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martedì 18 febbraio 2014

Il Pipa


No, non ricordo il suo nome. 
Noi lo chiamavamo " Il Pipa".
Era un signore alto, distinto che ogni giorno percorreva il viale alberato che collega gli uffici dell'Eni con un quartiere di San Donato.
Noi, dopo i compiti nel pomeriggio, occupavamo una panchina. Era il nostro punto di ritrovo. Cosa facevamo? Niente, o meglio, per usare un'espressione che non penso sia già desueta, cazzeggiavamo!
I nostri incontri pomeridiani sulla panchina erano quotidiani quando, in autunno ed in primavera, il bel tempo lo consentiva altrimenti ci rintanavamo nella casa di qualcuno del "gruppo". Ma la panchina era il nostro ritrovo per eccellenza.
Noi ci chiamavamo il "Mucchio Selvaggio". Eravamo un po' pochi, in verità, e tutti ragazzi. Qualche donzella s'aggiunse quando da ragazzi si divenimmo giovanotti.
La nostra postazione era unica e particolarmente apprezzata perché era un punto d'osservazione privilegiato. Infatti davanti vi passavano gl'impiegati dell'Eni che rientravano a casa dal lavoro.
Erano i personaggi della nostra Commedia dell'Arte ed ognuno aveva un nome, come ai tempi di Goldoni, quando vi erano  Arlecchino, Pantalone o Brighella..
I nostri si chiamavano il Tremens (l'avevamo visto arrabbiarsi un giorno e tremare come una foglia al vento), il Kisses (il cognome era Baci), il Kaiser (il cognome era Kruger), l'Atomo (era un signore di bassa statura e magro), il Ditafini (il riferimento alle sue mani era evidente), il Rimerculi (storpiatura del cognome Rimerani) , il Riga (un signore che aveva una scriminatura sempre dritta e perfetta) ma fra tutti emergeva il Pipa.
Possedeva qualcosa di speciale, di regale.
Non c'era intemperia, canicola o qualsiasi agente atmosferico avverso che poteva perturbare l'aplomb de il Pipa.
Non aveva niente fuori posto ... mai capelli spettinati ma rigorosamente corti e ben ordinati , neanche una giacca stropicciata ma sempre abbottonata, scarpe senza un granello di polvere ma tanto pulite da brillare anche nei giorni di scarso sole, una cravatta con un nodo perfetto (non di sghimbescio come quella d'Hollande) e delle camice impeccabili che rimanevano stirate anche in serata quando tornava dal lavoro.
Era memorabile la sua camminata: senza sbavature e con le braccia che oscillavano dritte, quasi rigide, come quelle dei soldatini di piombo.
In un giorno di tarda primavera che cominciò piovoso e terminò con un caldo sole, lo vedemmo avanzare lungo il viale. L'improvviso innalzarsi della temperatura l'aveva obbligato a togliersi l'impermeabile che l'aveva protetto durante il percorso mattiniero. Una persona qualsiasi lo avrebbe poggiato sul braccio invece, il Pipa, il soprabito lo portava appeso su due dita (per precisione: l'indice ed il medio della mano destra) come se l'avesse appena stirato e volesse riporlo dentro l'armadio.
Michele, che era colui che creava i personaggi ed imponeva i sopranomi, ci faceva morire dal ridere quando ricordava quella scena.
Perché quel soprannome?
Beh, perché aveva una caratteristica che lo rendeva inconfondibile: la pipa. Gli fuoriusciva dalla bocca dritta come lo sperone d'una nave ed era immancabilmente sempre spenta!
Non era di quelle torte o con forme fantasiose ed aggraziate ma aveva una linea dritta e squadrata. Il fornello formava un angolo di novanta gradi col cannello! Ma un altro elemento richiamava la geometria: la posizione del bocchino che rispetto alle labbra formava rigorosamente un angolo di quarantacinque gradi.
Qualcuno fra di noi azzardò l'ipotesi che il Pipa usava un goniometro per misurare la giusta angolatura!
Faceva parte del "Mucchio Selvaggio" un certo 'Tzesa (così l'aveva ribattezzato Michele senza mai fornire una spiegazione plausibile di quel soprannome), un ragazzo d'origini friulane con un carattere un po' introverso. Aveva una capacità che lo rendeva unico: ruttava in modo così rumoroso e prolungato che mai nessun'altro essere, che possa dirsi umano, è riuscito ad eguagliarlo!
In un pomeriggio autunnale quando la nebbia ormai faceva da padrona a San Donato Milanese ci annoiavamo e qualcuno, forse Michele, propose una sfida impossibile: il Pipa contro 'Tzesa!
Ci posizionammo, nascondendoci dietro gli alberi, lungo il viale predisponendoci a qualche metro l'uno dall'altro restando a portata visiva malgrado la nebbia e la luce che cominciava ad divenir fioca. 
I passanti erano radi e de il Pipa non v'era neanche l'ombra.
Forse non era andato in ufficio? Aveva avuto qualche impegno od era ammalato?
Inoltre faceva freddo e l'umidità entrava nelle ossa.
Finalmente la sentinella davanti a me fece il segnale: il Pipa stava passando!
A mia volta feci il gesto convenuto che fu ripetuto dagli altri amici fino ad arrivare a 'Tzesa nascosto nella nebbia ad una ventina di metri.
Ed il ragazzo friulano compì il suo capolavoro acustico: il rutto più potente ed al contempo più irrispettoso che mai potrà trovare eguali nella storia dell'uomo!
Chi era in prossimità del viale poté testimoniare: per la sorpresa il Pipa perse il suo aplomb e disse "per Dio!".
Mai una esclamazione fu così fatale! Aprendo la bocca l'uomo lasciò cadere il suo affezionato oggetto!
'Tzesa aveva vinto la sua sfida!
Son passati diversi decenni e sembrerebbe che 'Tzesa  faccia il veterinario da qualche parte nel mondo, mentre Michele è medico a Milano.
Con quest'ultimo mi vedo di tanto in tanto, almeno una volta all'anno. Ridiamo perché ricordiamo di quando eravamo giovani e membri del Mucchio Selvaggio.
L'ultima volta c'incomtrammo in un bar dove prendemmo un aperitivo assieme.
All'improvviso mi prese il braccio e mi disse:
- Ti ricordi de il Pipa? -
- Certo che me lo ricordo! -
- Bene... è morto! -
Rimasi un po' interdetto. Anche lui divenne serio e sembrò imbarazzato ... forse il rimorso per le tante risate.
- Ma ti ricordi del rutto di 'Tzesa? -
- ... minchia, come mi sono scompisciato quando gli cadde la pipa! -
No, non riuscimmo a trattenerci e ridemmo ... ridemmo di nuovo fino alle lacrime