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sabato 8 febbraio 2014

La collina della Pnice


Qualche settimana fa un mio amico mi diede un suo manoscritto.
- Tieni. E' la mia storia. Il percorso in una società del nostro Gruppo. Vent'anni della mia vita. Leggila e poi dimmi cosa ne pensi. -
Il mio amico è francese e naturalmente scrive nella sua lingua.
- Cosa vuoi che ti dica? -
- Quello che vuoi. Una lettura critica ... tu sei scrittore. -
- Non sono uno scrittore ... amare scrivere non significa essere scrittori. -
- Non importa. - insiste lui - Mi fido di te. -
So che è una persona riservata, se mi confida il suo scritto è perché mi stima.
- Ok, allora ... dammi un po' di tempo. -
Diciamocelo ... leggere i manoscritti degli altri è una gran rottura di scatole perché, soprattutto se lo si vuole fare bene, richiede tempo ed attenzione ed in questo periodo sono pieno d'impegni.
Ma un amico è un amico, che diamine!
Una domenica cominciai a leggere le centocinquantuno pagine.
Gerard, così si chiama, è un ingegnere ed il percorso dei suoi studi si riflette nello stile di scrittura: schematico, secco e senza fronzoli.
La storia è semplice ed al contempo anche appassionante per chi conosce l'autore: poco più che trentenne viene nominato direttore generale di una società minuscola che doveva sviluppare un prodotto che sommava le tecnologie del mio Gruppo con quelle di un altro americano. Insomma lo misero a capo d'una attività costituita più per caso che per vera volontà obbligandolo a gestire due azionisti con culture e approcci profondamente differenti: americani e francesi. Come dire il diavolo e l'acqua santa!
Il mio amico è un uomo dell'est della Francia, ostinato ma col sorriso. Non l'ho mai visto alzare la voce o lasciarsi andare in momenti di stizza. Insomma è una roccia!
In vent'anni è riuscito a costruire un'attività che da niente è cresciuta mettendo sotto i piedi la concorrenza dei tedeschi e dei giapponesi e la diffidenza dei capi, soprattutto francesi. La sua viene chiamata dagli anglosassoni una success story (storia di successo; nota del traduttore). Interessante per chi lavora in azienda ma non per il grande pubblico.
Ho detto a Gerald che ho letto il suo manoscritto:
- Quando ci vediamo? - mi ha chiesto.
Ci siamo dati appuntamento fra qualche week end ... sembra strano ma in una città come Parigi così vanno le cose! Ci si organizza i week end con diverse settimane d'anticipo.
Quando mi manca la telefonata fra amici del venerdì sera a Milano!
- Allora, ragazzi che facciamo questo week end? Ci vediamo? -
Comunque al di là del valore letterario dello scritto, io mi sono divertito nella lettura. Ho riconosciuto dei personaggi che conosco benissimo e che hanno attraversato anch'essi la mia vita. Ho rivissuto avvenimenti quotidiani familiari e ripetitivi fino alla noia ma che riportati sulla carta sembrano quasi vicende epiche!
Gerald adesso è direttore d'un grosso centro di ricerca del nostro Gruppo. Mi dice che si diverte come un matto e gli credo!
Una cosa m'ha colpito nella lettura dello scritto di Gerald: i dettagli dei ricordi, delle persone e degli avvenimenti della sua vita professionale.
Stimolato dall'impresa letteraria del mio amico anch'io ho fatto mente locale della mia vita professionale ed ho provato a mettere in sequenza il mio percorso. Per farlo mi sono seduto in soggiorno ed in silenzio ho provato a richiamare i miei file. Ebbene ... la mia memoria è vuota ... non possiede niente che rende memorabili le mie gesta professionali ... eppure qualche cosa devo aver fatto! Ho un vuoto assoluto, i miei ricordi del passato sono tutti focalizzati sulla mia vita privata!
Lo confesso non faccio parte del gruppo di coloro che hanno creduto nel loro ruolo nella vita professionale ma piuttosto di quello delle peripatetiche: ho dato il mio corpo ma non la mia mente! Risultato?
Nessuno, se non che adesso sono una peripatetica vecchia!
Ma a proposito di "chi ci crede e chi non ci crede", ho un ricordo.
Forse devo andare indietro d'una quindicina d'anni.
Ero ad Atene con un mio capo che adesso è passato a miglior vita. S'era laureato al Politecnico di Milano e teneva al suo titolo: Ingegnere.
Eravamo in visita ed il locale capo area ci faceva da guida.
Il protocollo sempre lo stesso: visita della fabbrica, presentazione del business, panoramica sui principali problemi del mercato, grafici delle vendite, variazioni dei volumi dei prezzi ...
Chi ci accompagnava era un giovane francese di Marsiglia che da lì a due anni fu allontanato poiché si scoprì che usava la locale società come terreno di caccia personale di giovani donzelle facenti le funzioni di segretarie.
All'epoca, però aveva l'aria di chi pensava solo alla carriera ed a ben apparire per accattivarsi l'Ingegnere. La conversazione fra i due era fitta e sembrava che la Grecia da lì a poco avrebbe avuto un boom economico da rendere insignificante quello che s'aspettava dovesse arrivare dalla Cina.
Io li seguivo docile ed un po' annoiato.
La sera andammo in un ristorante con vista sul Partenone. Duemila e cinquecento anni di storia dell'occidente ci guardavano ma all'Ingegnere ed al giovane marsigliese non gliene fregava niente.
Io friggevo perché ero seduto al tavolo dando le spalle alla magnifica veduta.
Finalmente un bicchierino di Ouzo offerto dal padrone del locale diede fine a quella cena.
- Facciamo quattro passi. - propose l'Ingegnere che disse l'unica cosa veramente sensata di tutta la giornata.
Salimmo su una delle colline prospicienti l'Acropoli.
C'era la luna piena e le bianche rocce calcaree ne riflettevano la luce. Lasciai che i due avanzassero lasciandomi solo.
La suggestione di quel paesaggio mi fece sentire circondato di fantasmi. Non mi sentivo solo, c'era qualcuno che m'accompagnava. Ebbi l'impressione d'essere in un luogo di culto, in una chiesa.
Arrivai in cima alla collina e lo vidi in tutta la sua maestà: il Partenone!
- Dottore. - l'Ingegnere mi chiamava - Cosa fa lì? -
-  ... niente. Ero sovrappensiero! -
- Ah, bene ... s'unisca a noi che il nostro giovane collega mi stava spiegando come recuperare quei crediti incagliati. -
I fantasmi si dileguarono sciogliendosi nella notte.
M'unii ai due colleghi e stampai sul mio viso un'espressione interessata. Nella mia mente invece andai a scavare nei ricordi e viaggiai nel tempo. Andai nella valle dei templi di Agrigento, quando, all'età di quattordici anni eludendo il controllo dei professori che ci accompagnavano in una gita scolastica, mi sedetti su un masso ed assistetti al sorgere del sole. Mi ricordai  d'aver provato una emozione così intensa da farmi piangere.
Avendo esaurito tutti gli argomenti sulla politica da tenere sui crediti incagliati, tutti e tre tornammo in albergo.
Ero sicuro che non sarei riuscito a prendere sonno e decisi d'uscire.
La notte della fine di maggio m'accolse di nuovo. La temperatura era più che mite.
Trovai un taxi e mi feci portare in prossimità del ristorante in cui avevo cenato. I camerieri stavano riponendo i tavoli all'interno del locale. Il proprietario mi riconobbe e mi fece un cenno di saluto.
Gli risposi.
Salii la collina ed arrivai in cima. Mi sedetti su una roccia bianca in compagnia di fantasmi vecchi di duemila e cinquecento anni.
Mi sentii di nuovo quattordicenne.