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lunedì 4 novembre 2013

Quando Milano era una città da bere (episodio 1)





Il vociare della banda della Musca spaventò la cicala che prudentemente smise di frinire.
Il capobanda, Gaetano, camminava davanti a tutti silenzioso, cosciente della responsabilità che aveva sui membri di quella brigata.
Qualcuno gli lanciò una zolla, presa dai piedi di un albero, che lo colpì alla nuca.
- Chi è stato? - domandò arrabbiato voltandosi verso la sua banda. Un capo doveva soprattutto essere rispettato.
- Io. - confessò con aria di scherno Santo, chiamato anche Minchiainmano.
- Ora ti faccio vedere io! - minacciò Gaetano buttandosi in avanti per acchiappare il burlone.
Ma Minchiainmano svelto scappò via. Per inseguirlo il capo passò in mezzo agli altri membri della banda che, al grido "saliamogliela", lo immobilizzarono e lo buttarono a terra. Il fuggitivo tornò sui suoi passi ed insieme agli altri ammutinati partecipò a quell'allegro supplizio.
Gaetano si dimenava, ma le dodici braccia lo inchiodarono a terra, ed alla fine, esausto e rassegnato s’arrese al suo destino.
Il resto della banda si sganasciava dal ridere e finalmente ci fu chi decise di sbottonargli i pantaloni e lasciargli scoperto il pube che in poco tempo fu ricoperto di terra e di foglie. Infine la compagnia lo lasciò libero ed egli, mentre cercava di ripulirsi, incominciò ad inveire contro di loro:
- Bastardi! Figli di una cagna! Io lo so chi è stato ad organizzare tutto: Santo. Ma la prossima volta gli faccio io una "salata". -
Gaetano, dopo le prime rabbiose parole, cominciò a ridere insieme con gli altri, Poi, dopo un po', propose: - Perché non andiamo a trovare don Natale? -
Quel progetto fu accolto con entusiasmo ed i sette ragazzi lasciarono l'aranceto.
La cicala, quando li sentì ben lontani, riprese a frinire al sole.
Don Natale era un vecchio contadino che, alle dipendenze d’un signore di Catania, curava l'agrumeto non lontano dalle sponde del fiumiciattolo San Leonardo. Viveva solo in un decrepito casolare circondato dal verde cupo degli alberi di limoni e di aranci. Aveva fatto la guerra d'Africa ed aveva combattuto ad El-Alamein.
Quando glielo si chiedeva, raccontava le sue vicende guerriere.
Alla banda della Musca confidò che sul fronte africano si temevano più i beduini che gl'inglesi. Infatti, di notte, gli arabi, al soldo degli alleati, s’avvicinavano silenziosi agli accampamenti ed uccidevano nel sonno i soldati che si facevano sorprendere. Per spregio amputavano i cadaveri dei testicoli che venivano poi usati come portamonete!
Accortosi dell'interesse che quelle storie alimentavano, il vecchio continuava a proporle alla banda ogni volta che riceveva una loro visita. Ma alla lunga quei racconti annoiarono l'uditorio che per crudele reazione prese a dileggiarlo.
Ben presto il povero don Natale divenne vittima degli scherzi impietosi della banda.
In quel pomeriggio, Gaetano ed i suoi, trovarono il vecchio intento a zappare intorno ad un albero di aranci, silenziosamente lo circondarono e, nascosti dagli alberi d'agrumi, lo spiarono.
Don Natale, ignaro (era anche un po' sordo), continuò il suo lavoro fin quando, dopo essersi asciugato il sudore della fronte, decise che era arrivato il momento di non trattenere quel bisognino che per molti, ad una certa età, diventa necessario soddisfare il più spesso possibile.
Con le gambe divaricate si dispose davanti ad un tronco e con gli occhi chiusi lasciò che la viscica si svuotasse. Ad un tratto il flusso s’interruppe anche se lo stimolo non s’era affievolito. Il vecchio apri gli occhi e guardò giù.
- Minchia vastasa! – disse insultando ciò che teneva fra le dita.
I sette finti guerrieri arabi all'improvviso cominciarono ad urlare come ossessi roteando delle finte scimitarre.
- Tagliamoglielo! Tagliamoglielo! Presto, un coltello! - Il vecchio, dopo i primi attimi di sorpresa, impugnò la zappa e minacciando quei sette scalmanati tentò d'inseguirli. Ma come dei veri guerrieri beduini che dopo l'attacco spariscono dietro le dune, così la banda della Musca si disperse nell'aranceto. A don Natale non rimase altro che gridare dietro a quei predatori della sua tranquillità:
- Disgraziati, vigliacchi, dovreste veramente andare in guerra! -
Ma Gaetano e gli altri ascoltavano solo le loro risate.
Quando furono abbastanza lontani dal luogo della loro ultima impresa, si raccolsero all'ombra di un grosso olivo dai rami tormentati. Gaetano allora ordinò:
- Andiamo alla ferrovia.-
Dovevano compiere un'altra azione di guerriglia: posare sulle rotaie chiodi e piccoli pezzi di ferro ed attendere il passaggio del treno! Il peso della locomotiva e dei vagoni li avrebbe appiattito fino a renderli delle piccole lame ed ogni accolito della banda le avrebbe raccolte per farne oggetto di scambio con altri coetanei. Ma in quel pomeriggio il treno si fece attendere troppo e stufi dell'attesa, i sette ragazzotti decisero di tornare a Lentini. Costeggiando la strada ferrata che correva lungo un canalone, giunsero nei pressi di una casa cantoniera.
Una donna con un fisico da corazziere cantava mentre, sul retro del rosso edificio, stendeva la biancheria. La virago portava occhiali le cui lenti erano tanto spesse da sembrare dei fondi di bottiglia. La banda, dietro l'erba alta ed ormai ingiallita dal caldo sole di giugno, la spiò.
La gigantessa s'avvicinò ad una vasca di pietra in cui si raccoglieva l'acqua che sgorgava da un vecchio rubinetto, si levò la maglietta, si liberò del capace reggiseno e cominciò a rinfrescare il suo abbondante petto.
- Minchia, che minne! - esclamò un componente della banda. Gaetano gli fece cenno d'azzittirsi, ma dopo un po' il suo vicino gli diede una gomitata e gli fece cenno di guardare poco distante da loro: Minchiainmano non si smentiva ed eccitato era in piena esecuzione del suo passatempo preferito!
Tutti gli altri membri della banda non si fecero pregare e cominciarono a bersagliare con sassolini il loro compagno onanista il quale, occupato com'era in quell'atto, l'ignorò finché un sasso, un po’ più grosso degli altri, lo colpì in testa.
- Ahi! -
Il donnone, in effetti molto miope ma con un ottimo udito, si girò:
- Chi è? -
La banda si alzò dall'erba alta ed ipnotizzata fissava quei bianchi mammelloni che la donna lasciava ballonzolare dinnanzi a sé.
La gigantessa cominciò a gridare:
- Porci, andate via. Andate a guardarle alle vostre madri! Antonio, vieni presto! -
All'invocazione d'aiuto i sette guardoni, come un sol uomo, volsero le spalle e scapparono via. La loro fuga divenne ancora più forsennata quando dietro sentirono i latrati di alcuni cani.
- I cani, ci stanno inseguendo i cani! - gridò qualcuno di quegli impavidi. Dopo pochi minuti finalmente si resero conto che nessuno li inseguiva. Si buttarono a terra sfiniti. Decisero che quel pomeriggio avventuroso era concluso. Era giunta l'ora di tornare ognuno alla propria casa. Gaetano che abitava vicino a Santo gli chiese:
- Ma perché ti tocchi sempre?
- Perché mi piace! -
- Ma tu lo sai che prima o poi puoi diventare scemo? -
- Ma cosa dici?
- Certo! Facendolo spesso consumi tutto it midollo spinale e poi anche il cervello!? -
- Ma chi ti ha detto queste scemenze? - domandò agitato Santo.
- Mio cugino che fa il liceo!
-  E … c’è bisogno d’andare al liceo per sparare minchiate! -
Le abitudini di Santo erano conosciute da tutti i coetanei del paese e ciò che contribuì a farlo entrare nella leggenda era la velocità con cui riusciva a compiere l'atto. Non aveva bisogno di molti stimoli: chiudeva gli occhi ed in poco tempo aveva finito!
Il suo limite erano quindici secondi.
Un giorno ricevette la sfida da un certo Costantino u’ scecco detto anche u’ scecchigno[1], chiamato così non in riferimento alla sua capacità intellettiva (peraltro non sviluppatissima), ma per i suoi attributi maschili che facevano ricordare quelli del dotatissimo asino.
In occasione di quella singolar tenzone, tutta la banda della musca si preoccupò affinché il loro campione si mantenesse in piena forma.
- Te lo bevesti l’uovo fresco stamattina? – gli domandavano ogni giorno convinti che l’alimentazione potesse aiutarlo.
Il luogo della sfida fu stabilito nei pressi d’un agrumeto nelle immediate vicinanze di Lentini. Per l'occasione intorno ai due sfidanti si raccolsero un discreto numero di spettatori. Ci fu anche chi tentò di organizzare delle scommesse.
I due contendenti si misero uno di fronte all'altro ed al via, sommersi dalle grida del sostenitori, presero ad esibirsi. Minchiainmano chiuse gli occhi e con espressione ispirata sollevò il viso al sole, u’ scecchigno, invece, cominciò freneticamente a masturbarsi. Gaetano contava.
Una... due... tre... quattro... al venticinque Minchiainmano aveva già bell'é finito.
Lo sfidante fu da tutti sbeffeggiato e non gli fu permesso di portare a termine la sua esibizione. Umiliato, si ritirò.

Crescendo, e divenuti giovanotti, i due amici impararono che quell'atto solitario non aveva nulla a che fare né col midollo spinale né col cervello.
Frequentarono insieme la stessa scuola di ragioneria, Gaetano con buon profitto, Minchiainmano facendosi aiutare dal suo amico.
L'ex capo banda nell'ultimo anno di scuola, mentre preparavano l'esame per l'ottenimento del diploma, pose a Santo la stessa domanda fatta già qualche anno prima:
- Perché ti masturbi così tanto? Non potresti cercare una donna che ti aiuti a raffreddare i tuoi bollenti spiriti? -
- Non mi servono le donne. E poi diviene tutto così complicato. Ogni volta bisognerebbe appartarsi, nascondendosi. Io da solo invece riesco a trovare ciò che cerco. Certo che, se si presenta l'occasione di fare l'amore con una ragazza non mi sottraggo! Ma il rapporto con una donna è tutta un'altra cosa! -
- Continuo a non capirti! Ma cosa cerchi? -
- Niente di particolare! C'è gente che, quando è nervosa fuma una sigaretta, io mi rilasso masturbandomi. Riequilibra il mio umore. Se anche tu facessi come me, magari ne trarresti giovamento. -
Gaetano rise e disse che preferiva utilizzare altri metodi per scaricare le proprie tensioni.
Entrambi superarono quell'esame: Gaetano con il massimo del punteggio, mentre Minchiainmano raggiunse a malapena la sufficienza. Nel corso degli esami visitò più volte i gabinetti della scuola.
Il padre di Gaetano, che possedeva una rivendita di tabacchi nel centro del paese decise di parlare al figlio che in famiglia era chiamato Tanino:
- Quindici anni fa tuo cugino Salvatore, che era un ragazzo studioso come te, venne a chiedermi un milione perché gli serviva per stabilirsi a Milano. Io glielo diedi volentieri poiché sapevo che era un bravo ragazzo. Adesso è un importante dirigente di una grossa società. Quando volle restituirmi la somma prestata con gli interessi io mi rifiutai. Mi disse, allora, che sarebbe stato sempre in debito con me e quando lo avessi chiesto mi avrebbe aiutato. Adesso Salvatore può saldare il suo debito. Vuoi che ti faccia trovare un posto a Milano? Tu sei un ragazzo studioso, hai belle e buone possibilità di far strada nella vita. Io e tua madre pensiamo che tu sia sprecato qui a Lentini a vender francobolli e sigarette. -
Tanino, che non s'aspettava di ricevere quella proposta, disse al padre che ci avrebbe pensato.
Di notte, nel buio della sua stanza, meditò sul suo futuro. Gli anni giovanili erano finiti, bisognava scegliere: o una vita tranquilla tanto da divenire monotona, o tentare la fortuna puntando al mito della grande città da scoprire, da esplorare proprio come quando, ragazzo, girovagava perlustrando le campagne intorno a Lentini.
A Milano, però, non avrebbe avuto nessuna banda, sarebbe stato solo.
Quattro mesi dopo, Tanino salì su un treno che aveva come meta l'ignoto.
Poco dopo aver lasciato Lentini, dal finestrino vide un'alta donna occhialuta che dal giardino antistante ad una casa cantoniera osservava il treno passare. Il giovane alzò la mano e fece un cenno di saluto a gli anni che si lasciava indietro.


Il lungo viaggio offrì l'occasione per fare nuove conoscenze. Nello scompartimento, seduta di fronte a Tanino, troneggiava, occupando quasi due posti, una signora grassa vestita di nero. Ben presto confessò d'essere una maga proveniente da Siracusa. La donna raccontò ai compagni di viaggio di aver previsto entro poco tempo la morte di una sua congiunta da tempo residente a Sesto San Giovanni. Desiderava, quindi, vederla per l'ultima volta da viva prima che la sua predizione s'avverasse. La predestinata, naturalmente, non conosceva il vero motivo di quella visita.
Poi, un po' per gioco, un po' per ammazzare il tempo ed un po' per stupire i suoi compagni di viaggio, s’offerse di predire il futuro con le carte a Gaetano, il più scettico fra i presenti.
Sfilò da sotto il finestrino il tavolo estraibile e vi distribuì sopra ordinatamente le carte pescate da un mazzo ormai consunto.
- ... ti stai trasferendo a Milano e ci vivrai per lungo tempo... nei primi anni dovrai faticare parecchio per ottenere ciò che vuoi... poi, piano piano, riuscirai a risalire la china... hai tanta volontà... cambierai vita... ma poi... Oh, Santa Maria Vergine... incontrerai il diavolo! -
- Cosa c'entra il diavolo? - domandò divertito Gaetano.
- C'entra, c'entra. - rispose la maga che smise di predire e non volle più proferire parola.
Venti ore dopo la partenza dal suo paese natale l'infernale mole della Stazione Centrale di Milano, all’epoca non ancora ripulita dal suo grigiore accumulato nel secondo dopoguerra, ingoiò quel serpente di vagoni e con esso anche Tanino.
Una pioggerellina autunnale bagnava la città.
Il cugino Salvatore non era poi quella grossa personalità come si credeva a Lentini. Lavorava come responsabile dell'ufficio contabilità fornitori in una media società del settore chimico. Non era dirigente, bensì impiegato di prima categoria. Quando ricevette la lettera di suo zio con la richiesta di cercare un posto per Tanino, rimase alquanto disorientato. Trovare un'occupazione adeguata non era facile, anche perché il buon Salvatore non possedeva le necessarie aderenze per soddisfare tale richiesta. Provò a sfruttare qualche contatto di lavoro, ma non ottenne alcun risultato. Finalmente, un’amica che possedeva due piccoli bar nel centro della città, gli disse d'avere un posto per il cugino Gaetano. Ufficialmente il giovane avrebbe dovuto aiutare il proprietario nell'amministrazione di quei locali, in verità avrebbe fatto il cameriere.
Quando Salvatore telefonò a suo zio comunicò d'aver trovato per il giovane cugino una occupazione come responsabile amministrativo di una piccola catena di bar. Il padre di Gaetano capì che suo figlio diventava capo contabile di un’industria alimentare. Così a Lentini circolò la voce che Tanino sarebbe diventato il più giovane dirigente del più grande gruppo dolciario italiano.
Il giovane, giunto nella metropoli carico di mille illusioni, non si scoraggiò di fronte alla realtà, anzi, l'accettò di buon grado, convincendosi che, qualora l'insoddisfazione fosse giunta a livelli insopportabili, vi era sempre una tabaccheria che l'attendeva a Lentini.
Per un ex-capo banda non fu facile accettare quel mestiere che ha la precisa funzione di ricevere ordini. Spesso si recava presso i locali d'importanti società per consegnare le ordinazioni. Durante quelle rapide visite si soffermava ad osservare l’attività negli uffici e spesso si sorprese ad osservarla ammirato.
Si ripromise solennemente che un giorno sarebbe entrato in quel mondo appena gli fosse offerta la prima occasione.
Eseguendo una delle sue consegne seppe che una piccola ma prestigiosa banca aveva indetto una selezione fra giovani ragionieri in cerca di primo impiego. Gaetano rispolverò le nozioni imparate a scuola e partecipò alla selezione.
Il giovane lentinese fu assunto.
Entrò a far parte dell'ufficio titoli.
Il suo capo era una persona burbera ma comprensiva ed i suoi colleghi molto cordiali anche se di gran lunga più anziani di lui. Il lavoro non era faticoso, ma, dopo qualche mese, certamente molto noioso.
Il padre di Gaetano fu molto soddisfatto del nuovo lavoro poiché il posto in banca, nella sua scala di valori, era primo su tutti. Anche Lentini fu molto felice nell'apprendere che un suo giovane concittadino faceva finalmente parte del gotha finanziario milanese!
Ma Tanino non era ancora contento della sua posizione; cercava qualcosa che gli desse una spinta verso l’alto. Con un semplice diploma era molto difficile prevedere una carriera veloce, chi possedeva una laurea l'avrebbe sempre superato. Cosi decise d'iscriversi alla facoltà di Economia e Commercio dell'Università Cattolica. Frequentò i corsi serali.
Furono anni molto duri e la sua volontà, alimentata dalla determinazione, lo aiutò a conseguire in poco meno di cinque anni il titolo di dottore. Quel suo successo negli studi contribuì a porlo sotto una luce particolare ed in banca fu considerato uno dei giovani più promettenti.
Dopo circa un anno il burbero capo gli disse:
- Anche se hai ottenuto una laurea non credere d'essere un superuomo! Ne hai ancora di cose da imparare! Comunque, visto che sei sveglio, ti ho proposto come mio vice capo ufficio: ho qui la lettera della direzione che accetta la tua promozione. Tieni leggi! -
Col trascorrere del tempo la Sicilia s'allontanò sempre di più trascinando alla deriva della memoria, i suoi genitori, Minchiainmano ed it resto della banda.
Ormai Milano, come un'immensa arena, assorbiva completamente le energie del giovane lentinese. Tanino era definitivamente attratto dalla competizione e come un moderno gladiatore cercava il combattimento ed un degno avversario da battere.
Era necessario individuarne uno la cui posizione valesse un sanguinoso scontro. Avrebbe potuto pensare a scalzare it burbero superiore, ma il giovane lentinese era un sentimentale e non desiderava mettersi in contrasto con colui che l'aveva fin ad allora aiutato. Inoltre bisognava fissare un obiettivo ambizioso: scalare l'ufficio più prestigioso, quello che procurava maggior lustro. L'ufficio fidi! L'avversario con cui misurarsi ne era il capo, pupillo del direttore generale.
Quel personaggio suscitava l'antipatia quasi generale dei colleghi poiché la schiatta, l'educazione e la naturale predisposizione l'avevano dotato di una fenomenale alterigia e tracotanza. Tanino, che era particolarmente sensibile all'altrui opinione, si sentì investito dai suoi colleghi ad affrontare in singolar tenzone il dott. Garavazzi!
Era un avversario particolarmente blasonato poiché, oltre ad appartenere ad un ramo cadetto di una nota famiglia milanese, aveva frequentato un liceo svizzero ed una università francese, mentre, Gaetano, figlio di un tabaccaio di Lentini, meridionale ed immigrato, era un semplice ragioniere laureato in una università serale.
Un simile rivale avrebbe scoraggiato chiunque ma l'ex-capo banda decise che, per quanto difficile, la sfida doveva esser lanciata. Bisognava, però, cercare di accorciare le distanze con il futuro contendente ed acquisire un nuovo titolo di studio che fornisse un po' di lustro. Cosi s'iscrisse ad un corso di formazione post-universitario rinomato e molto costoso.
Appoggiato dal suo burbero superiore, chiese ed ottenne dalla banca un anno sabatico per motivi di studio. In quel lasso di tempo non avrebbe, però, percepito alcuno stipendio. Il giovane aveva accumulato dei risparmi, ma certamente non sufficienti per pagare l'esosa retta dell'università e per mantenersi in quell'anno di studio, decise, quindi, di ricorrere all'aiuto paterno. Il genitore, sognando già il figlio presidente di una banca, decise d'investire i suoi risparmi su di lui.
L'anno di studio fu faticoso, ma alla fine Tanino ottenne il suo diploma, che gli consentì di rientrare in banca e di accedere quasi subito nell'ufficio nobile: quello dei fidi!
Il dott. Garavazzi volle rivolgere al nuovo arrivato un discorsetto che così si concluse:
- Io non tollero che i miei collaboratori agiscano con iniziative personali. Il mio ufficio deve funzionare come una squadra il cui affiatamento deve essere completo. Non sopporto gl'individui che per amor proprio seminano zizzania e che sfruttano situazioni conflittuali per emergere. La valutazione che io do ai miei collaboratori è basata solo sulla competenza. Chi entra nell'ufficio fidi con il chiaro intento di prevaricare con sotterranee manovre i propri colleghi, viene subito emarginato: lei mi ha capito, è vero? -
- Certamente sì! - rispose Tanino assumendo l'aria più imbecille possibile.
L'ex-capo banda comprese immediatamente di avere di fronte un superiore autoritario che prediligeva dei collaboratori con scarse aspirazioni di carriera ma pronti a nutrire solo le ambizioni del capo. Mostrare le proprie aspirazioni sarebbe stato pericoloso ed avrebbe compromesso qualsiasi possibilità di sviluppo. Doveva divenire il più cortigiano dei collaboratori del dottor Garavazzi!
Quella tattica, che avrebbe dovuto sgretolare la diffidenza del suo nuovo superiore, provocò un deterioramento dell'immagine del giovane presso i suoi colleghi.
- Gaetano è uno schifoso leccapiedi! -
In effetti, col trascorrere dei mesi, it dottor Garavazzi cominciò a ritenere l'ex-capo banda l'unico affidabile fra i suoi collaboratori e ripose su di lui la massima fiducia. Proprio in quei mesi passando davanti ad un'edicola notò un periodico specializzato in astrologia e chiromanzia. Gli tornò in mente la profezia della grassona siracusana incontrata sul treno e rise dentro di sé:
- Il diavolo! Che non sia Garavazzi?  -
Ormai tutte le pratiche importanti gli venivano affidate ed un paio di volte aveva ricevuto anche degli apprezzamenti dal direttore generale.
Gli fu sottoposta anche l’analisi d’un grosso prestito a favore di un'importante società. Il dottor Garavazzi aveva già posto su di essa la sua firma d'assenso ma Gaetano non era convinto dell'opportunità di approvare quel fido. Dopo uno studio meticoloso dei documenti contabili scoprì che la società beneficiaria del grosso importo non era così solida come voleva apparire attraverso i suoi bilanci. La banca stava sottoponendosi ad un rischio notevole.
Gaetano bussò alla porta del suo superiore.
- Dottore, le chiederei di prendere di nuovo visione di questa pratica. Ho dei sospetti sulla consistenza patrimoniale della società! -
Il dottor Garavazzi lo guardò attraverso le lenti con la montatura in oro e, con un tono aggressivo, disse:
- Che cosa crede? Che non me ne fossi accorto?... Per questo fido ho fatto valutazioni un po' più macroeconomiche e meno patrimoniali. Inoltre dietro a questo affare ci sono altri istituti di primaria importanza. Bisogna uscire dagli schemi di una piccola banca! Se vogliamo svilupparci, dobbiamo agire in diversi scenari. Bisogna rischiare di più! Dobbiamo svecchiarci, avvicinarci agli anglosassoni, ad una cultura più imprenditoriale e meno bottegaia! D'altronde anche il direttore generale la pensa come me! -
Gaetano di fronte a tali argomentazioni pensò bene di non insistere ulteriormente e siglò anch'egli la pratica.
I mesi s'avvicendarono velocemente senza che niente accadesse. Il dottor Garavazzi era inattaccabile, troppo legato all'alta direzione. Tanino scoprì che era un cugino del maggior azionista della banca!
Il giovane lentinese comincia a rassegnarsi ed a convincersi che certi sogni di veloci scalate erano da riporre definitivamente. Ma arrivò anche il giorno che tale convincimento si trasformò in certezza.
Il grosso gruppo industriale cui era stato concesso il sostanzioso fido subì un tracollo che scosse per parecchie settimane il mondo economico nazionale. Alla banca derivò un danno notevole tanto da far seriamente traballare la solidità conquistata con decenni di oculata gestione.
La ricerca del capro espiatorio cominciò immediatamente e l'indice fu puntato sul giovane siciliano.
- Le sue idee innovative hanno quasi messo in ginocchio la banca! - gli gridò in faccia il direttore generale - Il dottor Garavazzi mi ha detto quanto lei abbia insistito per indurci ad approvare il fido nonostante le nostre incertezze. Siamo stati degli stupidi ad aver fiducia in lei ed a farci convincere! –


Gaetano fu trasferito in una piccola agenzia nella periferia della città. Ormai era inviso da tutti: dai colleghi e dai superiori. Non trovò nessuno che gli fornisse una parola di conforto.
Si sentì isolato.
Attraversò un periodo di profonda depressione e meditò di tornare a Lentini per condurre una vita tranquilla dietro il bancone della rivendita di tabacchi. Ma la sconfitta gli parve troppo cocente ed un ritorno nel paese natale senza la corona d'alloro gli sembrò umiliante. Doveva ritentare! Che diamine! Milano era grande! Avrebbe offerto di sicuro delle altre opportunità! Decise di cambiare lavoro.
Qualcuno gli diede un elenco di organizzazioni che svolgono un'attività d'intermediazione ricercando ed allocando manager nel mondo del lavoro, i cosidetti "cacciatori di teste", ovvero mercanti di uomini.
Gaetano inviò diversi curriculum vitae e si sottopose a più d'uno di collocqui.
In un’assolata mattina di maggio fu convocato per un incontro nella sede di una delle più rinomate società di cacciatori di teste. Alle dieci e trenta fece il suo ingresso in un vecchio palazzo liberty nelle adiacenze di Corso Sempione. Mentre un traballante ascensore lo trasportava al penultimo piano dell'immobile, controllò il proprio aspetto nello specchio fissato alla parete. Suonò alla porta degli uffici della "Interecherche" e restò in attesa.
Nessuno gli venne ad aprire.
Intese, però, il suono ovattato d’una tromba che suonava "Fly me to the moon".
Riprovò a schiacciare il campanello. Nessuno ancora si presentò. Controllò ancora il nome della società inciso sulla placca d'ottone che campeggiava sulla porta. Verificò nuovamente ciò che aveva annotato sulla sua agenda da tasca:
"Dottor Smith, Interecherche, ore 10 e 30"
Era in orario perfetto e l'indirizzo fornitogli corrispondeva a quello reale. Provò a girare la maniglia e la porta si aprì.
Il suono della tromba si fece più distinto. L'ingresso gli apparve alquanto dimesso. In un angolo era poggiata una scopa di saggina e, addossato ad una parete, un divano di finta pelle molto malandato che non invitava nessuno ad accomodarsi. Gaetano, preso da un notevole senso di disagio, con voce incerta chiese permesso.
Il suono sordo della tromba s'interruppe ed una voce stentorea ordinò: - Avanti! -
Il giovane oltrepassò la soglia della stanza da cui proveniva quell'imperioso invito.
Un alto signore dai capelli brizzolati gli venne incontro porgendogli la mano. Indossava un abito scuro con la giacca in doppiopetto e la cravatta rossa risaltava come un tizzone ardente sulla camicia linda.
- Dottor Smith, piacere! -
La stretta di mano era robusta, segno inequivocabile che quel signore doveva possedere un carattere deciso. Con passo zoppicante il dottor Smith, che s'appoggiava ad un bastone, tornò a sedersi dietro una massiccia scrivania su cui era poggiata una luccicante tromba d'ottone.
In quella stanza regnava il disordine. Su alcuni scaffali erano riposti alla rinfusa dei libri insieme ai più disparati oggetti, fra cui una vecchia scarpa rotta. Alle pareti erano appese diverse stampe che riproducevano scene terribili: uomini impalati, spellati vivi, torturati con i più perversi strumenti. Sembrava una vera e propria rassegna del macabro. Ma ciò che impressionò maggiormente Tanino furono due sedie elettriche (almeno cosi gli parvero) poste di fronte alla scrivania di quel bizzarro signore.
- Prego, si sieda. Non abbia timore. Non sono collegate alla presa di corrente. Sono solo dei pezzi d'arredamento un po' singolari. Sa, il nostro arredatore ha un gusto piuttosto eccentrico. -
- Lo vedo, lo vedo. - disse il giovane che non credeva ai suoi occhi - Ma questa è la sede della Interecherche? –
- Certo. Non le piace? -
- La trovo alquanto stravagante. Sa, mi aspettavo qualcosa di differente: moquette, luci soffuse, ordine  maniacale,  atmosfera asettica, segretarie inappuntabili. -
- Per tutti i diavoli dell'inferno! Niente di tutto ciò. Noi siamo diversi, seguiamo altri metodi, altre strade. Per questo siamo i migliori ed i più innovativi sul mercato! Vogliamo manifestare la nostra diversità a partire dall'arredamento. -
- Interessante. Ma era lei che suonava poco fa? --
- Certo. Senta che bello questo pezzo! -
Impugnando la sua tromba, il dottor Smith riprese a suonare "Fly me to the moon".
- L’è piaciuto? - chiese alla fine della sua esecuzione.
- Molto. Non sono uno specialista ma lei sembra molto bravo! ... Io, però, era venuto per un altro scopo! -
- Che fretta! Lo so, lo so! Si rilassi, giovanotto! - disse con un leggero tono di rimprovero il dottor Smith che posò sulla scrivania la tromba e prese da una cartelletta i fogli del curriculum vitae fatti pervenire in precedenza da Tanino. Lo lesse con attenzione.
- Dunque, lei è siciliano? -
- Sì. -
- E che diavolo è venuto a fare qui a Milano? Non si sta meglio in Sicilia? -
- Beh, in un certo senso sì. Ma non offre certamente le occupazioni che si possono trovare in Lombardia. -
- Capisco, capisco. - disse il dottor Smith che nel frattempo con l'indice aveva cominciato a cercare qualcosa dentro il naso. Poi, senza interrompere la ricerca, domandò:
- Perché vuole lasciare il lavoro attuale? -
Tanino cercò d’esporre al suo interlocutore i motivi che lo spingevano a lasciare la banca.
Il dottor Smith seguiva quel monologo intervallandolo con annoiati "capisco". Infine, chiese al giovane:
- Conosce l'inglese? -
- Un po'. -
L'uomo cominciò a sciorinare una lunga sequela di fonemi coll'inconfondibile accento anglosassone che parvero costituire un quesito.
Dopo qualche attimo d'imbarazzato silenzio Tanino rispose con un secco "Yes".
- Dica la verità: lei non ha capito niente di ciò che le ho appena detto. - disse il dottor Smith con un sorriso ironico dipinto sul volto.
- Certo che ho capito. Lei mi ha chiesto... -
- Io non le ho chiesto un bel niente! Ho solo simulato una frase che ricordasse vagamente il suono dell'inglese. Lei ha voluto azzardare una risposta per darmi ad intendere la sua conoscenza della lingua! -
- Le assicuro io avevo capito che... -
- Suvvia, non voglia ingannarmi! Che d'inganni io sono maestro! Comunque, mi spiace, allora ci sono poche possibilità per lei di trovare una occupazione interessante. -
- Capisco. - disse Tanino che mal conteneva la rabbia che stava montandogli in corpo.
- Vede, lei deve essere di sicuro una persona intelligente. - sentenziò il dottor Smith - ma senza conoscere l'inglese lei ha poche possibilità di trovare lavoro. Il suo curriculum è eccellente, ma senza la lingua anglosassone è come un'ottima pietanza senza sale! -
- Ma l'inglese si può imparare senza problema. Che io non ne fossi un esperto conoscitore lei lo poteva facilmente evincere dal mio curriculum vitae! - sbottò arrabbiatissimo Tanino - per quale motivo mi ha fatto venire qui, in questa stanza per matti? Per prendermi in giro! -
- Questa stanza per matti, come lei la chiama, è stata cosi arredata per mettere a disagio i candidati, ciò mi aiuta a spogliarli di tutti i paludamenti dentro i quali si nascondono quando vengono a trovarci. Se lei non l'ha capito, tutta questa messa in scena è essenziale per sondare le sue motivazioni. - spiegò il dottor Smith.
- Io ho solo capito che lei deve avere qualche rotella fuori posto. - sbottò Tanino alzandosi dalla sedia elettrica. Si diresse verso la porta.
Stava quasi per guadagnare l'uscita quando il dottor Smith ordinò:
- Si fermi, torni qui! -
- Vada all'inferno! - disse il giovane con rabbia. Non appena terminò la frase tutto il suo corpo si paralizzò ed egli non riuscì a muovere un muscolo.
Gli sembrò d’essere divenuto una statua.
Il suo cuore prese a battere freneticamente. I muscoli erano indifferenti agli stimoli celebrali. Avrebbe voluto fuggire da quella stanza ma non vi riusciva.
- Io all'inferno ci vado e ci esco come e quando voglio. Sono il diavolo! - gridò con voce terribile il dottor Smith. La stessa forza soprannaturale che lo immobilizzava lo fece ruotare su se stesso. Cosi poté guardare il diavolo in faccia.
- Questo è illusionismo. Un'altra tecnica per esaminare i candidati da selezionare? - provò a dire Tanino mascherando con sarcasmo la paura che lo attanagliava.
- No, non è illusionismo. - rispose il dottor Smith che, per tutta risposta, si trasformò in un lupo dagli occhi ignei. Poi, prese le sembianze di una scimmia ed infine di un gatto nero. Ritornato nelle spoglie umane, il diavolo cominciò a far danzare intorno al giovane i libri che prima erano accatastati sugli scaffali.
All'improvviso quegli oggetti si trasformarono in bellissime fanciulle che, ballando un'infernale saba, presero a mostrarsi in posizioni oscene mentre il dottor Smith soffiava nella tromba delle note stonate.
Ma infine quell'esibizione ebbe termine e le creature femminili tornarono ad essere libri.
- E' convinto, adesso. Chi sono in realtà io? - domandò l'infernale personaggio che senza attendere risposta aggiunse:- Le ridarò la facoltà di muoversi. Da bravo, torni a sedere di fronte a me! -
Tanino riprese il controllo del suo corpo e docile eseguì l'ordine dell'individuo sicuro di trovarsi dentro un incubo. Poi, ebbe appena la forza di domandare:
- Cosa vuole da me? -
- L'anima. Tutti sanno che il diavolo vuole le anime degli uomini. Anch’io mi sono dovuto adeguare al mercato. Una volta era più semplice adescare gli uomini. Per una donna, un po' di denaro e qualche anno di potere era facile ottenere in cambio le anime. Adesso si è aggiunto un altro articolo di baratto: la carriera, spesso, più richiesta d’ogni altra cosa. Soprattutto nelle grandi città. Io la offro e chiedo in cambio l'anima. Questo è il mio business. Lei, caro Tanino (mi permetta di chiamarlo cosi!) non è tipo da far carriera. Le mancano le doti, ma è pieno di volontà: il mio acquirente ideale! … quando io le parlavo della sua non conoscenza dell'inglese lei quasi si sentiva colpevole per questa sua ignoranza. Crede davvero che per far carriera sia necessaria la lingua anglosassone? Sono ben altri i requisiti! Innanzi tutto è necessario avere pochi scrupoli e possedere un'ambizione tanto sfrenata da far uso di ogni mezzo (anche il più meschino!) per soddisfarla! … lei è un giovane ambizioso ma non possiede la necessaria cattiveria! Potrà anche arrivare a conoscere alla perfezione l'inglese, ma non a far carriera. Solo io posso aiutarla. Ho già qui pronto un contratto. Lei deve solo apporre una firma in fondo al foglio.-
Tanino, che pensava di vivere un incubo, provò a dire:
- Io non so se posso... non mi aspettavo una proposta simile e … tantomeno d'incontrarla! -
- Ma non l'era stato già detto da una strega? Ma malgrado ciò, caro Tanino, lei a Milano ci è voluto restare! -
- Una strega?! Ah sì!... La grassona! Ma io credevo che fosse una ciarlatana! -
- No, no è una mia vecchia conoscenza!
- Senta, comunque non sono in grado adesso di darle una risposta, mi lasci meditare. Sa, di anima ce n'è una sola e prima di venderla...! -
- Bisogna scegliere d'istinto! Pensare troppo può farle nascere scrupoli di coscienza! La sola cosa che le posso dire è che in caso di un suo rifiuto dovrà adattarsi a fare la vita del povero impiegato pieno di frustrazioni. Ben che le possa andare potrà tornare a vendere francobolli e sigarette a Lentini. Pensi che vita umile e senza soddisfazioni! Con il costante rimpianto di aver buttato via un'occasione! Certo …perché quello che le offro è una opportunità che non le riproporrò più successivamente. Solo una volta nella vita! Ma lei se l'immagina ? Cosa proverà quando a Lentini sfoglierà giornali trovando articoli su uomini di successo? Quale sarà il suo rammarico quando penserà di essersi lasciato sfuggire l'occasione per comparire su quelle pagine! -
- Ma quei signori andranno tutti all'inferno? –
- Purtroppo non tutti, solo il settanta percento! La concorrenza è agguerrita e ci sono personaggi che arrivano al successo ed alla carriera senza avere un’anima cattiva!  -
- Beh, comunque avete la maggior quota di mercato. Siete leader! Dovreste ritenervi soddisfatti! –
- No. Il nostro obiettivo è acquisire l'intero mercato. Il target per cui ci battiamo è la totalità dei manager. Il nostro ufficio marketing sta studiando un piano aggressivo per contrastare il concorrente … come lei ben sa noi agiamo in duopolio! Vede anche noi siamo strutturati come un'azienda! … ci siamo adeguati ai tempi... Allora cosa fa? Firma? -
- La prego dottor Smith mi lasci un po' di tempo per riflettere! - quasi piagnucolò Tanino.
- Va bene, va bene! Se proprio insiste! Le concederò un po' di tempo. La risposta deve darmela entro oggi. Deve capirmi, ci sono tanti giovani ambiziosi in giro con cui devo mettermi in contatto! Attendo la sua accettazione entro oggi pomeriggio alle cinque. Non un minuto oltre! Se non ricevo risposta considerò la mia proposta non valida. Resta inteso che lei sarà destinato a non far carriera. Pensi, una vita piena di frustrazioni! -
Tanino fu accompagnato alla porta dallo zoppicante dottor Smith che, ormai del tutto affabile, s’accomiatò dalla sua probabile vittima. Con piglio professionale disse:
- La saluto. Piacere d'averla conosciuta. L'aspetto prima delle cinque. -
Richiusa la porta il diavolo si tolse le scarpe lasciando libere le zampe caprine.
- Che tormento! - esclamò con visibile aria di sollievo. Senza più bastone, tornò a sedersi dietro la scrivania.
 Mentre attendeva l'ascensore Tanino sentì riecheggiare le note di "Fly me to the moon".

La maga, o meglio la strega, di Siracusa aveva ragione. Tanino aveva incontrato il diavolo come aveva profetizzato. Entrando nel suo appartamento, ancora stordito per l'avventura da poco vissuta, si tolse la giacca e la lanciò sul divano. Si sbottonò il colletto della camicia ed allentò il nodo della cravatta.
Uscì nell'ampio terrazzo e si sedette sulla sdraio.
Il sole primaverile scaldava l'aria.
La sua anima per la carriera! Ne valeva la pena?
Tanino non s'era mai preoccupato dell'esistenza dell'anima. Ma cos'era?
Era lui stesso, i suoi sentimenti, la sua indole o qualcosa di tanto intimo e nascosto da non poter essere definito. Perché il diavolo voleva impossessarsene? E' un bene cosi prezioso? Qual'è il suo valore? Forse è incommensurabile?
In fin dei conti tornare a Lentini per occuparsi della rivendita dei suoi genitori non era una fine cosi degradante! Era un lavoro onorevole, dignitoso! Avrebbe potuto aggiungere ai tabacchi anche una rivendita di giornali.
Sospirò e riducendo gli occhi a delle fessure guardò verso il sole.
Però, anche una bella carriera che soddisfazione sarebbe stata! Dalla Sicilia a Milano! Avrebbe messo sotto i piedi tutti i dottor Garavazzi della Lombardia! Lui, terrone, sarebbe diventato forse, e perché no, il principe della finanza. Suo padre ne sarebbe stato fiero! E con lui tutta la famiglia e l'intera Lentini! Che vita sarebbe stata la sua! Da capo banda di un gruppo di ragazzini a presidente di una primaria banca! Eh sì, perché se avesse venduto l'anima, non l'avrebbe certamente ceduta per meno!
Il suo pensiero tornò ai suoi anni giovanili, alla sua banda, a Minchiainmano ed al suo personalissimo metodo per scaricare le tensioni.
Portò la mano sull'inguine e si slacciò i pantaloni.
Chissà, forse poteva funzionare!
Guardò il sole, chiuse gli occhi e cominciò a contare.
Uno... due... tre... quattro...






[1] Scecchigno = colui che è dotato sessualmente. Da “scecco”= asino