamente il mio accento che non m'aiutò nelle mie relazioni con le ragazze del nord, ci fu anche il latino ed il greco il cui studio mi fece perdere tutte le velleità di giovane casanova siciliano.
Capitai nella sezione "G" dove insegnava le lingue classiche una gentile signora che si chiama Lina Untersteiner moglie del famoso grecista Mario. La distanza culturale-pedagogica oltre che geografica che separava la professoressa Vella del liceo classico di Augusta e la mia nuova insegnate milanese fece sì che nel primo compito di greco io ricevetti un bel "-4"!
Durante l'intervallo del funesto giorno in cui la prova scritta fu consegnata, ero intento a guardare i tratti di matita rossa che rabbiosamente lo percorrevano quando qualcuno disse:
- Compagno, vuoi comprare "Lotta Continua"? -
Ero angosciato per la reazione di mio padre che non capiva un tubo di greco ma non gli piacevano i voti sotto il "6".
- Per favore, lasciami in pace. In questo momento non ho tempo per le tue cazzate! - dissi senza neanche alzare la testa.
- Cazzate saranno le tue! - mi rispose il venditore di "Lotta Continua".
La frustrazione per l'orribile voto, per le bottane che non riuscivo ad abbordare, per il mio maledetto accento che non riuscivo a perdere, per la mancanza del sole, per il freddo, per la nebbia e per il mare di cui non sentivo più l'odore scatenarono in me la voglia di battermi.
Mi alzai. Di fronte a me c'era un certo Jacopo che sapevo figlio d'un attore di teatro che si chiamava Dario Fo.
Lo guardai e lo sfidai dicendogli ciò che in Sicilia rendeva inevitabile un bel combattimento fra maschi.
- Figlio di puttana! - usai l'italiano temendo d'essere frainteso.
Anche lui volle offendermi.
- Sporco borghese! -
Non ci battemmo poiché reciprocamente non ci reputammo abbastanza offesi.
Borghese? No, non aveva niente a che fare con mia madre.
Certo, sono passati più di quarant'anni ma mi sembra di raccontare storie d'un altro universo.

P.S. La foto che ho inserito in questo post è quella della mia classe, V ginnasio sezione "G". In mezzo fra i suoi allievi c'è la signora Untersteiner. Era una giornata di sole ma io ero a casa con l'influenza.