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domenica 3 novembre 2013

La casa sulla darsena




Michele quasi sobbalzò quando il treno attraversò la piccola stazione ferroviaria senza arrestare la sua corsa.
Il giovane poté cogliere qualche fotogramma: il capostazione, i pochi viaggiatori in attesa, il facchino annoiato e la vetrina sporca del bar.
I convogli attraversano indifferenti i piccoli centri ed i viaggiatori più curiosi si domandano a quale paesello appartiene la stazione.
Il più delle volte è quasi impossibile cogliere il nome sul cartello che sovrasta l'edificio del capostazione. Il mistero s'infittisce mentre la scritta s'allontana e si ha l’impressione che si è attraversato una paese fantasma.
Nella mente rimane poco, neanche un ricordo.
Ma … dove va quell'uomo sotto la pensilina? Nella ritirata, nel bar o in biglietteria? E quello che sembra il capostazione? Perché porta la mano al viso? Per usare il suo fischietto?
Ed il piccolo bar?
Ѐ facile immaginarsi il suo interno: il gestore ha l'aria di sicuro annoiata mentre scruta i viaggiatori di passaggi. Non è vera curiosità ma un passatempo.
Per Michele le stazioni dimenticate dal treno possedevano un certo fascino, quello del tempo che non scorre più.
Sarebbe sufficiente tirare il freno d'emergenza, obbligando il treno ad una fermata, e scendere nella nostra piccola stazione.
- Chissà che multa! – pensò sorridendo Michele mentre il paesino era definitivamente sparito sul fondo del finestrino.
Un altro fotogramma gli era rimasto impresso.
Su una panchina sedeva una donna dai lunghi capelli corvini e dalla figura esile. Forse era giovane, forse aveva un bel corpo, dei begli occhi neri. In quell'infinitesimo lasso di tempo lui aveva effettivamente fantasticato di tirare il freno d'emergenza, di scendere dal treno, d'avvicinarsi alla sconosciuta, di guardarla negli occhi.
Le avrebbe chiesto di far all'amore. Serrò le palpebre. S'immaginò stretto a lei come se fosse stata la cosa più preziosa e più tenera della terra. Quando riaprì gli occhi vide la campagna scorrere dinanzi a lui mentre la stazioncina era definitivamente sparita.

Anche quel lungo viaggio era giunto alla fine. S’ostinava a prendere il treno. Diceva che l’aereo gli faceva paura ma in verità voleva che il ritorno alla casa fosse graduale.  
Era tarda notte quando s’affacciò dall'ampia terrazza e lasciò che lo sguardo si perdesse nell'oscurità.
Se non fosse stato così vicino alla luce del lampione che s’ergeva dalla strada sottostante avrebbe visto luccicare le stelle. Quell'alto fanale se l'era portato dentro di sé a Milano e adesso ch'era tornato lo vedeva ancora lì, piantato nella piazzetta della darsena, salire con il suo lungo stelo fino a sovrastare le case circostanti.
Illuminava la liscia pavimentazione lastricata con pietra vulcanica, i gozzi dondolanti e lo scuro e sporco mare.
Quella luce stranamente se la ricordava anche quando era a Milano. Gli rischiarava la mente mentre, dopo le ore trascorse sui libri, passeggiava di notte lungo le cupe strade adiacenti al parco, non lontano dalla sua università.
Adesso però Michele osservava la darsena. I gomiti poggiati sul duro muretto gli dolevano. Ma quello era un vecchio piccolo indolenzimento, si sopportava con piacere, gli ricordava che era tornato.
Finalmente la sua piazzetta sul porticciolo! L'ultima volta l'aveva vista dieci mesi prima in una notte di fine settembre.
A Milano alloggiava in un piccolo appartamento che divideva con uno studente di medicina abruzzese. La finestra della sua stanza s'affacciava su una via stretta, buia e senza uscita. Di notte, in quel luogo, le puttane conducevano le macchine dei clienti che non potevano permettersi il costo della camera d’albergo. Ma il commercio dell'amore veniva fatto con discrezione. Tutto sommato, era una via tranquilla.
La sua piazzetta, invece! Di giorno s'animava: i pescatori, i marittimi, le guardie di finanza, i marinai, i militari, gli scaricatori. Che folla, colori, vita, animazione! La notte la si osservava come quando, seduti in una platea deserta, si ha di fronte un palcoscenico illuminato e senza sipario.
Prima o poi qualcuno dovrà attraversare la scena deserta e sarà già spettacolo.
- Purtroppo adesso le città hanno più di vie che piazze. – Michele pensò.

Chissà che fine avrà fatto quel pescatore?
L'aveva conosciuto quando era dodicenne. Allora nella casa sulla darsena oltre a Michele vivevano i suoi genitori, la nonna e Nero, il cane. In un giorno di fine marzo, quando il sole di Sicilia riprende a scaldare le giornate, passeggiava, come d'abitudine, lungo le banchine con il suo cane lupo a fianco. Era una consuetudine piacevole. Il ragazzo e l’animale, nella confusione della darsena, erano ben noti ai lavoratori del porto. Tutti conoscevano u figghiu du cummannanti e Nero.
Anche in quel giorno non seppero sottrarsi alla tentazione di esplorare i gozzi che numerosi e, talvolta ormeggiati su doppie file, s'affollavano attorno alla banchina. Michele era l'ispiratore di quelle perlustrazioni e Nero lo seguiva malvolentieri.
Saltando da un'alta imbarcazione su una più bassa, Michele cadde malamente. Provò una fitta alla caviglia. Cominciò a massaggiarsela mentre Nero, subito accorso al suo fianco, lo scrutava con aria preoccupata.
- Non è niente, ho solo poggiato male il piede. - disse al cane.
- Chi sei? - chiese un uomo muscoloso comparso quasi per incanto dalla piccola cabina del gozzo. Possedeva un fisico robusto, non era troppo alto, aveva capelli e sopracciglia nere, era scalzo. Gli occhi dallo sguardo severo e limpido erano nello stesso tempo d’un azzurro intenso. L’austero aspetto di quel personaggio era accentuato da profonde rughe che gli solcavano il viso. Michele pensò a sua madre: vedendolo avrebbe detto che era un bell'uomo. Nero ringhiò, ma il padroncino gli pose una mano fra le orecchie e cominciò a grattargliele per calmarlo.
- Sono Michele. -
- Michele, chi? -
- Il figlio del comandante che abita lì. - e gl'indicò la casa con l'ampia terrazza. L'uomo si voltò per guardare la bianca abitazione.
- Sì, lo conosco, è una brava persona. - disse Occhiazzurri. Poi, domandò indicando Nero:
- E' tuo? -
- Sì, si chiama Nero. -
- E' di razza? -
Michele annuì.
L'uomo fece per avvicinarsi all'animale ma perplesso s'arrestò.
- Morde? -
U figghiu du cummannanti guardò Nero che, seduto sulle zampe posteriori, ormai calmo, con la bocca aperta e la lingua penzoloni, ansimava.
- No, non morde. -
Il pescatore si chinò, e poi, con una mossa decisa, prese con le due mani il muso di Nero e gli spalancò la bocca. Il cane, sorpreso, guardò con i suoi occhi gialli il padrone: ma cosa fa questo qui? E' matto?
- No, non è di razza! – sentenziò Occhiazzurri esaminando l’interno della bocca - Non ha il palato nero. Però, è lo stesso un bel cane! -
Michele non osò controbattere ma si domandò chi mai avesse inventato quella frottola sul palato.
Da quell'incontro nacque un'amicizia. Il terzetto si costituiva ogni pomeriggio e l'appuntamento era fissato subito dopo il pranzo.
Un giorno il pescatore disse a Michele:
- Stamattina mia moglie è stata male e l'ho dovuta portare in ospedale. - Era la prima volta che Occhiazzurri parlava di sua moglie. Il ragazzo lo guardò con aria sinceramente dispiaciuta.
- Non è niente, si riprenderà, è una donna forte lei. - disse il pescatore che poi aggiunse - Devo andare a raccogliere le reti che ieri ho buttato fuori dalla diga del porto. Ci troverò solo qualche pesce, ma meglio che niente! Io ci vado adesso. M’accompagni?-
- Devo avvertire mia nonna.-
- Vai, corri e torna subito. -
Michele pensò che non avrebbe ricevuto il permesso per quell'impresa e domandò:
- Quanto tempo impiegheremo a raccogliere le reti? -
- Alle quattro e mezzo saremo di ritorno. -
- Beh, allora non c'è bisogno d'avvertire nessuno. - Il ragazzo mentiva poiché sapeva che la nonna era abituata a vederlo tornare dalle sue passeggiate almeno un'ora prima. Si sarebbe certamente preoccupata. Ma l'impresa valeva il rischio di una bella sgridata eppoi, forse, avrebbe rimediato architettando una frottola.
Il motore a diesel con gran frastuono cominciò a scoppiettare ed il gozzo, manovrato con perizia dal pescatore, si mosse indolentemente. Uscirono dalla darsena.
Michele si sedette a prua divertendosi un mondo con il saliscendi del beccheggio. Nero un po' meno. Si rifugiò a poppa dietro l'angusta cabina che a malapena ospitava il pescatore.
Le reti furono recuperate senza alcun intoppo. Nero eccitato, abbaiava ai pochi pesci ancora vivi che, estratti dalla rete, venivano buttati sulla plancia della barca. Il pescatore ed il ragazzo risero di quell'esibizione ed il cane avvilito si accucciò. Michele gli vide sporgere la testa e fu commosso dai suoi occhi tristi e dalle aguzze orecchie piegate all'indietro. Con un leggero fischio lo chiamò a sé. Nero s'affiancò al suo padrone e scodinzolando l'osservò lavorare.
Lungo la via del ritorno, Occhiazzurri acconsentì alla richiesta di Michele di tenere il timone. All'improvviso gli disse:
- Mio figlio, se fosse vivo, avrebbe la tua età. - L'assordante borbottio del motore aiutò Michele a coprire l'imbarazzo che quella confidenza gli procurava. Si voltò ed incontrò lo sguardo del pescatore. I suoi occhi azzurri, lucidi per la commozione, parvero possedere i riflessi del mare. 
- Mi morì fra le braccia all'età di tre anni. Il medico disse che aveva la meningite e che era meglio che fosse finita così. Ma mia moglie non può averne altri. -
Dei gabbiani con le ali dispiegate, volteggiavano, sostenuti dalla brezza. I loro richiami ferirono l'aria e perforarono anche il rumore del motore a diesel.
Michele pensò di ricevere una responsabilità troppo grande da Occhiazzurri che vedeva in lui il figlio morto. Con profondo rispetto chiese:
- Come si chiamava suo figlio? -
- Michele, come te. -
Ma u figghiu du cummannanti si schernì:
- Certamente se fosse vivo sarebbe più bravo di me a condurre questa barca! Non riesco a tenere la rotta! -
- Guarda, che t'insegno io! Non stare lì impalato con le braccia rigide come uno stoccafisso! Devi mettere il timone in modo da contrastare la forza della corrente. Sennò continueremo ad andare a zig e zag. Giralo di qualche grado a dritta! Ecco... bravo... così! –
Approdati alla darsena, Michele vide che dalla terrazza della bianca casa sua nonna l’osservava.
- Mascalzone, dove sei stato? - gli domandò accogliendolo all'ingresso - Mi hai fatto stare in pena! Ti ho visto, sai! E se la barca si fosse rovesciata? Chi era quell'uomo? Stasera dirò tutto a tuo padre! -
Quella sera a cena fu servita una minestra di legumi.
Il silenzio a tavola era rotto dal ritmico succhiare del padre di Michele che, impugnando saldamente il cucchiaio, ne aspirava il contenuto. Quel sonoro pasto si concluse con un secco schiocco della lingua ed un soddisfatto sospiro.
Pur avendo un comportamento poco conforme alle regole del buon galateo, u cummannanti aveva ricevuto in gioventù una buona educazione, degna d’una famiglia che annoverava fra i suoi antenati finanche un ammiraglio. Ma le abitudini consolidate durante gli anni trascorsi sulle navi mercantili girando il mondo avevano fatto dimenticare gli antichi insegnamenti.
Dopo essersi nettato la bocca ed i baffi con il tovagliolo u cummannanti si rivolse a Michele:
- Ho saputo che oggi, dopo pranzo, sei rientrato tardi dal tuo giro pomeridiano e che sei salito su una barca di un pescatore senza avvertirci, è vero? -
- Sì. -
- Bene, un mese senza uscire se non per andare a scuola! -
- Mah...-
- Basta! E' deciso! -
U cummannanti ogni tanto appioppava al povero Michele delle punizioni draconiane anche per castigare marachelle di poco conto. Altre volte, per colpe più gravi non gli faceva neanche un rimprovero. Gli anni di navigazione gli avevano insegnato che bisognava costantemente ricordare all'equipaggio da dove provenisse l'autorità e per far ciò era necessario distribuire di tanto in tanto delle punizioni. Per quanto discutibili, queste erano le convinzioni del padre, e Michele faceva le veci di un'intera ciurma che doveva essere imbrigliata.
Il ragazzo, non potendo fare altrimenti, accettava i metodi paterni poiché gli veniva detto che il fine ultimo era quello di temprare il suo carattere, poiché: "homo homini lupus"!
La relazione fra la sua severa educazione e la locuzione latina Michele non la comprese mai, neanche in età più adulta. Pensò che il padre la usasse più per fare un certo effetto senza che ci fosse un nesso logico.
 In ogni caso, il ragazzo rassegnato leniva queste segregazioni invitando a casa gli amici o leggendo libri. Era un vero divoratore di carta stampata.

L'aria della terrazza cominciava lentamente a rinfrescarsi e la brezza marina scivolando a tratti dal mare verso terra gli procurava un sottile piacere. Si sollevò dal muretto e si massaggiò i gomiti su cui era appoggiato. Distolse gli occhi dalla darsena e guardò la terrazza deserta. Anche la casa ormai lo era.
La casetta di legno di Nero era ancora nel solito angolo e sopra l'entrata ad arco si poteva intravedere il nome del cane scritto con vernice rossa. Michele chiuse gli occhi e se lo vide venire incontro festoso con la lingua penzoloni. Sollevò le palpebre e la terrazza gli apparve di nuovo vuota.
Casa, vecchia casa piena di fantasmi!
- Anna, dove sarà? - si domandò ad alta voce. Poi si rispose. - Deve essere sposata con quello lì del suo paese. –

Anna era originaria di Palagonia. La nonna  di Michele  che possedeva un giardino d'aranci in quella località ed aveva chiesto al massaro se le procurava una brava figlia che venisse a servizio. Oltre lo stipendio e le marchette la ragazza avrebbe ricevuto il necessario per avere una bella dote.
La vecchia signora era nata nell'ottocento, proprio negli ultimi anni del secolo, e ne era rimasta tanto tenacemente aggrappata da imporre alcune vecchie usanze domestiche. Infatti, poiché nella sua famiglia era uso che si facesse la dote alle figlie che venivano a servizio, lei continuò quella tradizione assumendo sempre delle domestiche giovani e nubili. Alcune avevano lasciato la casa per sposarsi, altre se n'erano andate ormai anziane, ma sempre con la loro dote. Fra queste vi era donna Ianuzza che, pur essendo in pensione, veniva ogni mattina unicamente per pettinare l’ex padrona e quest'ultima, pur essendo molto più anziana, la chiamava Ianuzza la vecchia.
Anna quindi, fu condotta nella casa dal massaro che la raccomandò particolarmente in quanto figlia di alcuni suoi cugini. Era una ragazza dalla struttura robusta, ma non sgraziata, con dei capelli corvini che incorniciavano un viso dai lineamenti regolari. Quando si stabilì nella casa, le fu data una stanzetta con un ampio armadio, un letto ed un bello specchio. Michele ed Anna erano coetanei, avevano sedici anni.
Proprio in quel periodo la moglie d'u cummannanti accusò i sintomi della malattia che da lì a due anni l'avrebbe fatta incontrare con la morte. Il sua cattivo stato di salute l'incattivì e, non potendo scaricare la propria tensione sul marito, in quanto uomo della famiglia, né sulla madre a cui portava il massimo rispetto, né sul figlio che adorava, riversò la propria irritabilità sulla povera Anna che apparentemente, come una spugna, assorbiva il malumore della padrona senza mostrare insofferenza.
U cummannanti invece, influenzato dal nervosismo della moglie, scaricò la propria ansietà sulla ciurma-Michele.
In quell'infelice periodo Michele, pur essendo un giovane d'indole tranquilla, fu soggetto a moti d'insofferenza che tentò di sfogare in infuocate discussioni col proprio padre. I litigi fra lui ed u cummannanti non si contarono. Ma poiché risultò molto arduo scalfire l'intransigenza paterna, il ragazzo desistette divenendo sempre più taciturno e riservato. Ormai s’era consolidata in lui la convinzione che prima o poi l'ottusità del padre l'avrebbe schiacciato e privato della facoltà di esternare la propria indole. Ben presto si lasciò prendere dallo sconforto e dall'avvilimento.
Trascorse quel periodo nell'ampia casa rintanato in angoli tranquilli a divorare libri su libri, di qualsiasi genere essi fossero. S'inventò un mondo più vasto di quello che lo circondava e spesso, sognando ad occhi aperti, lo percorreva tutto con una velocità inaudita. E la casa era il contenitore di quell'universo.
Ma a poco a poco scoprì l'illusorietà del suo mondo.
In un pomeriggio di agosto, stanco di leggere ed accaldato per la canicola, cercò in un bicchiere d'acqua fresca un po' di refrigerio. In cucina, Anna stava stirando e, sicura d'essere sola, s'era sbottonata la colorata veste sul davanti. Michele entrando la vide  le sue generose forme anche se la ragazza s'affrettò a coprirsi.
Dal frigorifero estrasse una bottiglia, versò l'acqua nel bicchiere, bevve ed uscì.
Il caldo ed il pranzo avevano stordito il resto dei componenti della casa e ne avevano conciliato il sonno.
Michele ritornò sui suoi passi.
Anna lo vide rientrare in cucina ed avvicinarsi a lei. La ragazza non tentò neanche di coprirsi. La mano del giovane s'infilò dentro la veste di tela leggera e le accarezzò il ventre. Tutto si compì senza che venisse pronunciata una parola e divennero amanti.
Ciò che li unì fu una passione muta, priva d'affetto, ma gravida di smania sensuale. Con essa narcotizzarono le loro frustrazioni.

Michele alzò lo sguardo nella speranza d’intravedere le stelle nel cielo di pece. Pensò che la ragazza avesse accettato quel rapporto così sfrenato con lui per dar sfogo ad un desiderio di rivincita nei confronti della donna che l'angariava. Quella era la sua sottile vendetta.

La relazione legò i due giovani nei loro incontri clandestini ed il più delle volte notturni, aveva qualcosa di ferino e mancava di tenerezza. La mancanza di sentimento li aiutò a celare la loro relazione e ad Anna non impedì d'incontrare nel suo paese il giovane con cui si fidanzò. Nel frattempo Michele offriva i suoi amori un po' più platonici ad altre coetanee.
Quando morì la moglie d'u cummannanti tutto svanì. Smisero di cercarsi.
Il severo padre perse la voglia di vessare la ciurma-Michele.
Morì dopo un anno in uno stupido incidente di lavoro. Ci fu chi affermò che dietro quell'evento ci fosse in verità un suicidio.
Michele guardando un angolo della terrazza si ricordò d’u cummannanti il giorno della morte della madre. Era seduto su una poltrona del salotto con la testa reclinata sullo schienale e colle mani si copriva il volto e lo sentì mormorare:
- Homo homini lupis! –


Quanti ricordi gli affollavano la mente! Premevano per riaffiorare! Quella casa li risvegliava tutti.
Ma con un sospiro li rigettò indietro. Si voltò a guardare il mare scuro su cui dondolavano svogliatamente i gozzi e rientrò dentro casa. L'orologio a pendolo ticchettava scandendo il tempo ostinatamente.
Attraverso la porta che menava nel tinello, intravide la poltrona di pelle nera su cui sedeva sua nonna quando lavorava a maglia. Era morta tre anni prima lasciandogli la casa in eredità. Le era sopravvissuta Ianuzza la vecchia che di tanto in tanto, durante i lunghi periodi di permanenza di Michele a Milano, veniva a spolverare i mobili delle stanze di quella bianca casa.
U figghiu du cummannanti entrò nella sua stanza, si spogliò e si distese sul letto.
- Adesso che sono tornato definitivamente – pensò, mentre le palpebre pesanti si chiudevano - devo riempire con un po' di gente questa casa. -
Prima che il sonno lo rapisse, mormorò:
- Buona notte. -
- Buona notte. - rispose una voce lontana.